L’Italia vacante: storia di un Paese in guerra e in ferie

In La vacanza (Lerici, 1962) Dacia Maraini racconta le ferie italiane durante la guerra mondiale e i primi approcci all’amore della giovane Anna.

Fotografia di Alexander Krivitskiy

Sotto le scie degli aerei militari che attraversano una Roma ancora per metà fascista corre la motocicletta di Aldo, papà di Anna e Giovanni, che preleva in fretta i figli dal collegio per raggiungere insieme a loro la costa. I tre non scappano dai bombardamenti, ma corrono in riviera per le ferie: lì Aldo e Nina, la “nuova mamma” dei bambini, vivono in una casa poco lontana dagli stabilimenti balneari. «Il vento portava a folate lo strepito delle motociclette e le voci dei bagni Savoia. Ogni tanto l’aria veniva scossa dal rombo degli aerei» [1]. La vita accanto ai lidi sa di tuffi salati in mare e pennichelle al sole: in quell’estate del ’43 i rimbombi dei caccia degli Alleati sono solo un ronzio passeggero.

Una appena ventitreenne Dacia Maraini introduce con quest’immagine il viaggio in un’Italia che è una parentesi chiusa fuori dalla Grande Storia, che a pochi chilometri dal paese di mare si sta disputando tra alleanze e armi. «Si sta bene qui. La guerra è lontana. Non si sente che l’odore del mare e di questa crema al limone» [2] afferma la signora Pompei, amica di Aldo e Nina. Quella di La vacanza è un’Italia in pausa dalla realtà della guerra civile e mondiale: mentre i conflitti dividono la penisola tra Fascisti a nord e Alleati a sud, sotto gli ombrelloni “Savoia” Anna sperimenta la sua adolescenza e le prime intimità con il suo corpo.

La ragazza scruta le forme della matrigna Nina e scopre il desiderio che i maschi provano nei confronti delle sue, stuzzica le loro perversioni. Davanti ad Armando, figlio dei Pompei, non avrà molte remore a spogliarsi, quasi per studiare la reazione di lui, il suo contorcersi mentre lei assiste passiva. L’innocenza infantile la lascia presto quando si trova ad avere a che fare con i cugini Scanno, clienti dello stabilimento balneare fin troppo maturi per allungare occhi e mani su una ragazzina. Anna tra ingenuità e tacita complicità si lascia trasportare dalle avances di uno dei due, Gioacchino, fino all’aria densa e umida del suo appartamento, dove si sbottonerà il vestito per l’uomo, incapace di farlo da sé perché troppo incredulo e tremante davanti a quel corpo così giovane.

«Gettai lontana la sottoveste e rimasi nuda. Osservavo quel viso goffo e smelato che impallidiva, prendeva una espressione di dolore e di piacere, contraeva rughe e labbra come un mollusco. Mi chiedevo se quello era l’amore. Che pure volevo conoscere. Come con Armando: la contorsione e lo spasimo da una parte, dall’altra la nudità passiva e arida. Doveva pur esserci qualcos’altro, ma cosa?» [3].

Anna indaga l’amore e la sessualità con l’incuranza di chi concede il proprio corpo per prova, come se osservasse da fuori cosa le accade. Non conosce ancora il valore di questo, ma è incuriosita dall’attrazione che riesce a innescare. Distaccata e indolente, scopre la sua femminilità quasi subendola, placidamente sospesa in un periodo di vuoto, di vacanza appunto, dal collegio e dalle responsabilità.

I mesi in riviera sono per Anna la tregua che anche l’Italia chiede: la prima dal severo controllo delle suore del convitto, la seconda dal continuo strazio al quale le lotte interne ed esterne la costringono. Entrambe conoscono cosa le aspetta al ritorno in città, ma si lasciano cullare inerti da giugno ad agosto, sorde ai richiami. Non c’è progressione in una narrazione che è un intervallo nella storia, e che si concluderà nello stesso punto in cui questa è stata interrotta, con la motocicletta di Aldo sotto il collegio, questa volta per riconsegnare i figli alle suore.

Tra le pagine de La vacanza si trova un’Italia lontana dall’eroismo dei partigiani in guerra: è un Paese che nella pausa estiva concede a degli squallidi imprenditori attempati di confondere nella testa di una ragazzina disgustose pulsioni sessuali con gesti di amore, mentre chi sta attorno a loro guarda dall’altra parte. Tutto è concesso purché nei limiti temporali della vacanza che, come sottolinea l’autrice nella premessa alla nuova edizione, non è intesa «nel senso di uno svago o di un viaggio festoso, bensì di un vuoto: un vuoto che le faceva torcere il collo in un gesto dolente di ricerca: chi e che cosa c’era al di là della porta, al di là della strada, al di là del fiume, al di là della città? Qualcosa di sensato per cui valesse la pena sacrificarsi, oppure solo pena e confusione?» [4]. Dacia Maraini esplora questa dimensione sospesa di Italia, svelando gli anfratti e i meandri dove spesso ci si nasconde in ricerca chi di un “oltre”, chi di una fuga.

Alice Dusso


[1] Dacia Maraini, La vacanza, Einaudi, Torino 1998, p. 15.
[2] Ivi, p. 61.
[3] Ivi, p. 52.
[4] Ivi, p. VI.

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