Ornitologia elettrica: Bird Concerto with Pianosong di Jonathan Harvey

Fotografia di Valentina Steffenoni

Il tepore della primavera californiana risveglia il canto degli uccelli. In lontananza il pianoforte di Jonathan Harvey si intreccia con la loro voce, in un gioco di imitazione e dialogo.

Il compositore Jonathan Harvey (1939 – 2012), inglese all’anagrafe, appare musicalmente molto più legato all’ambiente musicale francese del secondo novecento. Dopo aver studiato con alcuni dei migliori compositori di Sua Maestà, nel 1980 si sposta a Parigi su invito di Pierre Boulez che lo chiama a lavorare all’IRCAM, pioneristico centro di ricerca sulla produzione musicale mediante mezzi informatici ed elettronici.

La musica di Harvey non è debitrice solo della corrente strutturalista e serialista del novecento francese, ma recepisce un ventaglio più ampio di influenze, che va da Olivier Messiaen agli spettralisti. Tuttavia il compositore britannico mitiga alcuni degli aspetti più spinosi dell’avanguardia ponendo al centro della sua ricerca musicale una costante attenzione per la cantabilità.

L’eredità di Messiaen è raccolta nel pezzo Bird Concerto with Pianosong (2001). Si tratta di un’originale rivisitazione della tradizionale forma del concerto per pianoforte e orchestra. La struttura consueta prevede un dialogo serrato fra il solista (il pianoforte) e il resto dell’orchestra in una sorta di rapporto dialettico e gerarchico dove il singolo si staglia con la sua individualità su un grande sfondo colletivo. Nel brano di Harvey i rapporti non solo sono totalmente scombinati, poichè c’è ancora dialogo senza più gerarchia, ma si inserisce un terzo elemento, il canto degli uccelli, riprodotto su una traccia pre-registrata. Si tratta di richiami di 40 specie di volatili presenti in California, il luogo dove il compositore ha iniziato la scrittura del pezzo.

La scelta del canto degli uccelli risente quindi della lezione del grande compositore-ornitologo Messiaen ma viene declinata in una formula originale e personale. Il canto non è più riprodotto semplicemente dagli strumenti usati a imitazione del suono naturale ma sul suono registrato si innestano le figure musicali proposte dagli strumenti che commentano e rielaborano le idee tematiche presenti nei richiami degli uccelli.

Gli strumenti acustici trasformano il materiale originario più che riprodurlo come avveniva in Massiaen. Il principio della mutazione è radicale e investe persino il suono pre-registrato. Al pianista è richiesta non solo l’esecuzione della complessa parte solistica ma anche di alternarsi alla tastiera elettronica manipolando le frequenze del nastro registrato.

A muovere Harvey verso queste scelte è l’attento ascolto del canto degli uccelli che alle orecchie del compositore inglese rivela un’affinità elettiva con i procedimenti della musica elettronica, metabolizzati durante il periodo all’IRCAM.

La nutrita orchestra sinfonica a disposizione del compositore (comprendente addirittura una fisarmonica) non è mai sfruttata in modo massiccio, distaccandosi così dal gigantismo orchestrale tipico dei francesi. Harvey opta per un raffinato uso del suono cameristico dell’orchestra, giocato su dettagli e le sfumature.  Il discorso musicale che ne deriva da vita a un grande microcosmo sonoro, delineando un affascinante spazio acustico, vero marchio di fabbrica dello stile di Harvey.

Il superamento di una lunga tradizione di imitazione del canto degli uccelli (risalente all’epoca rinascimentale e barocca) è evidente anche dal titolo che racchiude una vena ironica. Non è un semplice concerto per Piano ma un Bird Concerto mentre i richiami (in inglese Birdsong) sono quelli della tastiera (Pianosong). L’elemento naturale diventa l’elemento strutturale attorno al quale si coagula l’invenzione musicale.

Il fenomeno ornitologico non è semplicemente esibito ma a sua volta risente del contatto con il mondo artificiale degli strumenti e dell’elettronica. Il grande flusso sonoro creato da Harvey catapulta l’ascoltatore in un mondo di sensazioni e di profumi che assume la dirompenza selvaggia della primavera.

Mattia Sonzogni

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