La profezia su Narciso

Fotografia di Manuel Monfredini

Il veneziano Giulio Carpioni si forma alla scuola del Padovanino, dove studia le opere di Tiziano. Tra il 1670 e il 1675, pochi anni prima della sua morte nel 1678, dipinge L’indovino Tiresia e Narciso bambino, nel quale viene rappresentato uno dei vaticini più drammatici della mitologia classica.

Narciso, uno dei più importanti personaggi della mitologia classica, nasce dall’unione tra Liriope, una delle ninfe delle acque dolci, e il fiume Cefiso. Il giorno stesso del parto, Liriope interroga l’anziano e cieco indovino Tiresia riguardo le probabilità del piccolo Narciso di giungere alla vecchiaia. L’indovino le risponde che il bambino vivrà finché non conoscerà sé stesso, in particolare, finché non vedrà la propria immagine.

Giulio Carpioni, pittore e incisore nato a Venezia intorno al 1613, ambienta l’incontro tra Liriope e Tiresia all’interno di un tempio. Liriope viene raffigurata visibilmente sofferente e atterrita di fronte alla terribile predizione: il volto della donna, incredibilmente espressivo, è volto verso il cieco; il corpo formoso è curvo su quello del piccolo Narciso come se volesse fargli da scudo contro il fato crudele che lo aspetta. L’anziano Tiresia, raffigurato con una lunga e incolta barba bianca, nel predire l’orrenda sorte del neonato volge la testa verso l’alto, quasi riuscisse a visualizzare la sua stessa profezia. Vi sono, inoltre, tre personaggi ad assistere al vaticinio: due uomini e una donna. I tre soggetti osservano con curiosità la scena, ma sembrano essere anche piuttosto pensierosi.

Liriope, atterrita, provvede a far sparire dalla propria dimora tutto ciò che potesse costituire una superficie riflettente, decisa ad ostacolare il fato crudele. Ma quest’ultimo non si fa attendere: a sedici anni, Narciso, durante una solitaria battuta di caccia, si avvicina a un lago per dissetarsi. Una volta chinatosi per bere, vede per la prima volta la propria immagine riflessa nelle acque cristalline del lago. Rimane talmente colpito dalla bellezza di quel riflesso, che altro non è che sé stesso, da innamorarsi perdutamente, arrivando a pensare che dall’altra parte dell’acqua ci sia un altro giovane. Desideroso di raggiungerlo, Narciso cade nel lago e affoga, realizzando così la tragica predizione di Tiresia.

La narrazione più canonica di questo mito, che si dice dovesse servire come raccomandazione e monito ai giovani contro la vanità, è contenuta all’interno delle Metamorfosi di Ovidio.

Giulio Carpioni è solito dipingere episodi appartenenti alla mitologia classica. Particolarmente interessante è la scelta di raffigurare proprio momento della profezia, piuttosto che il compimento della terribile sorte del fanciullo, sopratutto perché, se la narrazione di questo mito appare da secoli suggestiva, raffigurarlo diventa piuttosto ambiguo, in quanto la scena del vaticinio potrebbe essere facilmente confondibile con la Presentazione al Tempio di Gesù, dove l’anziano Simeone predice il destino del Bambino e la sofferenza di sua madre, Maria. Ancor più particolare è il fatto che Giulio Carpioni sia uno dei pochi pittori che decide di raffigurare il vaticinio anziché la canonica morte di Narciso, raffigurata, tra i più grandi, da Caravaggio e Waterhouse.

Nonostante l’identità del committente rimanga sconosciuta, si può pensare che Giulio Carpioni abbia deciso di rappresentare proprio questo momento in quanto cruciale per la vita del neonato, come se nella profezia di Tiresia fossero già racchiuse la sua storia il suo terribile fato.

Elena Grecchi

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