La follia che spacca le zolle

Alda Merini in Sono nata il ventuno a primavera (Vuoto d’amore, 1991) spiega con il giorno di nascita la pazzia attribuitale in un appello al risveglio irruente della nuova stagione.

Fotografia di Manuel Monfredini

La nuova stagione spacca la terra e rompe il sonno invernale: non c’è transizione armonica e serena tra il tempo del gelo e il primo caldo, ma un’irruzione improvvisa, che non chiede il permesso per entrare. Gli equilibri naturali dell’inverno si capovolgono e il nuovo evade gli schemi precedenti. Questa è la primavera ed essa nella sua rottura con il vecchio è accolta come “folle”, come chi viene chiuso in manicomio perché non sembra più poter stare nei paradigmi della società. Alda Merini in questi non ci rientra più forse proprio perché è come la primavera, novità che rompe con il vecchio.

In Sono nata il ventuno a primavera, Merini cerca nella sua data di nascita – il giorno d’inizio della nuova stagione – una spiegazione alla pazzia che le hanno attribuito. Racconta la stessa autrice in un’intervista di Luciano Minerva: «Il 21 marzo è la festa mondiale della poesia, ma il 21 come inizio della primavera è un caso, primavera è folle perché è scriteriata, perché è generosa» [1]. Si dona senza misura come un adolescente al primo amore, deve ancora imparare a dosare le sue forze, ma il suo impulso disordinato non è maligno, quanto invece straordinariamente fertile.

«Non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta» [2]: la pazzia è scartata come erbaccia dal terreno, repressa come i deliri di uno psicopatico, quando invece in questo caso è un germoglio che, per dare vita, deve rompere il suo involucro. La tempesta che scatena è una forza rigeneratrice, che non può agire in silenzio, con calma. Simile ad un bambino che per nascere deve aprirsi la via nel corpo della madre e che con il suo arrivo sconvolge gli equilibri di un’intera famiglia, la nuova stagione non può che gridare la sua venuta, fare confusione. La vita, nascendo, si crea un posto che prima non esisteva e, perché lo faccia, tutto ciò che le è attorno deve cambiare disposizione: così ogni anno la primavera porta qualcosa che prima non c’era e che deve lottare per la sua affermazione. Alda Merini nasce «il ventuno a primavera» [3] e la pazzia che le attribuiscono è forse quella di un genio rispetto al quale il mondo attorno non ha ancora accordato la sua disposizione.

Proserpina, che secondo il mito riemerge dall’Ade a primavera, nel componimento della Merini guarda, «lieve», la pioggia «sui grossi frumenti gentili e piange sempre la sera» [4]: il temporale primaverile porta trambusto, ma la sua acqua nutre piante ed erba e dietro le lacrime della donna non c’è tristezza, ma commozione. Il cambiamento impetuoso si rivela essere nutrimento per il mondo e la transizione violenta porta un equilibrio nuovo e più fecondo per l’ordine naturale. In manicomio Alda Merini dice di aver «vissuto come una sequenza catartica, di purificazione» [5]: una malattia psichiatrica miracolosamente rientrata, che è valsa alla scrittrice un’esperienza capitale della sua vita. Ecco dunque lacrime che non compatiscono una distruzione avvenuta, ma celebrano con la commozione un cambiamento in atto, con una forte speranza per il domani.

La primavera è, quindi, festa, sagra, perché la spaccatura porta respiro, la rottura apre alla vita e nessuna gioia così fertile arriva senza far rumore. La natura celebra una rinascita portata a battesimo dalla follia positiva, creatrice: così anche l’artista non crea nell’ordine, ma nel caos a cui cercherà solo dopo di dare una regola. Non ci si spaventi, dunque, davanti all’imprevisto che sconvolge i paradigmi a cui l’inverno ha abituato: così riparte ogni anno la natura, così hanno origine in ogni momento vita e arte.

Alice Dusso


[1] Alda Merini, intervista a cura di Luciano Minerva, dicembre 2006, Milano, riportata in http://spettinata-spettinata.blogspot.com/2012/01/i-poeti-lavorano-di-notte-intervista-ad.html.
[2] A. Merini, Sono nata il ventuno a primavera, Vuoto d’amore, Einaudi, 1991.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] A. Merini, intervista a cura di Luciano Minerva.

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