I tempi sempre più stretti dell’industria

Disegno di Giulia Pedone

Nel 1957 esce Tempi stretti di Ottiero Ottieri, uno dei primi e più efficaci documenti della cosiddetta letteratura industriale. I due protagonisti del romanzo, Emma e Giovanni, vivono una storia d’amore complicata in una realtà lavorativa che obbliga i propri lavoratori a tempi sempre più stretti.

Ottiero Ottieri, nato a Roma nel 1924 e morto a Milano nel 2002, ha pubblicato all’incirca trenta opere avvalendosi di vari generi espressivi, ma resta, ancora oggi, sconosciuto ai più, essendo stato uno dei tanti autori italiani del secondo Novecento che non è entrato a far parte del «canone letterario». Al di là della mancata istituzionalizzazione di un autore come Ottieri, è necessario un approfondimento sulla sua opera e si potrebbe iniziare non dal libro più noto, Donnaruma all’assalto (1959), bensì da Tempi stretti, pubblicato nel 1957 e recentemente ripubblicato da Hacca.

Il romanzo esce nei «Gettoni», la collana einaudiana diretta da Elio Vittorini. Come sottolinea Saverio Tomaiuolo: «Dopo la fine della Seconda guerra mondiale si posero le basi per un grande sviluppo industriale dell’Italia, quel fenomeno che sarebbe stato poi definito col termine di “boom economico”» [1]. Vi è un aumento di risorse umane nel campo dell’industria e numerosi furono i guadagni economici: con questa impennata, tuttavia, crescono anche i problemi legati al rapporto tra profitto e condizione operaia, per citare l’opera fondamentale di Simone Weil [2]. L’imperativo categorico era uno: ridurre i tempi di produzione per aumentare il fatturato. Ecco allora che gli operai e gli organismi sindacali divennero la voce di un’inquietudine dilagante: «talvolta tanto forte risultò il bisogno di lavorare che una pericolosa acquiescenza sostituì la richiesta di inalienabili diritti». [3]

Sono gli anni in cui in Italia si assiste al dibattito sul tema «letteratura e industria» e, più in generale, al rapporto tra cultura e industria, «con lo scopo di creare una positiva relazione tra proletariato e capitalismo» [4]. Una riflessione, seppur sintetica, sull’argomento è impensabile: sono davvero numerosi i saggi e le monografie dedicate alla letteratura industriale [5] e ogni tentativo di sintesi porterebbe a trascurare argomenti fondamentali per avere un quadro sull’argomento. Bastino due brevi citazioni: la prima è sicuramente l’esempio di Adriano Olivetti [6] che, fautore di una fattiva politica culturale, fu esponente di spicco di un’azienda la quale annovera, fin da prima della guerra, poeti e figure di grandi intellettuali tra cui lo stesso Ottieri. Inoltre, di fondamentale importanza fu la rivista «Il Menabò» che, sotto la direzione di Elio Vittorini, avviò nei numeri 4 e 5 una fervente discussione sulle tematiche di quella che verrà chiamata, poi, «letteratura industriale», con dibattiti, recensioni e pubblicazioni di racconti e poesie che avevano come fil rouge il rapporto tra uomo e fabbrica.

Questo è, sinteticamente, lo sfondo storico, sociale, economico – e letterario – su cui si staglia la vicenda di Emma e Giovanni, protagonisti del romanzo di Ottiero Ottieri. 

Il romanzo viene composto tra il 1953 e il 1955 ma esce soltanto nel 1957 [7] con l’intento di portare la fabbrica nella narrativa – o, forse, la narrativa nella fabbrica. Ottieri prende coscienza che l’Italia si è lasciata alle spalle la nozione di paese contadino e decide di raccontare questa «nuova modernità».

Il cronotopo elettivo del romanzo è quello della Milano a cavallo tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta. I protagonisti sono Giovanni Marini ed Emma, una giovane ragazza che, a differenza di Giovanni, approdato nel capoluogo lombardo da qualche anno, arriva dall’Umbria poiché in cerca di lavoro: viene assunta come operaia in una grande industria siderurgica, la Zanini. Giovanni, invece, lavora nella direzione tecnica di una piccola ditta tipografica, la Alessandri. La giovane ragazza arriva in città nel marzo del ’49, mandata dalla famiglia d’origine a causa della miseria che ormai imperversava nell’Umbria post-bellica a casa di Paolo, suo parente alla lontana. Paolo è un capo operaio della Alessandri, che accoglie Emma in casa sua dove insieme a lui vivono il suo collega Giovanni, il protagonista del romanzo, e la figlia di Paolo, Caterina, quest’ultima fidanzata con Aldo, un operaio specializzato alla Zanini. È proprio tra le mura domestiche che Giovanni ed Emma si conoscono e danno vita a una relazione. Allo stesso tempo, però, Giovanni è attratto anche da un’altra donna, la ricca borghese Teresa, ben inserita nella società milanese. 

Le vicende che costituiscono l’ordito narrativo del romanzo si svolgono sullo sfondo principale del lavoro nelle due fabbriche, caratterizzate, ognuna, da specifici problemi.

La voce narrante del romanzo è caratterizzata da una descrizione obiettiva e che non si abbandona a sentimentalismi, polemiche o critiche, il tutto con un’attenzione particolare rivolta alla «valenza saggistica» [8] che il progetto di Ottieri mantiene.  

Uno degli obiettivi del libro è sicuramente quello di voler restituire la difficoltà, la monotonia e la tristezza della vita operaia. Oltre alla valenza saggistica già citata, nel romanzo del ’57, come sottolinea ancora Tomaiuolo, «permangono suggestioni neorealistiche che rendono il risultato dal punto di vista letterario molto valido, senza però metterne in dubbio la pregnanza sociologica» [9]: queste suggestioni sono riscontrabili ad esempio delle descrizioni dei paesaggi della provincia industriale milanese, caratterizzata da un cupo squallore che ben si lega alla monotona esistenza della fabbrica, in un rapporto quasi di osmosi tra l’urbanistica e la realtà dei singoli lavoratori, sempre più vittime dei tempi stretti. 

Lo sfondo di Tempi stretti è la periferia di Sesto San Giovanni. Dalle descrizioni degli spazi urbani di Milano e dei dintorni periferici emergono dei punti fondamentali: «[…] gli edifici incombono», «le case ammassate […]», «la campagna distrutta […]», «l’aria […] soffoca la città». L’effetto di oppressione e di impedimento dato dalla città viene sottolineato dalle scelte lessicali di Ottieri, il quale vuole descrivere una Milano rappresentata tramite una descrizione iperbolica ed enfatizzante.

I colori prevalenti nella prosa ottieriana sono quelli del grigio e del nero, simboli di una realtà plumbea che non è solo quella urbana ma, soprattutto, quella lavorativa. La descrizione della fabbrica mette in luce la monotonia dei lavoratori, immersi in un rumore assordante delle macchine, che vengono descritti figurativamente come delle persone legate alle macchine come con una corda, quasi come se fossero delle marionette comandate dall’assioma del produrre. Ormai è la macchina che vince sull’umano, alienato, disumanizzato e sempre più solo. 

Simone Weil, dopo aver descritto le condizioni del lavoro industriale, afferma: «[…] Forse, tra di voi, ci sono anche quelli che sopportano senza soffrire. È questione di temperamento. Ma ci sono dei caratteri sensibili a queste cose». [10]

Emma è uno di questi «non integrati», incapace di stare ai tempi richiesti dalla fabbrica. Se Giovanni, invece, riesce a vivere tranquillamente la sua condizione di lavoratore – ricordando, però, come non sia un operaio come Emma, ma un membro della direzione tecnica –, la ragazza umbra vive in maniera problematica la sua esperienza di vita in fabbrica. Il romanzo descrive il suo grande sprofondamento nell’alienazione e nella solitudine. 

Col passare del tempo fiorisce il suo amore per Giovanni, il quale però si dimostra in parte freddo e calcolatore, costantemente in tensione per via delle preoccupanti voci relative ad una cessione dell’azienda e ad eventuali licenziamenti.

Ecco che la storia d’amore tra i due ragazzi inizia a tingersi di dubbi, di incomprensioni e di lontananza. Il grigiore circostante e della fabbrica e della realtà urbana coinvolge anche i rapporti interpersonali a causa delle implacabili leggi di una città svuotata di sentimenti, che addirittura costringe Emma e Giovanni a cercare un posto qualsiasi per restare soli: con la mente, però, già rivolta al lunedì successivo. 

Il romanzo di Ottieri non raggiunge un grande successo di pubblico: vi sono alcune sezioni meno riuscite quali, a detta di Saverio Tomaiuolo, i resoconti delle numerose riunioni sindacali sul tema della mobilitazione della SMAI e su eventuali scioperi e, inoltre, la trama in alcuni frangenti perde di forza e di unitarietà.

Al di là dei limiti narrativi, però, il romanzo di Ottieri costituisce un fondamentale affresco della civiltà industriale di quegli anni: un tranche de vie che può essere benissimo letto anche con gli occhi della nostra contemporaneità. 

Innanzitutto, la rappresentazione dei lavoratori alienati, resi come manichini, è praticamente identica alla condizione che vivono numerosi lavoratori, operai e non, oggigiorno: l’individualità è negata come la loro umanità. E i tempi stretti di Ottieri possono benissimo essere quelli che oggi un dipendente Amazon è obbligato a rispettare, argomento che ha fatto molto scandalo in numerosi articoli degli ultimi mesi. Lo stesso discorso vale per i rider, ovviamente.

Ma oltre ai lavoratori, resi come dei veri e propri automi, un’altra tematica fondamentale in Tempi stretti è quella degli incidenti sul lavoro. Se nel romanzo del ’57 gli incidenti sono causati dalla stanchezza degli individui e dalla loro conseguente distrazione, oggi – come allora [11] – si aggiunge la mancanza di cura e di attenzione alla sicurezza dei lavoratori da parte «di chi comanda».

Il romanzo, inoltre, non restituisce un’immagine ideologicamente compatta della classe operaia e, ad oggi, possiamo confermare che quest’unità non è stata raggiunta: numerosi sono i dibattiti, per non dire gli scontri violenti, che caratterizzano le manifestazioni in piazza.

Nella seconda parte del romanzo Aldo Comolli, operaio rivoluzionario della Zanini, annuncia la mobilitazione della SMAI. La sezione della fabbrica presso la quale lavora si anima per discutere della partecipazione diretta della protesta: ciò costituisce l’occasione per Giovanni di confrontarsi con le realtà sindacali del tempo. Oltre alla storia in sé, emerge, nei vari momenti del romanzo, la sopravvivenza di uno spirito umanitario.

Così Lina, operaia in una fabbrica di camiceria, afferma: «Non si può nemmeno parlare […] vi teniamo compagnia a occhiate» [12].

L’autore del romanzo riesce ad essere non solamente descrittivo, ma anche propositivo e scorge una futura alternativa all’alienazione industriale, non accettandone la natura totalizzante e nullificante. Ferdinando Virdia parla di «[…] calore che nasce da una sofferta solidarietà» [12] che va oltre alla crudeltà, alla tirannia e alla fatica.

Ecco che forse, in conclusione, occorre analizzare il romanzo e il fondamentale messaggio che l’autore vuole condividere con i lettori, alla luce dell’epigrafe di G. Navel che apre il romanzo: «C’è una tristezza operaia dalla quale non si guarisce che con la partecipazione politica».

L’elemento paratestuale definisce «gli obbligati contorni ideologico-politici di una produzione tesa a sottolineare l’urgenza di una partecipazione sentita del mondo operaio, compattato a favore delle proprie cause» [13]. 

Paradossalmente il pubblico ideale al quale il romanzo sembrerebbe rivolgersi non è solamente circoscrivibile al proletariato, ma è l’imprenditoria industriale, spesso sorda al messaggio di profonda umanità e giustizia che richiede, nel ’57 come oggi, la classe lavoratrice.

Alessandro Crea


[1] S. Tomaiuolo, Ottiero Ottieri poeta osceno, Liguori, 1998, p. 12
[2] Simone Weil, Esperienze della vita di fabbrica, in La condizione operaia, Milano, Ed. di Comunità, 1952
[3] S. Tomaiuolo, op. cit., p. 12
[4] S. Tomaiuolo, op. cit., p. 13
[5] Si citano, ad esempio, Simonetta Piccone-Stella, Intellettuali e capitale nella società italiana del dopoguerra, Bari, De Donato, 1972; per uno sguardo più ampio sulla questione: AA. VV., Letteratura italiana (a cura di Alberto Asor-Rosa), vol. IX, Torino, Einaudi, 1981-1992
[6] Per uno sguardo generale G. Lupo, La letteratura al tempo di Adriano Olivetti, Milano, Ed. di Comunità, 2016. Dello stesso autore, per un approfondimento sul romanzo di Ottieri del ’57, si veda La fabbrica triste di Ottiero Ottieri, in O. Ottieri, Tempi stretti, Hacca, 2012, pp. 9-18.
[7] Nel 1964 esce una nuova edizione di Tempi stretti parzialmente modificata, soprattutto in seguito alle numerose discussioni sul già citato «Menabò». 
[8] S. Tomaiuolo, op. cit., p. 15
[9] Ibidem
[10] Simone Weil, Lettere ad un ingegnere direttore di fabbrica, in La condizione operaia, cit., p. 146
[11] Basti pensare alla vicenda della miniera di Ribolla (’54) che dà l’avvio al progetto dell’«attacco anarchico-dinamitardo» nel capolavoro di Luciano Bianciardi La vita agra (1962).
[12] Ottiero Ottieri, Tempi stretti, Hacca, 2012, p. 218
[13] Ferdinando Virdia, «La Fiera Letteraria», 13 ottobre 1957, p. 3 e sgg. [14] S. Tomaiuolo, op. cit., p. 18
Vari riferimenti e spunti sono stati tratti dal corso di «Letteratura e cultura nell’Italia contemporanea» (a.a. 2018-2019), Università degli Studi di Milano.

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