SCORPIONE

L’occhio brillava di pura malignità. La stanza era immersa nella penombra del crepuscolo, spezzata solo dal fascio di luce gialla della lampada da tavolo: un riflettore puntato sulle abbondanti mazzette di soldi davanti a me. L’uomo, stravaccato sulla poltrona di velluto, continuava a spostare lo sguardo da me ai soldi, come se fossi solo un altro mucchio di dollari ma più alto e sostanzioso. Ogni volta che mi fissava provavo a nascondere l’ansia mista al disgusto, incurvavo le spalle con lo sguardo basso sulla scrivania che ci separava.
«Ti ritengono un fallito, Marcel, uno che non sa come tirarsi fuori dai problemi», mi disse. In un angolo del tavolo, il posacenere colmo di mozziconi dall’odore dolciastro che mi aveva nauseato da che ero entrato. «Ma con me non sarà così. Non mi deluderai».
Fece una pausa. Senza ricambiare lo sguardo, risposi: «No, signore».
«E alza quella testa, idiota! Se vuoi i soldi devi guardarmi nell’occhio!», tuonò lui, facendomi trasalire.
Obbedii. Vidi il suo sorriso aprirsi sui rivoltanti denti consumati, coronati da un baffo ingiallito. E poi fissai l’unico occhio, a sinistra. La pupilla mi puntava come la bocca di una pistola.
«Quando avrò i miei soldi?».
«Bravo ragazzo». Bastò che dicesse questo perché perdessi quel briciolo di coraggio riacquistato, iniziai a sudare freddo per il timore di chissà quale altra sua pretesa. Prese un sigaro dal cassetto della scrivania e lo avvicinò alle labbra livide, e mi chiese: «Ti hanno già spiegato che devi fare, no?».
Annuii.
«Bene. L’eredità di quella pazza andrà subito al mio socio, suo zio, e ti darò quel che ti ho promesso. Tu devi solo ucciderla».
Ucciderla. Iniziai a tremare. Non erano questi i patti, ma non potevo permettermi di cambiare idea. «Tua madre… Povera donna.», sospirò con finta compassione. «Era una così brava artista. E una così bella donna. È un peccato che stia così male».
«Guarirà».
«Certo, certo che guarirà», disse, con tono viscido, «coi soldi che ti darò. Ma solo se farai quel che ti dico. Lo sai, no, cosa succede a quelli che mi fanno un torto?».
Con la punta del sigaro si indicò la parte destra del volto e il mio sguardo cadde lì, sul grumo di pelle rosea. Forse notò la mia espressione inorridita, perché scoppiò a ridere sguaiatamente. Iniziò a sfogliare un mazzo di banconote con le mani pesantemente ingioiellate. Godeva di quel fruscio a me sconosciuto fino ad allora e io continuavo a tremare di un’angoscia mista a rabbia.
Curare mia madre sarebbe stato l’affare più nobile in cui avrebbe investito.
Nel corridoio dalle pareti immacolate risuonava l’eco di una canzone simile a una filastrocca. Ad ogni porta che superavo, sentivo quelle parole malinconiche. Ogni voce di quel manicomio, che fosse quella bianca di un bambino o rauca di un anziano, pareva accordarsi a quella melodia inquietante.

Giunsi alla porta ottantaquattro. Era socchiusa e dall’interno non proveniva alcuna voce.
Presi dalla tasca del camice la siringa con il veleno. Mi tremavano le mani e il cuore accelerava sempre più. Devi solo ucciderla.
Spinsi un poco la porta, ma la ragazza non parve accorgersi di me. Era seduta su uno sgabello davanti al riquadro della finestra diviso in tre dalle sbarre. Il sole rifletteva sulle onde dei suoi capelli ramati, sciolti sulla schiena. Per un attimo solo credetti di vedere mia madre dipingere, come quand’ero bambino e restavo a fianco a lei per tutto il tempo, man mano che l’oceano raffigurato prendeva forma, finché il quadro era terminato.
Spennellava con estrema concentrazione. Mi avvicinai per vedere il quadro posto sul cavalletto. Con gesti decisi dava vita alle onde di un mare agitato.
Quando entrai nel suo raggio visivo, smise di dipingere. Vide la siringa che tenevo in mano e subito incrociò lo sguardo gelido col mio.
«Ho già preso le medicine», sbottò stizzosa.
La lucidità con cui parlò mi sorprese. Credevo di trovarmi davanti una ragazza dall’aspetto debole e malandato. Invece, mi stava studiando con lo sguardo affilato, come se potesse così scoprire il motivo per cui ero lì.
«Non ti preoccupare», risposi, mascherando la mia insicurezza dietro un sorriso pacato. Feci un respiro profondo. «Sono un nuovo infermiere».
Avanti, fidati di uno scagnozzo codardo e malvagio. Fidati di uno scorpione.
In un istante perse il piglio ostile e incurvò le labbra a forma di cuore. «Ma sei giovanissimo! Sembri un ventenne, come me!», disse lei. Fotografai nella mente il suo viso, le fossette sulle guance e le lentiggini sul naso: era la cosa più bella che avessi mai visto nella mia vita, e sarebbe stata l’ultima volta.
«No, non sono così giovane», mentii. Cercai di evitare il discorso sulla mia identità e indicai il quadro. «Sei molto brava, dove hai imparato?».
Di nuovo, mi scrutava attentamente in viso, con gli occhi ridotti a fessure. Si alzò in piedi e si fece più vicina, sollevò un braccio per toccarmi i capelli che mi cadevano sulle spalle. «Da un’artista magnifica, con questi stessi capelli lunghi e biondi… Di dove sei?».
Sudavo freddo. Di nuovo, gettai un’occhiata al quadro, da cui colsi una nuova menzogna. «Vengo da un paese sull’oceano, poco più a sud da qui».
«Allora, forse ti ho visto in spiaggia, quand’ero piccola. Ci andavo coi miei genitori per intere giornate d’estate e giocavo con tanti bambini».
Si voltò a guardare il quadro. Farfugliò confusamente qualche parola riguardo ai miei capelli, poi si rivolse di nuovo a me: «Mi ci porti sull’oceano?».
Aveva occhi blu, bellissimi. Distolsi lo sguardo. «Certo, ci andiamo insieme. Ma prima devi fare la puntura».
Fece un sorriso arrendevole e tese il braccio. Cercai sulla pelle morbida il punto perfetto per inserire l’ago.

L’oceano all’orizzonte sconfina nel cielo terso. Buongiorno, come sta oggi? Siedo sulla sabbia morbida e guardo i gabbiani che planano sul pelo dell’acqua per poi riprendere quota. Sempre questo vecchio quadro, non avrebbe voglia di dipingerne uno suo? Le porto tele e colori, se vuole. Ipnotizzato dal movimento delle onde, non mi accorgo nemmeno dell’ago sottile che mi penetra il braccio.Ci vediamo fra un po’, ora si sdrai e riposi, mi raccomando.Il vento mi scompiglia i capelli, biondi come quelli di mia madre. A volte gli stridori dei gabbiani mutano nel triste canto dei matti, e io mi unisco a loro.

Racconto di Teresa David

Edito dall’Associazione culturale Lampioni Aerei


L’autrice

Teresa David
Teresa David

Teresa nasce a Catanzaro e ha vissuto un po’ qua e là nel mondo, ora è ferma a studiare Lettere Moderne all’Università degli Studi di Milano. Una ragazza come tante, un po’ svampita e antiquata. Non servono tante parole per descriverla perché, in ogni caso, quando scrive è una persona diversa.

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