«Un moderno Robinson Crusoe»: Arturo e la sua isola

«Nonostante la nostra agiatezza, vivevamo come selvaggi: sempre in vacanza. E le mie giornate di vagabondaggio, soprattutto durante le lunghe assenze di mio padre, ignoravano qualsiasi norma e orario. Soltanto la fame e il sonno sognavano l’ora di tornare a casa». Sono le parole di Arturo Gerace, il protagonista del secondo romanzo di Elsa Morante, L’isola di Arturo, pubblicato nel 1957.

Il romanzo, narrato in prima persona da un Arturo ormai quasi adulto, costituisce quelle che sono le Memorie di un fanciullo, proprio come sottolinea il sottotitolo del romanzo einaudiano.

Elsa Morante, in occasione della vittoria del Premio Strega, afferma come abbia voluto scrivere una storia che somigli il più possibile a quella di Robinson Crusoe: la storia di un ragazzo che scopre per la prima volta tutte le cose più belle e più brutte della vita.

Sono gli anni Trenta, Arturo è un ragazzino orfano di madre che passa le sue giornate vagabondando sull’isola senza parlare con nessuno. Sognatore e orgoglioso, vive con la speranza di diventare un eroe: proprio come quelli incontrati nei suoi libri, nelle sue storie.

Proprio come un moderno Robinson Crusoe, capostipite del romanzo di formazione ed emblema dell’individuo moderno, Arturo ha pochissimi contatti con gli isolani: l’unica sua compagna è una cagnolina di nome Immacolatella, con la quale vive quasi in simbiosi. Abita in un palazzo decaduto, la casa dei Guaglioni, ma la sua vera dimora è la natura incontaminata dell’isola di Procida.

L’isola costituisce per Arturo un mondo d’oro, un paradiso felice. Concepisce la solitudine come la sua unica possibilità di vita e solamente nell’essere solo è realmente appagato. Arturo, ragazzo dal nome di una stella, passa le sue giornate in un’isola che ormai, per lui, non ha più segreti.

Per il protagonista del romanzo di Elsa Morante non esistono vestiti: si accontenta di andare in giro in mutande durante l’estate, mentre nei mesi più freddi si copre con un semplice maglione rattoppato ma che, essendo di suo padre, idolo indiscusso del figlio e figura circondata da un’aurea quasi leggendaria, rappresenta per lui un’armatura.

Wilhelm – è questo il nome del padre di Arturo – è sempre in viaggio e i suoi mitici ritorni, paradossalmente, rendono davvero solitaria la vita di Arturo. Per la maggior parte del tempo, infatti, Arturo è da solo ma sa che il padre è in giro per il mondo a fare viaggi che assomigliano alle esplorazioni leggendarie che il giovane ragazzo legge nei libri di avventure. Il padre è un eroe, una figura mitica. A volte ritorna a casa, certo, ma la felicità di Arturo insieme al padre dura il tempo di un tuffo nei golfi di Procida, di una camminata insieme o di una battuta di caccia: poco tempo dopo, infatti, Wilhelm è costretto a ripartire e, nonostante la vita serena di Arturo nella sua solitudine, è innegabile che la partenza del padre sia circondata da un po’ di malinconia e malumore.

Nonostante ciò, la vita per lui è promessa solo di imprese e di libertà assoluta. Non concepisce l’idea di denaro e, per i beni indispensabili, c’è il baratto. La sua è un’isola quasi lontana dal tempo e dal rumore delle grandi città. I contatti con gli esseri umani sono davvero pochi e, proprio per questo, i personaggi principali del romanzo si limitano ad essere quelli che costituiscono un nucleo familiare.

Solo e abbandonato per scelta ma felice nel suo equilibrio solitario, Arturo concepisce il mondo intero all’interno della sua isola: non frequenta le scuole, non ha contatti con ragazzi della sua età e, quasi egoisticamente, crede che la normalità sia questa. Nei suoi occhi non c’è la voglia di scoprire il mondo, di guardare al di là dell’isola, di crescere: la ricerca dell’altrove arriverà poi, quando il suo equilibrio verrà distrutto dall’arrivo di Nunziatella, la nuova moglie del padre.

È proprio questo personaggio, che, con la sua antichità puerile, quasi sottovoce e senza far rumore, entrerà nella vita di Arturo annientando quello che da alcuni critici viene definito il «virile reame paterno» che circonda l’isola e la vita del ragazzo. La giovane ragazza napoletana, infatti, distruggerà tutte le certezze di Arturo: la sua solitudine, la sua fierezza, il suo individualismo e anche la sua infanzia, forse.

Sarà negli occhi di Nunz – è così che la ragazza verrà chiamata dal protagonista del romanzo morantiano – che Arturo leggerà la voglia di crescere, di andare oltre: nonostante le dure lezioni che tutte le crescite e le formazioni portano con sé. È la presenza di Nunz, infatti, che darà ad Arturo la lezione più amara: quel «virile reame paterno» non è altro che una gabbia d’oro abitata da piccole e grandi parodie. Il padre ne è l’esempio più rilevante e, per Arturo, il più doloroso.

Alessandro Crea

 

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