ROSA MAIALINO

Opera di Irene Puglisi
Opera di Irene Puglisi

Un solitario e pallido raggio di sole illuminava il cuscino di fianco al mio, vuoto.  
Non avevo ancora iniziato a preparare la colazione, quando sentii Titan abbaiare in giardino. Guardando dalla finestra vidi Mathias, il figlio dei vicini, che aspettava impettito sull’uscio della mia porta: lo zainetto blu sulle spalle, l’uniforme della scuola ben stirata e fiera.  
“Ciao Julian.”  Porgendomi una busta rosa un po’ sgualcita senza mittente. 
“Non è tua, vero?”  
Scosse la testa. “Devo andare, se no arrivo in ritardo l’ultimo giorno. Arrivederci!” 
Rimasi sull’uscio della porta con la lettera tra le mani. La capovolsi e ricapovolsi cercando un nome, un indirizzo, una qualsiasi informazione. Niente, c’era solo quell’intenso rosa maialino.
Guardai l’orologio, ero un po’ in ritardo, se avessi voluto aprirla avrei dovuto farlo subito. 
Continuai a fissarla intonsa, rosa e nuda tra le mie mani. Non mi sono mai piaciute le sorprese o le cose impreviste, mi agitano, cambiano il giusto corso delle cose.   
Guardai l’orologio, si era fatto troppo tardi. Lasciai dell’acqua e del cibo nelle ciotole di Titan e uscii di casa al volo. La lettera sul tavolo della cucina. 
Lavorare nell’ufficio postale del mio paese natale non era mai stato il mio sogno. Quando ero giovane volevo trasferirmi a Parigi e studiare alla Sorbonne, anche se non sapevo cosa. Tutte le estati da quando ero ragazzino avevo lavorato al bar nella piazzetta del paese, servendo pan aux chocolat e spremuta d’arancia alle eleganti signore inglesi che si trasferivano qui per la bella stagione, coi loro cappelli e i loro ventagli. Avevo messo da parte abbastanza per affittare un appartamentino nella capitale. Ne avevo trovato uno perfetto, quasi per caso, quando ero andato a visitare l’università. Distava pochi minuti dalla Sorbonne, e, tutto sommato, per quello che le mie tasche da cameriere di provincia potevano permettersi, era praticamente una reggia. Aveva delle finestre molto alte e il parquet; nella via di fronte al palazzo c’era un vecchio bar in cui mi immaginavo passare lunghe ore di studio. 
Cos’era successo? Avevo incontrato Jeanette e l’avevo usata come scusa per restare, anche se lei in realtà mi avrebbe seguito dappertutto. Io non l’avrei seguita dappertutto, nemmeno dopo sette anni di matrimonio.  
Sarà per questo che poi se n’è andata.  
Già appena arrivato in ufficio mi ero pentito di averla lasciata a casa, non ricordavo già più dove. Mi sembrava di averla abbandonata in cucina, ma non ne ero più tanto sicuro. Forse all’ingresso. Continuavo a chiedermi se l’avessi persa o se, nella fretta, l’avessi lasciata cadere sull’uscio della porta dove Titan, che viveva in giardino, l’avrebbe divorata. Oppure se…  Afferrai frettolosamente la borsa a tracolla quando arrivò la prima cliente della giornata per spedire un pacco. 
La signora Sorlet continuava a parlare a macchinetta del nipote, Yann, che vive a Bordeaux: “Ha ventisette anni e ancora non ha conosciuto una bella ragazza, cioè insomma l’aveva conosciuta una! La moretta, si chiamava Madeleine mi pare, boh… ma allora! Con quella lì non andava bene però, mi ha detto, e si sono lasciati. Non capisco, a quell’età lì bisogna un po’ accontentarsi, mica vivere da soli, lontani dalla famiglia! Con un cane poi!”  
Ripeteva sempre lo stesso discorso ma il nome dell’ex fidanzata cambiava ogni volta. Lo ripeteva così spesso che ormai non si rendeva neanche più conto di chi la stesse ascoltando, o stesse fingendo di farlo. 
“Ma signora, è meglio che viva col cane, no? A me Titan fa parecchia compagnia da quando mia moglie se n’è andata”  
Sgranò gli occhi, aveva capito con chi stesse parlando. Restò muta per qualche secondo probabilmente cercando di capire se cambiare discorso o farmi le condoglianze per la mia separazione. 
“Aah Titan, il pastore tedesco… sì sì carino.” Commentò alla fine titubante; in quel momento compresi perché il nipote si era trasferito a quattro ore di macchina da lei per stare da solo con il cane. 
Dopo un silenzio imbarazzante, mentre finivo di compilarle i moduli per spedire la sua deliziosa marmellata a Yann-il fuggitivo, cercò di rimediare. 
“Però lei a ventisette anni era già sposato, no?”.  
Lanciai uno sguardo fugace nella borsa che era rimasta aperta sotto il bancone. Niente rosa.  
“Sì signora, sono diventato solo e triste da poco. Mi passi il pacco che qui siamo a posto. Suo nipote dovrebbe riceverlo nel weekend.”  
Mi domandai se fossi stato troppo maleducato, cominciavo a sentire la necessità di aprire quella busta rosa senza nome, anonima, vuota e sapere. Oppure no? 
Ogni giorno, alle 12.30 andavo in pausa pranzo coi miei colleghi al bar di fianco alle poste. Se faceva bel tempo, come quel giorno, ordinavamo dei panini d’asporto e pranzavamo seduti sulla fontana al centro della piazza. Stavamo lì come tre ragazzini con i piedi a mollo nell’acqua; Theo parlava di sua figlia che alla fine dell’estate avrebbe cominciato l’università e se ne sarebbe andata lontano da casa. Capii che era dispiaciuto e un po’ lo ascoltavo, ma quel rosa maialino non mi lasciava in pace. Io e Melanie ascoltavamo impotenti i discorsi disperati del nostro collega. 
“Eh sì, Theo, sarà davvero un gran cambiamento. Ma non è detto che sia negativo, no? A volte gli stravolgimenti della vita ci portano a vedere cose che prima non notavamo” disse al nostro collega ma fissando me. Le sue guance al sole, punteggiate di lentiggini ocra, mi ricordarono il colore della busta. Rosa maialino.  
Theo annuì rassegnato. 
“Io ho una domanda. Ma secondo voi una lettera rosa dev’essere per forza una lettera d’amore?”. Per la seconda volta nel giro di poche mi sentii scontroso, avevo spostato l’attenzione da Theo a me, ma lui non sembrò curarsene. 
“In che senso?” mi chiese perplesso. 
“Intendo, tu manderesti mai una lettera non d’amore in una busta rosa?” 
Melanie rimase in silenzio, guardandosi i piedi sott’acqua mentre sistemava la lunga gonna a fiori sulle ginocchia per non farla bagnare. Fissai il riccio ribelle che le cadeva sulle spalle, tanto arrossate da confondersi quasi con la maglina rossa smanicata che indossava. Mi sembrava più carina del solito. 
“No, beh, in effetti sarebbe un po’ strano. Magari è qualche tirchio che ha comprato in cartoleria un pacchetto da venti buste rosa per 2,50 € perché gliene serviva una sola, poi si è sentito obbligato a usarle tutte e allora manda anche le lettere normali con la busta rosa”.
Melanie si ridestò.  
“E’ una lettera d’amore!” 
Io e Theo la guardammo e subito lei aggiustò il tiro: “Un tirchio non spenderebbe mai 2,50€ per una sola busta rosa. Secondo me si tratta di una lettera d’amore.” 
Il turno pomeridiano sembrò durare un’eternità.  Avevo passato la giornata pensando alla busta rosa maialino, e all’ora di chiusura mi scoppiava la testa. 
Uscii dalle poste insieme a Melanie, e come spesso capitava ci avviammo verso le rispettive case insieme. Mi piaceva parlare con lei, era più giovane di me e decisamente più arguta, la sua spigliatezza e la sua curiosità erano in grado di rendere interessante praticamente qualsiasi conversazione.  
“Ma scusa, Melanie, cosa intendevi oggi con quella frase sui cambiamenti? Sul vedere le cose in modo diverso?”  
Lei sorrise, tenendo sempre lo sguardo basso dietro ai riccioli biondi.  
“Ma no niente… Cercavo solo di tirare su il morale a Theo”  
Mi guardò, continuando a sorridere. 
“Ah ok, capisco…” 
Dopo qualche passo Melanie tornò sull’argomento. 
“Quindi hai ricevuto una lettera d’amore oggi?”. 
Per qualche ragione la domanda mi parve inaspettata. 
“Sì, ma non l’ho aperta” risposi quasi a bassa voce. 
“Perché no? Potrebbe essere una bella svolta!” 
“Non lo so, mi fa paura quella lettera.” Era la risposta più sincera che potessi darle. 
“Ma come? Ti fa paura una lettera d’amore?” Le venne un po’ da ridere, sicuramente le sembrai stupido.  
“Io non ho la minima idea di chi possa averla scritta! Com’è possibile che nella mia vita ci sia una persona che si prende la briga di spendere 2,50 € di buste rosa per usarne solo una, dichiararsi a parole scritte nero su bianco e io non l’ho mai notata? Le cose sono due: o è una semplice lettera scritta dal tirchio di cui parlava oggi Theo oppure…” non dissi più nulla, non ebbi il coraggio. 
“Oppure?” disse lei, fermandosi di colpo, adesso ero io a fissarmi i piedi. 
“Oppure aveva ragione la mia ex moglie.” 
Ci guardammo. Lei non sorrideva più.  
Ci trovavamo proprio davanti alla chiesa del paese, dove, sette anni prima, mi ero sposato. Mi sembrò molto diversa quella piazza, senza nessuno in giro. Melanie si diresse verso una panchina all’ombra di un ulivo.
“Ti va se ci sediamo un attimo?” mi chiese lei. Annuii e la seguii. 
“Melanie, perdonami. Ti sto mettendo a disagio. Non dovrei parlarne con te, mi dispiace.” le sorrisi e le misi una mano sulla spalla. 
“Julian…” 
“Sì?” 
“Ci vediamo lunedì.” Mi sorrise, ricambiò la carezza sulla spalla e se ne andò. 
La luce entrava fioca da dietro le tende, un solitario e pallido raggio di sole illuminava il cuscino di fianco al mio, vuoto. Non avevo ancora cominciato a preparare la colazione, quando sentii Titan abbaiare. Mi alzai. In cucina Melanie giocava col cane: il vestito era sciupato, i capelli sciolti. Ci scambiammo un sorriso per darci il buongiorno.  Fissai la busta ancora chiusa sul tavolo.  

Racconto di Elena Marras
Editing a cura di Giorgia Vullo


L’autrice

Elena Marras è nata a Milano il 4 dicembre 1996. Gattara sagittario, ha sviluppato la passione per le lingue e le letterature straniere, in particolare inglese, tedesca e spagnola. Al momento frequenta la facoltà di Lingue, Comunicazione e Media all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

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