IL PASSAGGIO PEDONALE

Quando la mattina vado al lavoro trovo sempre tanto traffico. In tutto devo percorrere solo quattro chilometri, ma spesso a Roma ci si impiega anche una buona mezz’ora per coprirli. Soprattutto in certi orari.

Sulla Casilina che porta verso il centro, c’è un semaforo pedonale che, puntualmente, trovo rosso quando passo. Per strada ne incontro altri ma l’unico sempre rosso quando passo verso le 8.10 è quello del civico 539.

La cosa mi ha sempre incuriosito molto. Così una mattina, posteggiai l’auto cento metri prima e mi recai a piedi per controllare da vicino cosa stesse succedendo a quel semaforo nevrotico.

A prima vista ben poco. C’era solo un uomo sui sessantacinque, vestito in tonalità cachi, con un gilet senza maniche ricco di tasche piene e camicia azzurrina con una borsa in mano, che attraversava. 

Appena dall’altra parte, premette di nuovo per tornare indietro e così numerose

volte.

Questo gioco andò avanti fino alle 8.30 quando si avviò verso via Della Rocca e di lì a qualche secondo non lo vidi più.

A quel punto, rassegnato, andai al lavoro.

Nei giorni seguenti, arrivato al semaforo, facevo caso sempre a quell’uomo bizzarro che vedevo puntualmente su un lato a gironzolare. Evidentemente aveva attraversato subito prima e aspettava che ripartissero le auto forzatamente in sosta per chiedere di nuovo il passaggio.

Vestito sempre allo stesso modo, con la solita borsa di plastica mezza piena che doveva contenere una piccola spesa già effettuata. Aveva l’aria tranquilla.

Così un’altra mattina mi avviai a piedi. Lui era lì, sempre intento nella sua attività abituale, schiacciava il pulsante, attraversava, tornava indietro e verso le 8.30 si avviava presumibilmente verso casa.

Decisi che gli avrei parlato.

Lo aspettai dal lato della sua uscita di scena, e alla solita ora mi passò davanti senza fare caso a me.

Non facendomi notare, lo seguii e quando vidi che tirava fuori le chiavi, da una delle tasche del gilet, mi feci notare.

Si girò con aria calma, ma pronta a respingere chi di sicuro aveva intenzione di importunarlo per qualche sondaggio mirato alla vendita o per una vendita vera e propria.

«Non mi serve niente!»

«Certo, certo. Ma io le volevo chiedere una cosa.»

«Chi è lei, un giornalista?»

«Diciamo. Perché ha assistito a qualcosa di importante?»

«No. Ma scusi, che vuole chiedermi?»

«Non mi reputi indiscreto o ficcanaso, ma volevo sapere…»

«Cosa?» Ribatté con sospetto.

«Ecco, perché lei attraversa tante volte il semaforo della Casilina?» Provai a edulcorare la domanda.

«È proibito forse? Chi è lei un poliziotto?» Capii che si era allarmato e immaginai che si sentisse in colpa o temesse di essere colto in fallo per i suoi “raggiri”.

«No, creda. La mia è solo curiosità.»

Mi guardò con pietà. Dovevo averglielo detto in modo tale da fargli pensare che io avessi davvero bisogno di quell’informazione per stare meglio.

«Vuole entrare in casa o va di fretta?» La seconda parte della domanda la formulò alzando leggermente la voce, con sarcasmo.

«No, no, ho tempo.»

«Si metta a sedere», mi indicò una sedia con il mento. Appena entrati nell’appartamento al piano terra in cui abitava, eravamo nella cucina. C’era poca luce, così aprì una finestra alta al lato opposto della porta d’entrata. Da dentro sembrava di stare in un sottoscala.

Posò la borsa e si mise a preparare il caffè in una macchinetta decisamente troppo grande per due, figuriamoci per lui solo.

«Con chi vive…?»

«Da solo! Le sembro uno che vive in compagnia?» Poi ha guardato la macchinetta che stava preparando. «Lo dice perché preparo quella grande? È solo perché una volta fatto poi lo sorseggio per il resto del giorno, senza prepararlo tutte le volte che mi va. Non è che ce la faccio sempre, anzi spesso lo devo rifare. Però almeno lo preparo solo una o due volte soltanto, non le pare?»

«Certo. Poi se lo riscalda con il pentolino…?»

«Che pentolino e pentolino. Lo bevo a temperatura ambiente. È gradevole. Ha mai provato?»

«No, non mi pare…»

«Certo, lei lo prende al bar e quando ha voglia se lo rifà ogni volta, mica si accontenta lei.» Sottolineando quel «lei» con ironia, come per dire «il signorino ama solo le cose migliori».

«No, guardi. Io lo prendo solo due volte al giorno e non ho bisogno…»

«Lasci stare. Ognuno ha le sue abitudini e mica voglio contestare le sue, ci mancherebbe.» Fummo interrotti dal fischio della caffettiera. Spense e prese la macchinetta priva di manico con un fazzoletto di stoffa prontamente tirato fuori dalla tasca del pantalone.  Versò la giusta quantità nelle tazze già zuccherate. «Ho messo un cucchiaino, le basta?»

«Va benissimo.» Venne al tavolo e mi portò la tazzina calda. Si sedette di lato a me, ma mi era distante.

Bevvi un primo sorso. Dopo alcuni minuti lui non aveva ancora assaggiato il caffè. Pensai che abituato a berlo sempre «a temperatura ambiente» non gli piaceva appena fatto.

«Che vuole sapere esattamente?» Mi chiese con una certa rassegnazione, come fosse pronto a una confessione sconveniente che gli procurava imbarazzo.

Gli raccontai come ero arrivato lì con lui quella mattina a bere un caffè. Del fatto che il fastidio del semaforo rosso mi avesse spinto a indagare, e tutto il resto.

«Ne ha parlato con qualcuno?» Mi chiese.

«No, assolutamente.» Lo rassicurai.

«E secondo lei, se n’è accorto qualcun altro?»

«Non posso saperlo, ma penso proprio di no. Si va troppo di fretta la mattina per stare a interrogarsi su questi contrattempi. E poi quello non è l’unico, mi creda.»

«Se non è l’unico, come mai lei si è accorto proprio di quello?»

«Be’, perché trovavo quel semaforo sempre rosso, mai una volta verde…»

«È sfortunato sa. Perché io posso premere il pulsante per il passaggio pedonale tutte le volte che voglio, ma poi si farà verde di nuovo per le automobili, almeno nella stessa quantità di minuti che lo sarà per i pedoni, o per quanto è programmato. Non trova?» 

Non ci avevo pensato, ma capivo che aveva ragione. Quindi effettivamente ero stato «sfortunato».

«Mi dice ora perché lo fa?»

«Non faccio niente di male, è bene precisarlo.»

«Non l’ho mai pensato questo, gliel’assicuro.»

«Ecco. Perché mi darebbe fastidio pensare che c’è cattiveria in me, cioè se lo pensasse lei, voglio dire…»

«No, assolutamente.»

«Diciamo che la cosa è successa per caso un giorno che avevo dimenticato il burro e sono tornato indietro. C’era una marea di auto a quel semaforo e io l’ho sempre attraversato con fastidio la mattina. Vado al negozio arabo a comprare qualcosa, ho scoperto che hanno gli stessi prezzi e poi è vicino casa. Solo devo attraversare quel maledetto semaforo. Così quella volta che tornai indietro me la presi per la mia dimenticanza. Le auto sfrecciavano, ti metterebbero sotto senza pietà, sa…»

«È che quella è l’ora in cui si va al lavoro…»

«Anche io ho lavorato, che crede. Al Ministero della Giustizia, in via Arenula, e ci andavo coi mezzi.»

«Lo sa però che a Roma i mezzi sono scadenti…»

«Questa è la scusa di chi vuole andare in automobile. A parte che io l’avevo pure solo che non potevo parcheggiare da quelle parti. Ero un semplice impiegato e non avevo diritto al posto auto nel parcheggio interno.»

«Neanche io ho posto auto, la metto in strada e trovo…»

«Da dove arriva lei?»

«Da Centocelle.»

«E va?»

«Via del Pigneto, la parte opposta all’isola pedonale.»

«Qui dietro? Da Centocelle a cento metri da qui? Non ci posso credere. A piedi ci vado io a Centocelle e lei va in auto per lavorare e va pure di fretta?»

«Guardi che ho provato coi mezzi e ci mettevo un secolo…»

«Ma se c’è anche la metro a Centocelle…»

«Sì, certo. Ora c’è la metro e potrei…»

«Sono fatti suoi, non deve giustificarsi con me. Io andavo coi mezzi al lavoro. Ormai sono cinque anni che sono pensionato. La mattina mi alzo alle 6, è la forza dell’abitudine. E visto che gli arabi aprono pure molto prima dei nostri bravi connazionali, che se non si fanno le 9 mica alzano le serrande, io vado a fare la spesa da loro.»

«Fa bene.»

«Non mi prenda in giro…» Mi guardò di sbieco, e proprio io che non avevo nessuna intenzione di deriderlo stavo per scoppiare in una risata, che per fortuna riuscii a sopprimere. 

«Sono educati e ti salutano, anche quando ti incontrano per strada, anche se sei entrato una sola volta nel loro negozio. Qui poi è pieno di bengalesi, indiani e non so che altro…»

«Sì, certo lo so.»

«Bene. Le dicevo, mi alzo presto, sfaccendo un po’, pulisco, tolgo la polvere e tutte quelle cose che anche un uomo deve imparare a fare se vive solo, anche se non è proprio la sua volontà…» Colsi tutto il rammarico nella sua voce, non capivo se per un’occasione mancata o una compagna perduta. Annuii senza fiatare. Lui si assicurò che avessi colto appieno la sua allusione.

«Così quella volta sono tornato indietro molto indispettito con me stesso. Le auto numerose, la loro corsa, tutta quella gente che aveva un lavoro che l’aspettava mi faceva imbarazzare per interrompere la loro strada a causa del mio burro. Ma ne avevo bisogno, avevo programmato la pasta al burro per quel giorno e non compro troppe cose, mi piace uscire ogni mattina a fare la mia piccola spesa, può capirlo questo?»

«Certo, non fosse che per sgranchirsi le gambe…»

«Ecco, appunto. A un certo punto ho pensato: ma che diavolo vuole tutta questa folla di automobili da me? Anche io avrò diritto a fare le mie cose. Non vado al lavoro ma anche mangiare è importante, soprattutto per uno che il lavoro lo ha svolto per quarantadue anni, sa. Ho lavorato quarantadue anni. Non sempre al Ministero. Ho fatto tanti lavori precari. Poi grazie a una conoscenza mi hanno sistemato. Insomma, anche io dovevo avere il mio tempo per passare e tornare indietro.»

Indugiò come chi avrebbe voluto interrompere lì la storia. Non sapevo se sollecitarlo o aspettare.

«Insomma, ho pensato che non era giusto che loro fermassero me e io non potessi fermare loro. Per ricordargli che esistiamo anche noi che andiamo a fare la spesa o anche altre cose. Mi capisce?»

Cercai di capirlo e forse ci riuscii. Ma non ero nei suoi panni e l’idea che fosse tardi per me e che dovessi correre a scuola mi guastava la concentrazione che avrei desiderato.

Ci salutammo con la promessa che sarei passato qualche volta, magari di sera. Sarei potuto restare a cena e avrei assaggiato la sua «gricia, che è migliore di quella di certi ristoranti che se la fanno pagare pure molto cara».

Racconto di Massimo Russo
Editing di Giorgia Vullo


L’autore

Massimo Russo è nato a Capua (Ce) e vive a Roma da diversi anni. Psicologo, esercita la professione di insegnante. Nel 2001, con una presentazione di Miche Prisco, ha pubblicato la raccolta di racconti La casa nuova per Marotta&Cafiero Editori.
Nel 2019, per Lfa Publisher, è uscito il romanzo A piedi nudi sull’erba fina.


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