We insist! Max Roach e il suo inno alla libertà

Fotografia di Filippo Ilderico

Per gli Stati Uniti gli anni ‘60 rappresentano un periodo di profondo mutamento sociale, caratterizzato dalla lotta contro la discriminazione razziale e l’emancipazione del popolo afro-americano. Tra i tanti che lottano c’è il batterista Max Roach: per lui la musica è anche strumento di contestazione politica e di difesa della parità dei diritti. L’album We Insinst! Freedom Now Suite ne è un chiaro esempio.

“Le masse nere stanno marciando alla ribalta della storia reclamando la loro libertà: ora!”. Queste parole dell’attivista A.P. Randolph, utilizzate dal critico Nat Hentoff per il retro di copertina di We Insinst! Freedom Now Suite (1960), esprimono chiaramente l’intento di Max Roach: un’opera volta alla celebrazione e alla difesa del popolo africano e che mostri all’ascoltatore come antiche forme di schiavitù, seppur in forme diverse, seguitino ancora a perpetuarsi. Pubblicato dalla coraggiosa etichetta Candid Records con una copertina chiaramente provocatoria – un barista bianco che serve al banco tre uomini neri – questo album nasce dalla collaborazione tra Oscar Brown, Jr e il batterista Max Roach che ha poi assunto il pieno controllo del progetto.

Talentuoso già all’eta di 19 anni (esordisce nel ‘43 al fianco di Coleman Hawkins), Max Roach è stato un rivoluzionario non solo dal punto di vista musicale (con Conversation si deve a lui il primo brano per sola batteria e la capacità di porre l’enfasi sulle possibilità melodiche dello strumento) ma anche dal punto di vista discografico: fonda infatti, con il contrabbassista Charles Mingus, l’etichetta indipendente Debut, uno scandalo per i bianchi del tempo.

Per il suo progetto Max Roach chiama artisti di alto calibro; tra i tanti spiccano il sassofonista Coleman Hawkins, il percussionista Michael Olatunji, il trombettista Booker Little e non ultima la moglie di Roach, Abbey Lincoln. Quest’ultima, con le sue doti interpretative indiscusse e la voce calda e tagliente contribuisce a rendere l’album un capolavoro di grande intensità emotiva. Nella suite si alternano toni accorati, declamatori, di denuncia, di esaltazione del popolo africano , e i cinque “quadri” presentati mostrano scorci differenti sia per sonorità e arrangiamento che per tematiche (dalle condizioni dei neri nelle piantagioni di cotone alla vita segregata nella periferia delle città statunitensi).

Il brano di apertura è Driva Man (il sorvegliante), un blues in 5/4 dal testo straziante riguardo le punizioni, il lavoro massacrante e le violenze sessuali subite dalle schiave nere ad opera del padroni bianchi delle piantagioni. Qui i colpi percussivi richiamano il rumore di una frusta, e la morte è dipinta come unica speranza di fuga dalle quotidiane molestie. La successiva atmosfera presentata è quella di Freedom Day, una risposta al proclama di emancipazione di Abramo Lincoln del 1865. La trama musicale è intricata e variegata: primeggiano le stratificazioni ritmiche e gli assoli strumentali, mentre la voce impaziente della Lincoln rispecchia perfettamente il contenuto del testo.

Il climax emotivo si raggiunge nel duo voce-batteria del brano centrale, Triptych: Prayer/Protest/Peace, strutturato in 3 parti: la preghiera (ad opera dei popoli oppressi), l’urlata protesta (il più avanguardistico di tutto l’album) contro ogni forma sopraffazione e la pace, uno stato raggiungibile solo dopo aver lottato con tutte le forze per riappropriarsi della propria libertà.

Questa traccia costituisce un ponte tra le condizioni di schiavitù in America e quelle in Sud Africa, su cui si concentrano gli ultimi due brani. All Africa assume infatti toni di appartenenza e celebrazione del popolo africano. Il gioco di percussioni di Olatunji accompagna la fiera voce della Lincoln, che invita al riscatto e declama con orgoglio i nomi delle tribù del continente nero. L’originalissima e variegata suite termina con l’invettiva Tears for Johannesburg che riprende alcuni elementi del brano di apertura (tra cui il tempo in 5/4), e si scaglia – ancora una volta grazie alla voce della Lincoln, adesso cruda e indignata – contro l’Apartheid in Sud Africa.

Dotato di grande umanità e protagonista attivo di quel movimento politico anti-razzista di cui il jazz si era fatto portatore già sul finire degli anni ’50, Max Roach ha compiuto un gesto significativo in un momento storico decisivo e fondamentale. Qualcosa si stava muovendo; Roach e i suoi compagni di viaggio lo avevano intuito, e con urla, commoventi melodie, improvvisazioni collettive, originali arrangiamenti e ammirevole coraggio, hanno convenuto che indignarsi e dar voce ai pensieri del loro popolo poteva essere un modo per incitare al riscatto, urlando ancora una volta e senza tregua “We insist!”.

Eleonora Gioveni

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