Je veux m’evader: “La stanza di Giovanni” di James Baldwin

Disegno di Giulia Pedone

Ambientato nella Parigi degli anni ’50, La stanza di Giovanni (Fandango, 2017) ha come protagonista David, un giovane ragazzo americano in fuga da sé stesso e che approda nella ville lumière con l’intenzione di affrancarsi da una vita che ormai sente troppo stretta, lontana dai propri desideri e dalle proprie inclinazioni.

Parigi ha sicuramente qualcosa di magico e di incredibilmente affascinante. È lo stesso Baldwin che, in un saggio del ’54, evidenzia il carattere leggendario della città in cui ambienta il suo secondo romanzo, La stanza di Giovanni (1956). Parigi è, per l’autore nato ad Harlem nel 1924, «[…] la città in cui tutti perdono la testa, e la morale, in cui tutti vivono almeno una histoire d’amour […]. In breve, la città in cui tutti si ubriacano della cara, vecchia aria di libertà» [1].

Ecco perché Parigi diventa nel romanzo di Baldwin meta elettiva per David, protagonista e voce narrante della vicenda. Il giovane newyorkese approda nella capitale francese con l’intenzione di affrancarsi da una «vita da ragazzo perbene che sembra essergli stata cucita addosso» [2], da una realtà ormai diventata monotona, ripetitiva, priva di quella vitalità che il ragazzo spera di trovare a Parigi: «Successe che, del tutto inconsapevole di cosa significasse questo ennui, mi stancai […]. Forse, come diciamo in America, volevo trovare me stesso. Adesso credo che, se avessi avuto anche solo un vago sentore che l’io che avrei trovato si sarebbe rivelato semplicemente lo stesso io dal quale avevo passato tanto tempo a fuggire, sarei rimasto a casa. Ma, d’altra parte, credo che sapessi esattamente, dentro di me, cosa stavo facendo quando mi imbarcai per la Francia» [3].

Nelle parole di David è chiaro il percorso di Bildung che il ragazzo si troverà ad affrontare. Più che trovare sé stesso, l’americano troverà finalmente il coraggio e la forza di confermare, di avvalorare ciò che in realtà, fin dall’adolescenza, ha saputo di essere. E per fare ciò, per intraprendere questo percorso, è necessario allontanarsi dalle figure famigliari, dalla realtà di casa, e vivere la città: una Parigi caratterizzata da fermenti culturali, da strade colme di gente, di ristoranti e di club che diventano luoghi emblematici di una vitalità, desiderio di David. 

È la stessa Parigi che qualche decina di anni prima è stata raccontata da autori come Henry James – Gli ambasciatori è del 1903 – o da Ernest Hemingway, che nel ’26 in Fiesta è riuscito a descrivere la città della “generazione perduta” americana che in quegli anni trovava a Parigi un luogo perfetto per evadere da un senso di ennui incombente.

È qui, in un bar della ville lumière, che David incontra Giovanni, un ragazzo di origine italiana al limite tra il misterioso, l’impertinente e lo scorbutico. David ne rimane irrimediabilmente attratto, riconoscendo nel dipendente del bar di proprietà di Guillaume forse una parte di sé che l’americano aveva cercato di eliminare, di nascondere fin dall’adolescenza, dalla prima esperienza omoerotica con un certo Joey.

Fin dall’inizio de La stanza di Giovanni emerge però una tonalità tragica e fatalmente disperata. In primis, occorre subito far riferimento al verso di Whitman posto in calce al romanzo: «Io sono l’uomo; io ho sofferto, io c’ero». È ovvio che una frase del genere stipula con il lettore un patto cadenzato su note di sofferenza e di compartecipazione empatica tra l’io e il tu. 

Ma poi, come sottolinea giustamente Colm Tóibín, anche l’incipit del romanzo e il tono di David non annunciano un finale sereno della vicenda d’amore tra i due ragazzi: «La stanza di Giovanni comincia con un tono grave, quasi solenne. Le prime frasi non hanno tanto i toni sommessi del senso di colpa e della confessione, che arriveranno poi, quanto l’eco della certezza e del senso definitività» [4]

È così, infatti, che termina il primo paragrafo del romanzo: «[…] Se così non fosse, stanotte non sarei solo in questa casa. Hella non sarebbe per mare. E Giovanni non starebbe per morire, in un qualsiasi momento fra stanotte e domattina, sulla ghigliottina» [5].

Ogni percorso di formazione, si sa, è fatto di incontri e di conseguenze che questi possono avere nella vita di tutti. Se alcuni sono legati alle contingenze della quotidianità, semplici conoscenze pronte a cadere nell’oblio dopo poco tempo, altri possono davvero cambiarti, portando addirittura a mettere in discussione tutta la propria individualità, le proprie certezze, il proprio modo di vivere, la propria sessualità.

David è fidanzato con la bella Hella, arrivando addirittura a chiederle di sposarlo. Inizialmente la donna ha bisogno di tempo, e così, fin dai primi capitoli del romanzo, il protagonista dichiara che la sua amata – o presunta tale – si è recata in Spagna per pensare alla loro storia d’amore, al loro possibile sviluppo.

È proprio in questo frangente che David incontra Giovanni, in una Parigi notturna e caratterizzata da un’atmosfera libertina, nella quale l’americano può finalmente dimenticare tabù e censure tipiche di un’epoca e di una realtà da cui ormai è necessario allontanarsi, salvo non conoscere mai, finalmente, sé stesso.

Il titolo del romanzo chiarisce fin da subito il cronotopo elettivo del romanzo. La città di Parigi quasi viene posta in secondo piano, sostituita dalla camera di Giovanni, une petite chambre de bonne che diventa il luogo emblematico della nuova relazione – anche se è difficile definire il complicato rapporto tra i due ragazzi, ma forse non è neanche necessario – tra David e Giovanni.

La stanza di Giovanni, costruito tramite continui flashback e analissi, ha al centro della compagine romanzesca la figura di David e le sue angosce, le sue paure e lei sue confessioni considerate, fino all’incontro con Giovanni, segreti da cui fuggire. Il ragazzo americano è diviso tra Hella, che assurge a simbolo della vie americaine plein de normalité e Giovanni, che invece è trasgressione, ribellione, pura passione istintiva. La stessa forza, accompagnata da una disperazione strutturale nella sua vita, che lo porterà ad uccidere un uomo, il suo datore di lavoro, arrivando quindi alla condanna da cui prende avvio la confessione – e la presa di consapevolezza, alla fine del romanzo – di David.

Il romanzo di Baldwin – autore di cui Fandango sta ripubblicando gran parte dell’opera, altrimenti fuori catalogo da anni – è un romanzo estremamente moderno, soprattutto in un periodo storico in cui viene troppe volte messa in discussione la difesa della propria identità, volendo per forza conformare gli esseri umani sotto etichette e sottogruppi da contenere in un grande insieme considerato normale. La vicenda di David, nonostante la parabola angosciosamente tragica, insegna che la difesa, e poi la conquista, della propria identità implica una lotta dolorosa, certo, però necessaria per giungere alla presa di coscienza di chi si è realmente.

Occorre anche contestualizzare l’uscita negli anni ’50 di un romanzo che tratta le tematiche contenute ne La stanza di Giovanni. Scelta fondamentale, considerando il contesto dell’epoca, quella della forma della confessione: «[…] la forma stessa della confessione, in un periodo in cui tanta parte di ciò che riguardava il sesso e le motivazioni sessuali veniva celato e oscurato, può avere un’intensità speciale e bruciante» [6].

Baldwin, uno degli esponenti più autorevoli del movimento per i diritti civili, con il suo secondo romanzo non solo e non tanto ha voluto raccontare una storia di omosessualità, quanto piuttosto ha voluto parlare «[…] di ciò che succede quando hai talmente tanta paura da finire con non l’essere più in grado di amare nessuno» [7]. La stanza di Giovanni è quindi un romanzo che racconta universalmente di amore, di presa di consapevolezza, di conoscenza di sé stessi. Per completare però un percorso di formazione sono necessarie anche le ferite e nel romanzo di Baldwin la tragedia finale di Giovanni, giustiziato, segna l’avvio, seppur drammatico e melanconico, della nuova vita del protagonista, di David che finalmente ha capito di poter amare, indipendentemente dai pregiudizi più severi, i suoi.

Alessandro Crea


[1] J. Baldwin, A Question of Identity, 1954. Tratto da C. Tóibín, Le spietate confessioni della Stanza di Giovanni, postfazione a J. Baldwin, La stanza di Giovanni, Roma, Fandango, 2017, p. 207
[2] Dall’aletta editoriale del romanzo (Fandango, 2017)
[3] J. Baldwin, La stanza di Giovanni, op. cit., p. 32
[4] C. Tóibín, Le spietate confessioni della Stanza di Giovanni, op. cit., p. 215
[5] J. Baldwin, La stanza di Giovanni, op. cit., p. 14
[6] C. Tóibín, Le spietate confessioni della Stanza di Giovanni, op. cit, p. 213
[7] Da un’intervista di James Baldwin del 1980.

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