TULIPANO

Bulbo sedeva sul sedile posteriore. La schiena descriveva un arco perfetto, la maglietta bianca impregnata di sudore aderiva alle sue curve, al grasso sul ventre. Il volto, imbrunito dal sole, assumeva la sua tipica espressione accigliata e stupita. La mascella cadente: pareva, in tutto e per tutto, un tonto.

La strada correva con lui, paralleli osservatori l’uno dell’altro. Se Bulbo fosse stato in grado di aver grandi pensieri avrebbe trovato le montagne dure, scolpite rozzamente e la terra bruciata dal sole affini al suo spirito. Ma Bulbo non aveva grandi pensieri. Allora si limitò a una malinconica dolcezza. Saliva dal cuore, inspiegabile. La scacciò bruscamente accendendosi una sigaretta.

El Feo, al volante, era invece in stato di euforica agitazione. Ruppe il silenzio con un discorso nato un paio di minuti prima nella sua testa: calva e liscia come un guscio d’ uovo.

-la borsa la portiamo là e là se la prendono loro. A noi che ce ne frega, ci facciamo ‘sti soldi e poi io finalmente me ne torno a casa. Tu, che ci fai con quel milione?

Bulbo grugnì qualcosa, ma quello non lo ascoltò. Aveva in mente troppi progetti di vita e altre piccolezze che Bulbo non avrebbe mai compreso. Non aveva né casa né famiglia a cui tornare, niente da capire.

Feo, che ne aveva viste di cose quando contrabbandava antidolorifici in Sudamerica, aveva compreso che una cosa nella vita era importante: sopravvivere. Cercava di arrangiarsi con piccole delinquenze quotidiane finché non si sentiva la coscienza così pesante da doversi costituire. Allora si faceva cogliere con le mani nel sacco mentre si riempiva le tasche di noccioline al supermercato, faceva cadere il gelato ai bambini,  non pagava il biglietto dell’autobus.

Bulbo, dal canto suo, non si sentiva più tanto vivo: un leggero senso di nausea s’impadroniva di lui, lentamente. S’asciugò col dorso della mano il sudore dalla fronte.

-Bulbo –  disse Feo. – la vita è un pendolo.

-Che?

-Un pendolo. Fa avanti e indietro. In questo momento noi ci siamo dentro, nel mezzo, quando per un attimo sfiora il centro. È assurdo essere proprio qui, noi due, adesso. Va che non succede mica tutti i giorni. Va che non dura.

-E che c’è nel mezzo?

-Come che c’è. La felicità.

Grugnito.

-Non sei felice da matti? Stiamo per fare il milione della nostra vita. Il salto di qualità. Non c’è nessun Dio dietro, non devi ringraziare nessuno per questo. Sei stato tu a buttarti nella mischia , tu a uscirne che quasi soffocavi, che quasi ci lasciavi la pelle. Invece no! Ci hai preso per il culo tutti! Chi se lo aspettava? Sei ancora vivo,  stasera più che mai, e mai più come stasera.

Le montagne sfilavano via come donne tristi, in alto s’incupivano.

Bulbo era in preda a ciò che con orrore viene chiamato rimorso di coscienza, ma lui non lo sapeva. Si godeva il vento che sul viso gli  frustava i capelli dando la colpa a quel luogo, così simile alla Sicilia della sua infanzia. Uscirono dalla provinciale e lentamente la città diradava, i palazzi si fecero più bassi, finché furono gruppi di casupole e vecchi casolari decadenti. Le strade asfaltate invece si fecero sempre più strette e sempre più polvere s’alzava al loro passaggio: l’asfalto sparì e il tutto si ridusse a un sentiero di terra battuta tra i campi avvizziti. Anche il giorno si allontanava. Il sole si lasciava cadere stanco oltre le montagne e il cielo cambiava colore; dall’azzurro splendente si scurì, toccando delicate sfumature di viola e addolcendosi in lunghe striature arancioni.

Bulbo non aveva aperto bocca per il resto del viaggio. Immaginava di approfittare della sosta con pisciata per fuggire. Avrebbe iniziato a correre ancora con le mani nelle mutande e avrebbe confuso la sua figura con i pini bassi e gli oleandri neri. L’aria salmastra nel naso, i muscoli tesi. E se ci avesse davvero provato? Feo avrebbe messo mano alla tasca interna della giacca? Feo avrebbe forse..?

Bulbo non faceva altro che sognare nella notte di Sicilia che è solo stelle, grilli e bestie scure. L’auto si fermò e fu allora che il cuore di Bulbo fece un tonfo, un tonfo enorme che avrebbe spaccato i timpani a chiunque nel raggio di chilometri e che invece fu impercettibile persino all’unico altro umano presente. Feo si grattò il mento. – è ora.

Due occhi ferini apparvero dal promontorio che li sovrastava. Due fanali gialli che male illuminavano il sentiero. Si avvicinarono, scendendo per i tornanti.

-È la tua occasione Bulbo, sarai uomo stasera.

Feo si strofinò le mani. C’era solo una domanda che Bulbo avrebbe voluto fare al compagno. Ma nessuna parola salì alla lingua. Si tastò i pantaloni in un gesto scaramantico. Fu allora che, sul lato destro della coscia, sentì qualcosa. Infilò la mano in tasca. Ferro freddo. C’era un campo di angurie tutt’intorno, ma da un lato e dall’altro della felicità, cosa c’era?

Bulbo impugnò la beretta e fece fuoco. Fece fuoco tutt’intorno a occhi chiusi, come in sogno. I cani ulularono, lontano. Gli spari risuonarono per tutto il campo; i fuochi per la festa della Madonna del ponte, in confronto, hanno sempre fatto meno rumore e meno paura .

Sugo rossastro spruzzò le carrozzerie delle due auto, pezzi freddi e dolci dei buoni meloni d’acqua insudiciarono la pelle scura di Bulbo che sentì il pendolo per un solo, terribile attimo sfiorare una gioia disumana per poi tornare ad oscillare tra l’infinita noia e la tristezza, fetida bestia. Il sudore gli colava dalla fronte e si univa al sangue confluendo come torrenti in un unico grande letto pulsante, sfociando nel mare delle infinite, irrealizzate, possibilità. Si accasciò, Bulbo. I cani ulularono un’ultima volta, lontano, dietro ai monti. Toccò ai grilli colmare il silenzio.

Racconto di Vanessa Morreale

Edito dall’Associazione Culturale Lampioni Aerei

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