Giovanni Segantini: perdita e scoperta di un’identità

La vicenda quanto mai bizzarra di Giovanni Segantini ha fatto sì che l’artista riuscisse a creare una rappresentazione di soggetti semplici e quotidiani, che è impossibile ritrovare in qualunque altro artista o qualsivoglia altra corrente pittorica di quegli stessi anni.

La sua è una ricerca individuale, ma non per personale volontà di staccarsi e andare contro corrente bensì per un’impossibilità di confrontarsi e di conoscere, dovuta all’essersi ritrovato privo di un’identità.
 Giovanni Segantini nasce ad Arco di Treno e rimane presto orfano di madre nonché abbandonato dal padre. A otto anni, straccia i suoi documenti austriaci nella casa della sorella a Milano e nel frattempo non otterrà mai la cittadinanza italiana.

Privo di documenti e cacciato dalla sorella viene internato in riformatorio dove al posto di riparare scarpe si intrattiene con la pittura.
Inizia così un percorso quasi interamente da autodidatta, che lo porta presto ad abbandonare la Milano della Scapigliatura per intraprendere una strada individuale e spirituale di immersione nella natura. L’artista è inoltre semi analfabeta, come dimostrano le sue lettere. Sarà la compagna della sua vita, Bice, a leggere per lui. Nella sua opera possiamo individuare un solo punto di contatto con le correnti artistiche del suo tempo: la tecnica divisionista alla ricerca della luce, derivatagli dal confronto con Gaetano Previati.

Per quanto concerne invece i soggetti dei suoi quadri, mucche, contadine in tradizionali costumi tirolesi e soprattutto le imponenti montagne dell’Engadina, essi possono sì essere associati al Naturalismo della francese scuola di Barbizon e alla rappresentazione dell’umile vita contadina operata da Millet, ma solo da un punto di vista contenutistico. Il trattamento delle figure infatti è del tutto peculiare e legato alla profonda connessione dell’autore con la natura. Una natura nella quale egli si isola per giorni per comprenderne la simbologia.

Man mano che dipinge i monti infatti Segantini inizia a modificarne i profili, creando una pittura sempre meno realista e sempre più lontana da quella di Millet. Inoltre, se il francese mira a rappresentare la fatica della vita agricola, le contadine e i lavoratori di Giovanni sembrano tutti sereni: pur trainando l’aratro o zappando la terra, essi non fanno fatica. I volti sono armonici e contemplando i dipinti la sensazione è quella di un uomo tutt’uno con la natura che lo avvolge. Il tempo stesso sembra ovattato e mollemente fermo, disteso, simbolico.

Nella sua ultima fase pittorica il simbolismo si estremizza e perde sempre più contatto con il reale: egli arriva addirittura a collocare nella neve dei Grigioni, angeli e figure allegoriche di donne-madri dai capelli rossi in preda a pene simil-infernali. Sono gli anni di sviluppo del Simbolismo ma Segantini è quasi del tutto ignaro di ciò: essendo privo di documenti infatti egli non poteva viaggiare e conoscere i fermenti artistici e culturali che agitavano il resto dell’Europa. Non solo: essendo per metà analfabeta egli faticava a intrattenere rapporti epistolari che lo potessero illuminare sulle correnti di pensiero del tempo.

I suoi ultimi quadri, quali il ciclo delle Madri lussuriose e delle Cattive madri, derivano nuovamente dall’individualità dell’artista: la punizione della donna che abbandona il figlio sgorga dal tragico vissuto infantile, L’angelo alla fonte della vita dal costante affanno di ritrovare un luogo di appartenenza e una serenità familiare.

In realtà non sono neanche necessarie le creature fantastiche per esprimere questa personale ricerca. Ave Maria in Trasbordo – quadro che risale ai primi anni di pittura – contiene già in nuce l’individualità di Giovanni. La Maria che stringe al petto Gesù è evidentemente una mamma che protegge il figlio, bloccata in un momento simbolicamente perfetto. Un momento di armonia con l’elemento naturale del gregge di pecore e con il resto dell’ambiente. Lo sfondo è quasi assente, dominato quasi esclusivamente dalla luce. Ed è proprio la luce a svolgere qui il ruolo simbolico: essa avvolge l’imbarcazione in un’aura quasi innaturale ma allo stesso tempo massimamente armonica.

Alla fine della sua vita sembra presentarsi l’occasione di uscire da quel suo isolamento: esporre all’EXPO di Parigi del 1900 per rappresentare l’Engadina. Segantini non fa in tempo a terminare il suo ambizioso progetto perché si spegne prima di potersi recare in Francia: un viaggio che forse gli avrebbe consentito il riconoscimento e il confronto con il contemporaneo mondo artistico.

Anna Nicolini

 

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