LO SPECCHIO

Muro, destra, muro, sinistra, muro, indietro.

Muri a destra, muri a sinistra, muri pastosi, muffiti, fracidi.

Trascinava dietro il suo filo, novello Teseo guidato da una novella Arianna.

In quella sua avventura eroica era partito leggero, nella sua piccola valigia da viaggio c’era solo qualche libro, qualche ricordo e qualche sigaretta.

Andava ansioso, con il lamento del minotauro che gli ribolliva nelle viscere e gli faceva drizzare la colonna vertebrale. Si era preparato tutta la vita per combattere quella bestiaccia. 

Dormiva con un occhio aperto per paura di essere attaccato, e ogni mattina controllava che le braccia e le gambe fossero al loro posto, controllava la valigia. C’era qualche libro, qualche ricordo e qualche sigaretta in meno. 

Il labirinto lo stava martoriando, e lui era in quello stato in cui vuoi solo arrivare dove devi ma sei terrorizzato di trovare quello che non vuoi e speri quindi di giungere con più ritardo possibile.

Perdersi tra quei muri era diventato un gioco divertente, a volte lo percorrevano brividi di coraggio e sentiva che tutto era alla sua portata. In quei casi il brontolare del minotauro serviva solo a farlo illudere di essere come il vero Teseo.

Una sera l’occhio che teneva aperto dormendo era infastidito da una luce, un barbaglio. Spostò la testa senza curarsene troppo e dormì.

La luce veniva da una piazza. Lo scoprì la mattina seguente, quando già aveva controllato braccia, gambe, valigia. Si teneva il filo legato ad un polso e qualche volta tirava. Tirava il filo, lo tendeva per far sapere alla sua Arianna che era ancora lì. E la sua Arianna gli rispondeva, e tirava anche lei, e saperla lì lo confortava più di quanto lo confortassero le cose che si era portato dietro.

Una piazza, forse La piazza. Piena di porte che si aprivano, con alberi e luce, muri sfarzosi e sabbia calda. Vuota. Vuota?

Tendendo l’orecchio sentiva che il brontolio del minotauro scemava. Si sedette all’ombra, pronto a combatterlo quando sarebbe tornato dalla sua caccia tra i muri. Attese con una sigaretta in bocca, terrorizzato dalla sua assenza. Non era quello per cui si era preparato. L’attesa lo uccise più del labirinto. Iniziò a immaginare qualcosa alle spalle, iniziò a vedere il minotauro tra le fronde. Tornò di corsa ai muri fradici, perché erano certo meno pericolosi della luce e del tepore della piazza. 

Continuava a tirare il filo. Arianna rispondeva a sprazzi, infastidita da tutto quel tirare.

Decise di tornare nella piazza. Le porte si aprivano tutte, ma in nessuna trovava il suo nemico. Cercava di capire cosa avrebbe fatto Teseo, quello vero. Le piante lo accolsero nel sonno più tormentato di tutta la sua avventura. Aprì tutte le porte. Tutte, tranne una. Voleva continuare ad illudersi che dietro quella porta avrebbe trovato il minotauro, avrebbe portato a termine la sua missione e sarebbe potuto tornare tra le braccia della sua Arianna seguendo il filo. I giorni passavano e lui sfogliava ricordi su ricordi, iniziando a pensare di essere davvero solo in quella piazza.

Aveva legato il filo ad un albero, e qualche volta lo sentiva tirare, con forza, ma cercava di ignorare quei movimenti. Sapere che la sua Arianna era fuori preoccupata per lui gli dava una certa eccitazione. Rispondeva di essere ancora vivo, ancora al riparo dalle feroci fauci del minotauro.

Ma ormai i libri erano finiti e qualche pagina era ormai stampata a memoria. 

Si decise ad aprire l’ultima porta. Con una certa ritualità ancestrale controllò che le braccia e le gambe fossero al loro posto, che gli oggetti della sua valigia fossero ancora in ordine.

Una volta aperta la porta si trovò in uno sgabuzzino buio da dove uscì frenetica una farfalla, che andò a posarsi sul filo. Entrò e vide che in questo c’era qualcosa di più che qualche granello di polvere. Non era pronto a vedere il minotauro. Con timore puerile scostò un panno di broccato violaceo. Vide la sua barba incolta e i capelli spettinati.

Uscì dallo stanzino angusto, vide la farfalla sul filo e tirò per rassicurare la sua Arianna, poi si sedette all’ombra e si accese una sigaretta. Dopo aver fatto sfrigolare il mozzicone nella sabbia si addormentò come se fosse stato nel suo letto.

Racconto di Giordano Coccia

Edito dall’Associazione Lampioni Aerei
Editors: Giulia Annecca, Alessandro Crea, Teresa David


L’autore
Foto autore - Giordano Coccia

Giordano Coccia è nato il 12 luglio 1997 a Bergamo, dove ha frequentato il liceo scientifico L. Mascheroni. Da sempre grande appassionato di letteratura italiana e straniera, attualmente frequenta la facoltà di Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano.


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