La condanna d’amore: il ruolo del fuoco nel romanzo Jane Eyre

Nel 1847 Charlotte Bronte pubblica il romanzo Jane Eyre, dando vita ad una delle prime figure femministe della storia: ad abbracciare il testo, l’immagine del fuoco nella sua duplice rappresentazione di distruzione e unione.

E’ comune reazione, dinnanzi alla fiamma, percepire concetti opposti generati dall’atmosfera regalata: mentre un falò o un caminetto sviluppano nel loro spettatore un senso di protezione e familiarità, il mero fuoco scaturisce il terrore legato all’idea del dolore.

L’elemento del fuoco investe la trama del romanzo Jane Eyre firmato dalla mano di Charlotte Brönte, soffiando caldamente sul rapporto tra l’omonima protagonista e il controverso Rochester. Quasi fin da subito, i due personaggi si scontrano in una serie di scene cariche di elettricità, senza far mancare lievi sospiri di suggerimenti passionali. Tale rapporto avverso ma indistruttibile carica già di per sé la controversa storia d’amore sulla quale ruota il romanzo, regalando al lettore attento scintille di piacere e dialoghi avvincenti. Nasce così uno scambio di battute e atmosfere calde, le quali tendono a ribollire di tensioni sotto ogni punto di vista, alzando metaforicamente la temperatura di ogni singolo momento condiviso dai due personaggi principali.

Ma il fuoco diviene anche una presenza reale e concreta all’interno del testo. Come primo e banale esempio, basti considerare il ventiseiesimo capitolo del romanzo, nel quale Jane entra in contatto visivo per la prima volta con la segregata e folle moglie di Rochester, Bertha. All’interno di questa particolare scena, mentre la domestica destinata ad occuparsi della prigioniera prepara una zuppa su di un fuoco, Bertha si avventa selvaggiamente contro il marito, mostrando il suo focoso impulso animale.

Il momento più intenso si avvera proprio verso la fine della storia: difatti, Bertha appiccherà un incendio per vendicarsi della sua condizione costretta. L’incidente domestico designerà contemporaneamente perdita e vittoria: da una parte la dimora di Rochester ne subirà le evidenti conseguenze e lo stesso proprietario verrà condannato ad invalidità permanente, perdendo la mano e vivendo come mutilato. Al tempo stesso, però, l’handicap risultato permetterà a Rochester di abbandonare la sua eccessiva arroganza legata soprattutto al suo precedente aspetto fisico, permettendogli di abbracciare una nuova umiltà al fine di trovare nella brillante Jane Eyre forse l’unica vera fiamma che abbia conosciuto: quella di un amore incondizionato e scisso da regole estetiche.

Manuela Spinelli

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