Gli altri libertini di Brooklyn

Disegno di Giulia Pedone

Tra i quartieri periferici di una New York squallida e proletaria vive un’umanità disperata protagonista di Ultima uscita per Brooklyn (’64) di Hubert Selby Jr. Il romanzo, bandito per anni nel Regno Unito e in Italia con un’accusa di oscenità, torna in libreria con una nuova traduzione. Tra i lettori dell’opera Lou Reed, Allen Ginsberg e Pier Vittorio Tondelli.

I ragazzi di vita americani protagonisti del romanzo Ultima uscita per Brooklyn (’64) hanno all’incirca settant’anni, chi più e chi meno. Ma non li dimostrano, anzi, brillano ancora per quella cruda strafottenza e disperata vitalità emblematica della gioventù più bruciata.

A oltre cinquant’anni dalla prima pubblicazione, il romanzo-scandalo di Hubert Selby Jr. torna in libreria (Edizioni SUR) con una nuova traduzione a cura di Martina Testa. Uscito all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, il romanzo, definito dallo stesso autore «un grido in cerca di una bocca» [1], venne bandito per anni nel Regno Unito e in Italia, dove Feltrinelli, il più coraggioso e trasgressivo tra gli editori secondo novecenteschi, dovette scontrarsi con l’accusa infamante di oscenità. Nella benpensante e provinciale italietta degli anni ’60, il grido di Selby e dei suoi protagonisti – teppisti, teddy boys, delinquenti, travestiti e allegre mignotte strafatte di benzedrina – doveva per forza trovare ostacolo in un moralismo un po’ bacchettone.

Essendo la letteratura sempre imprescindibilmente legata ad un contesto storico e socio-culturale, ecco necessario, anche in questo caso, collocare Ultima uscita per Brooklyn esattamente nel suo tempo e, soprattutto, nel suo spazio. Fin dal titolo [2] del romanzo ne è chiaro il cronotopo elettivo, sul quale si concentra subito Paolo Cognetti nella Prefazione all’ultima edizione italiana:

«Il porto di Brooklyn è, o meglio era, un susseguirsi di moli di cemento e capannoni industriali, magazzini di mattoni rossi, gru da carico e scarico, che dall’imbocco della baia a Bay Ridge risaliva la costa fino a Gowanus, piegava a ovest dove Red Hook si allunga nelle acque e poi puntava di nuovo a nord, verso la collina degli Heights. Questi nomi […] appartengono a quartieri di Brooklyn.» [3]

Bay Ridge è il quartiere in cui Selby è cresciuto e in cui sicuramente ha visto ciò che ha raccontato in quel romanzo che fa della periferia, del punto più estremo della città di New York, il luogo disperato in cui giovani e meno giovani passano la propria esistenza tra tossicodipendenze, furti, risse e stupri di gruppo. 

Come suggerisce Cognetti, «bisognerebbe riuscire a immaginare che cos’era New York in quegli anni» [4]. Certo, gli Stati Uniti hanno vinto una guerra e l’economia del paese è in crescita ma, dopo la Depressione, la città, il centro urbano, sede elettiva della modernità, non è il luogo più opportuno in cui sedimentare sogni, desideri e progetti. New York assume tratti di disperazione conturbante e melanconica. È una città «sporca, violenta, piena di vagabondi e delinquenti» [5]. Ecco che allora occorre spostarsi: se New York ora si spopola, a circa un’ora di treno da Manhattan nascono sobborghi, villette con giardini e steccati rigorosamente bianchi in cui provare a dar il via al piccolo e borghesissimo sogno americano da famigliola felice. 
La periferia di Bay Ridge diventa un cumulo di fabbriconi, di cantieri e di case popolari e anche il porto, prima motore nevralgico dell’economia newyorkese, è ormai abitato solo da topi e da barboni:

«La città degli anni Cinquanta è un cantiere, non più la New York che fu nel primo Novecento, non ancora quella che sarà» [6].

È ancora Cognetti che sottolinea quanto tutti questi aspetti sociali, culturali e, si è visto, urbanistici, sono sì riscontrabili dai dati dei censimenti e dai piani catastali, ma per capire, o, meglio, «provare come si sta in un posto in una certa epoca» [7] è più fecondamente critico entrare nel campo della letteratura. E gli anni Cinquanta per la letteratura newyorkese segnano davvero un periodo d’oro, nel quale tanti romanzi, racconti, raccolte poetiche rifrangono il clima di un’epoca: Cheever, Malamud, Capote, Ginsberg, Kerouac.

Ma chi sono gli abitanti di queste New York squallida, disperatamente proletaria ma indiscutibilmente affascinante? Nelle bettole di quartiere, nei cantieri e nelle case popolari, nei fabbriconi, per citare Testori, si muovono prostitute e prostituti, drogati, ladri e delinquenti, operai in sciopero, travestiti e invertiti sempre accompagnati da benzedrina, coltelli e fiumi di alcool. Tra risse con poliziotti, litigi famigliari, pestaggi di omosessuali e stupri di gruppo, la disperata vitalità dei ragazzi di Selby rimbomba nella pagina romanzesca con uno stile che riprende davvero il “sound del parlato” [8] (Arbasino), con una lingua «mimetica, traboccante di volgarità e colloquialismi, colorata dalle particolari inflessioni dei personaggi» [9].

Con una scrittura dura, cruda e martellante, l’autore racconta storie e storielle che sono lo specchio di un’epoca e di una parte di America spesso trascurata: «Selby occupa un posto di primo piano fra i romanzieri americani. Capire la sua opera significa capire il dolore profondo dell’America». [10]

Sia chiaro, il romanzo è per lettori dotati di stomaci forti. Violenze, pestaggi, sangue, sesso e droga in ogni dove, stupri di gruppi raccontati in ogni dettaglio e con uno stile che, privo di punteggiatura e caratterizzato da una prosa disturbata e disturbante, può risultare illeggibile per molti lettori.

Detto questo, però, occorre sottolineare quanto l’intento autoriale non sia stato solamente quello di voler raccontare i pomeriggi scoperecci e strafatti di delinquenti e puttane di periferia. Il romanzo, infatti, non è assente da piccoli grandi momenti di miracolosa e pura felicità. Allo stupro di Tralala o all’uccisione del pedofilo omosessuale Harry fanno da contraltare momenti gioiosi quali la festa di un matrimonio in un bar, una serata di poesia nel salottino di una drag queen e la gioia di ragazzini per la prima motocicletta, ovviamente rubata. 

Lo sguardo di Selby spicca davvero per coraggio, per audacia e per amore della veridicità, di un mondo fatto di violenza e di traumi, ma non per questo primo di tenerezza e di piccoli instanti di serenità. 

A leggere il romanzo di Selby, però, una riflessione non priva di amarezza, conseguenza di un paradosso tutto contemporaneo. Ad oggi, che per fortuna i processi per oscenità non esistono più, come suggerisce anche Cognetti, «sembrano scomparsi anche gli scrittori che si spingono a guardare nell’osceno» [11]. Forse per un senso del pudore più forte, per un moralismo, o per un politically correct che sta assumendo sempre di più le derive di un perbenismo dilagante, ad oggi nessuno, e non sia detto il contrario, scriverebbe un racconto – e nessuno lo pubblicherebbe – con protagonista Tralala, violentata e stuprata da decine di ubriachi che, tra schiamazzi e grida virili, decidono di imbrattarla di piscio sangue sperma. 

Ma diminuendo di gran lunga la violenza, anche il racconto che ha come protagonista Georgette, «frocia moderna» [12], che, gioioso, prende in bocca il sesso del bulletto italiano oggetto dei suoi desideri più sporchi, risulterebbe un po’ troppo spinto e sboccato.
Nel 2021 sembra di essere tornati un po’ a quegli anni Sessanta che non vollero dare ascolto al grido disperato di Selby.

Lasciando da parte questa considerazione, occorre dare ragione a Ginsberg, il quale ne era certo, il libro avrebbe avuto fortuna e il famoso grido, con buona pace dei moralismi, sarebbe stato ascoltato: «Questo libro esploderà sull’America come un’infernale granata arrugginita, e fra cent’anni verrà ancora letto avidamente» [13]

Per i prossimi cinquant’anni si dovrà attendere, ma è inutile negare che mezzo secolo dopo quel lontano 1964, il romanzo finalmente ripubblicato e con una nuova traduzione può essere presentato a giovani e giovanissimi lettori che potranno rimanere affascinati, e sconvolti, da una prosa di conturbante bellezza. 
Non è un caso che tra i tanti lettori fu Pier Vittorio Tondelli, autore del romanzo che darà il via ai disperati e rumorosi anni Ottanta, a riconoscere nel romanzo di Selby un modello. Ecco che Ultima uscita per Brooklyn è forse davvero il romanzo che più ha ispirato Altri libertini, non tanto per una questione di argomenti – i libertini americani sono di gran lunga più violenti, più disperati e più stronzi dei libertini che sfrecciano lungo le strade notturne di una campagna emiliana grassa e concimata –, quanto piuttosto per una questione di stile e, soprattutto, di morfologia di genere. Il romanzo di Selby, infatti, costruito da più racconti interconnessi tra loro, è modello primario per quel “romanzo a episodi” tondelliano che meglio ha saputo raccontare una generazione smarrita all’avvio di quel decennio che cambiò definitamente il volto problematico e multiforme di un’Italia ancora provinciale.

Alessandro Crea


[1] Così definiva Hubert Selby Jr. il suo Last exit to Brooklyn in un’intervista a Lou Reed nel 1989.
[2] Sulla questione relativa alla traduzione del titolo si rimanda a M. Testa, L’ultima uscita per Brooklyn è una sfida che parte dal titolo, in «La Stampa», 4 novembre 2017. L’articolo è disponibile online all’indirizzo https://www.edizionisur.it/sotto-il-vulcano/15-11-2017/lultima-uscita-brooklyn-sfida-parte-dal-titolo/
[3] Paolo Cognetti, Prefazione, in H. Selby Jr., Ultima uscita per Brooklyn, Edizioni Sur, Roma 2017, p.7
[4] Ivi, p. 9
[5] Ibidem
[6] Ibidem
[7] Ivi, p. 10
[8] A. Arbasino, L’Anonimo lombardo, Einaudi, Torino 1973, pp. 90-91
[9] M. Testa, L’ultima uscita per Brooklyn è una sfida che parte dal titolo, op. cit.
[10] «New York Times», cit. tratta dall’aletta editoriale del romanzo.
[11] P. Cognetti, Prefazione, in H. Selby Jr., Ultima uscita per Brooklyn, op. cit., p. 12
[12] H. Selby Jr., Ultima uscita per Brooklyn, op. cit., p. 33
[13] La cit. è tratta dalla quarta di copertina del romanzo.

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