Il tempo delle mele anni ’90 dei giovani finocchi

A inizio anni ’90 Piergiorgio Paterlini sceglie di raccontare storie normali di adolescenti gay normali che vivono in una soffocante provincia italiana e che, come tutti i giovani, vanno a scuola, frequentano i bar, i cinema, e hanno amici con cui passare il proprio “tempo delle mele”. Purtroppo, però, per molti restano invisibili: «Ragazzi che amano ragazzi» (1991).

Ragazzi che amano ragazzi
Disegno di Giulia Pedone

È l’inizio degli anni Novanta. Il progresso tecnologico modifica la società e lo stile di vita degli italiani, in primis degli adolescenti che, tornati da scuola, si piazzano davanti al televisore: X-Files (1993), Beverly Hills 90210 (1990), Twin Peaks (1990) e Xena-La principessa guerriera (1995). Giocano a Doom, Final fantasy VI, The legend of Zelda e a Puzzle Bobble: tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 esce il «Game Boy». 

Al cinema i teenagers vanno per pomiciare e per guardare Pulp Fiction (1994), Space Jam (1996), Jumanji (1995), It (1990) e Il corvo (1994). Indossano sneakers, felpe oversize e pantaloni wide leg. Abbandonate le cassette, le colonne sonore dei giovani sono racchiuse in piccoli oggetti rotondi da inserire nei cd player da cui risuonano le band e i gruppi simbolo di un’epoca: The cranberries, Take That, Oasis, Backstreet Boys e Spice Girl. Le luci delle discoteche si illuminano seguendo «il ritmo della notte» e i ragazzi si dichiarano innamorati aspettando l’alba sulle note del pianoforte di Children di Robert Miles. 

Tutti vivono giustamente il proprio tempo delle mele tra drammi, delusioni, insicurezze e quella smargiassa strafottenza un po’ spavalda tipica dell’età più ribelle. Tutti. Anche coloro che invece vengono considerati invisibili, tutti i ragazzi che amano ragazzi. 

È proprio questo, infatti, il titolo che Piergiorgio Paterlini affida ad una raccolta di lettere di giovani omosessuali che scelgono di raccontarsi per la prima volta attraverso storie normali di adolescenti normali. Ragazzi che amano ragazzi (Feltrinelli, 1991) è lo specchio di una generazione un po’ smarrita e che vive nascosta nell’ombra in un paese che, ancora, appare troppo arretrato, poco pronto ad affrontare l’omosessualità con la naturalezza tipica delle cose più normali e quotidiane. Eppure, è proprio la quotidianità l’elemento principale dei racconti di giovani ragazzi tra i 15 e i 20 anni che, da Sassari a Torino, passando per Verona, Pescara e Treno, scelgono di affidare le proprie storie e le proprie insicurezze a una serie di piccole storie e confessioni che danno forma ad un libro diventavo un vero e proprio cult generazionale.

Il titolo del volume nella sua semplicità brilla per icastica efficacia, poiché conserva quell’elemento di normalità e quotidianità che si rifrange nelle pagine e che, soprattutto, ben aderisce ai racconti e alla vita dei ragazzi protagonisti. C’è Marco, che scopre di essere omosessuale «verso i dodici anni, in seconda media» [1] mentre guarda le gambe dei propri compagni, diventati poi protagonisti dei propri sogni erotici più bagnati; c’è Stefano, un diciassettenne di Genova che ha provato ad andare con una prostituta ma con scarsi risultati, visto che dice di aver scoperto di essere gay addirittura «in quarta o quinta elementare» [2]; oppure c’è il racconto di Massimiliano, ragazzo lombardo di diciassette anni che racconta di aver avuto un rapporto erotico a quindici anni con lo zio, «ciellino, quarantenne, sposato con figli» [3], e à suivre, Lorenzo, Enrico, Giovanni, Davide e tanti altri ragazzi che non solo si concentrano sull’aspetto meramente erotico, ma raccontano in generale le proprie giornate, le varie esperienze di crescita e la scoperta della propria sessualità in un’italietta in cui persistevano troppi pregiudizi sull’omosessualità.

In calce ad ogni lettera Paterlini inserisce una piccola descrizione del giovane che si confessa: si fa riferimento alla famiglia, al lavoro dei genitori, alla fede religiosa e anche a quella politica. Il quadro offerto dal giornalista è vario, visto che si ha di fronte un panorama frastagliato e che va dal giovane ragazzotto con la terza media figlio di operai al diciottenne prossimo all’iscrizione alla facoltà di Economia e rampollo della borghesia più miope.

È forse questo l’aspetto più interessante, perché evacua dall’indagine esplorativa lo stereotipo che per molto tempo ha caratterizzato e caratterizza ancora oggi il ragazzo gay, troppo spesso immaginato sensibile, iscritto a qualche facoltà artistica e che nel proprio tempo libero legge classici della letteratura lgbtq+: Forster Wilde Cocteau Woolf. Niente di più falso, limitante e francamente stucchevole. I «ragazzi che amano ragazzi» di Paterlini sono spesso e volentieri panettieri, ragionieri, meccanici, amanti del calcio, alcuni sono cattolici praticanti e vivono il proprio tempo libero negli oratori e, proprio per questo, attorniati da una virilità considerata «normale», sentono la propria sessualità come un problema e cercano invano di reprimerla nei peggiori dei modi. 

L’intento autoriale è ben dichiarato nella prefazione dell’ultima edizione del libro, la decima. Paterlini dichiara di aver sentito l’urgenza di voler raccontare «storie di persone invisibili […]. Ho capito presto che, per gli invisibili di ogni genere, essere raccontati, essere visti, e visti per come sono realmente, è il primo dei diritti (quello che paradossalmente non viene mai nominato) perché equivale nientemeno che al diritto all’esistenza. Al diritto di vivere»[4].

Ecco che Paterlini si prefigge il difficile compito di tirare fuori un gruppo di adolescenti da un’idea, un concetto di “mondo omosessuale” ricco di stereotipi e scabrosi cliché, che vedono nell’essere gay un continuo susseguirsi di scopate immorali, violenze, sesso a pagamento e fobie per malattie sessualmente trasmissibili stigma di un amore finocchio. 

Eppure, questi ragazzi non sono invisibili:

«Neanche un grande illusionista riuscirebbe a tanto. Far sparire nel nulla cinquecentomila ragazzi. Mezzo milione di adolescenti dai quindici ai vent’anni dei quali non sospettiamo nemmeno l’esistenza. Ragazzi che si innamorano del compagno anziché della compagna di banco. Che la notte, stringendo il cuscino, sognano Richard Gere anziché Kim Basinger. Che si ritrovano il cuore in gola incontrando all’improvviso il giornalaio invece dell’affascinante signora della porta accanto». [5]

Dall’uscita della prima edizione de Ragazzi che amano ragazzi, ormai quasi trent’anni fa, a Paterlini sono arrivate decine di migliaia di lettere di giovani adolescenti, che leggendo le storie raccolte nel volume leggono anche sé stessi e si riconoscono: tanti Federico, Paolo e Davide che in tutta Italia condividono le stesse paure, gli stessi progetti e i medesimi sogni di uscire da quei coni d’ombri dell’invisibilità e vivere come tutti. Come recita la quarta di copertina dell’ultima edizione feltrinelliana, il libro di Paterlini con il passare del tempo è riuscito a risuonare «come un grido», riuscendo a cambiare la vita di migliaia di persone. 

Però, una considerazione amara. Rispecchiarsi in storie di oltre trent’anni fa porta con sé un grosso problema: significa che tutto quello che c’è stato, poco o tanto che sia, non basta. Ragazzi che amano ragazzi quindi non solo è un libro che racconta gli anni Novanta, ma è un libro forse che racconta e che rispecchia, soprattutto, il nostro tempo, l’arretratezza culturale e civile del nostro Paese che ancora, giorno dopo giorno, si trova a combattere l’omofobia, la paura folle del diverso, di ciò che è considerato irregolare in un mondo regolare, anormale in una realtà normale che vuole uniformare il più possibile ciò che, per natura, è impossibile da limitare e ordinare sistematicamente. 

A concludere il bel libro, una lettera dal titolo «Luca, ti voglio bene». Questa volta nessuna indicazione personale su chi l’ha scritta e nessun dato anagrafico, ma solo una nota in calce: «Lettera all’Arci gay nazionale. A mano, su foglio protocollo». È una lettera ricopiata fedelmente, profondamente sentita e commovente. Il mittente racconta di aver sentito da un amico, il quale ha appreso la notizia da una «trasmissione di froci» [6] alla radio, che un ragazzo di nome Luca si è suicidato dopo che è stato scoperto a fare l’amore con un altro ragazzo. Ecco, è proprio l’altro ragazzo che scrive la lettera, ricca di sentimento e di una tenerezza che ben rispecchia la purezza dei primi amori adolescenziali e i sentimenti di un’Italia profondamente bigotta e provinciale:

«[…] Mi è venuto un colpo al cuore perché quel ragazzo che è morto si chiamava Luca quella volta ci hanno trovati a fare insieme nella doccia della palestra. Io però ho dovuto dire che era stato lui, senò i compagni di scuola andavano a dirlo ai proff e mi sputtanavano anche con la mia famiglia così mio padre mi portava dal psicologo e mi metteva in collegio come ha fatto il papà di Luca prima che si ammazzasse». [7]

Anche il mittente, sentendosi in colpa per l’accaduto, pensa di suicidarsi. Non lo fa, e affida alle frasi sgrammaticate della lettera tutto il suo sentimento nei confronti di Luca e, soprattutto, un riconoscimento ai ragazzi di Arci gay, fedeli ascoltatori dei turbamenti del giovane: «[…] Allora ho preferito dirle a voi queste cose perché dicono in giro che i ragazzi del vostro partito difendono la gente come me e voi». [8]

La timidezza e la paura si evince dalle ultime righe della lettera, nella quale l’anonimato appare un rifugio di fronte ad una realtà di cui si ha ancora timore: «Se usate questa lettera per favore non parlate del nome della mia scuola e del mio che però voglio dirvi».

Eccoli, i ragazzi invisibili che amano i ragazzi nell’Italia anni Novanta, così simili a quelli di oggi, desiderosi di vivere una normalità che faccia sì che le storie come quelle di Luca diventino solo tristi e lontani ricordi di un passato tremendo.

Alessandro Crea


[1] P. Paterlini, Ragazzi che amano ragazzi [ed. originale 1991], Milano, Feltrinelli, 2019, p. 21
[2] Ivi, p. 55
[3] Ivi, p. 65
[4] Ivi, p. 9
[5] Ivi, p. 17
[6] Ivi, p. 129
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.

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