Allucinazione e Fanfara: la Prima Sinfonia di Mahler

Confine boemo – moravo, 1865 circa. Un Bambino che si è perso durante una battuta di caccia con il padre cammina in un bosco ai margini di un villaggio. Lo cerca in lungo e in largo ma non lo trova. Nel vagabondare affannoso per il bosco si ritrova immerso in un curioso mondo sonoro: il vento che soffia fra gli alberi; il canto degli uccelli; in lontananza le fanfare militari…

Il nome di quel bambino è Gustav Mahler e in vita sarà uno dei più celebrati direttori d’orchestra, in morte diventerà uno dei sinfonisti più eseguiti al mondo: le sue nove sinfonie, infatti, avranno fama soltanto postuma.

Quella scena d’infanzia ritorna nella mente di Gustav quando, poco meno che venticinquenne, mette mano alla sua Prima sinfonia, conosciuta con il nome Der Titan (Il Titano), dal titolo di un omonimo romanzo di Jean Paul al quale Mahler si ispirò durante la composizione della sinfonia.

Il primo movimento delinea un grande spazio sonoro dove i ricordi del Mahler bambino ritornano trasfigurati in una sorta di percezione ampliata delle cose. Dal nulla emergono poco alla volta piccoli frammenti musicali che unendosi fra di loro danno origine a una fragorosa fanfara. Ma il ricordo non è semplicemente idillico, avvertiamo che nell’individualità del compositore si è rotto qualcosa, l’infanzia è ricordata con distacco. La sensibilità con cui Mahler filtra il mondo è malata, angosciata, velata di una malinconia che sfocia nel grottesco travestito da tragico. Il titolo della sinfonia farebbe presagire una incrollabile dichiarazione di fiducia nelle potenzialità dell’individuo, ma il titano che ci troviamo di fronte sembra invece aver perso la sua aurea invincibile. La spinta propulsiva del sinfonismo beethoveniano è giunta alla sua fine. Il ricordo diventa un’allucinazione. Nel secondo movimento una danza popolare austriaca viene variata in un modo sempre più sinistro.

Il terzo movimento si apre ancora idealmente in un bosco ma la scena che ci troviamo di fronte è paradossale. Il tema iniziale non è altro che la versione in minore della canzone popolare Fra Martino campanaro, dormi tu?, un semplice canone che viene travestito via via di nuovi significati per sfociare in una marcia funebre. La musica si ispira a  un’incisione, riportata su un libro di fiabe, in cui gli animali accompagnano il cacciatore alla tomba. La musica cresce ancora per sfociare in una spettrale danza zigana. La tipica situazione romantica dell’eroe vittorioso e dell’individuo invincibile cade completamente in frantumi, ora trionfatore e succube si scambiano di ruolo. Ma in Mahler è ancora presente un residuo della cultura positivistica che, con un colpo di mano, si riprende la scena nel finale della sinfonia. Al termine del lungo movimento conclusivo, dal quale emergono i conflitti e la tormentata psicologia del giovane Mahler, ricompare la fanfara iniziale che suggella trionfalmente la composizione, con una dichiarazione perentoria di ottimismo.

La sinfonia sembra così scissa fra due poli: il titanismo e il vittimismo; la fiducia e la negatività; l’eleganza e il grottesco; la raffinatezza e la banalità; l’individuo e il mondo. Con la sua prima prova sinfonica Mahler intona il De profundis all’individualismo romantico-borghese del primo ottocento. Il compositore non è più il genio-demiurgo che plasma il mondo con piena fiducia nelle sue capacità artistiche ma un essere malato e sofferente, condannato ad avere una percezione dolorosa e conflittuale del mondo. La coscienza dell’artista ha perso la sua integrità e si è frammentata in una miriade di punti di vista. Il titano, a cui allude il titolo della composizione, non è più un eroe salvifico ma un organismo che si trascina a fatica a causa delle sue sproporzionate dimensioni. Nonostante ciò l’opera di Mahler appare come un’ultima, estrema affermazione della centralità del soggetto nella creazione artistica. La sinfonia diviene un diario autobiografico dei propri moti interiori, un disperato tentativo per cercare di dominare il Caos dei sentimenti. La sua musica ci restituisce l’immagine di un’individualità in bilico fra l’eroica fiducia del progresso e la titanica rassegnazione di fronte alla catastrofe.

Mattia Sonzogni

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