PIÙ DI UNA COSA SOLA

Opera di Irene Puglisi

Il ciliegio è un albero banale, ma i suoi fiori bianchissimi portavano sempre Cristina a posare lo sguardo su quello del vicino, così ben visibile dalla loro finestra. Soprattutto in primavera, quando il vento soffiava leggero attraverso la finestra aperta, portando con sé quel dolce e semplice profumo. Lo sguardo di Cristina sembrava incastrarsi sempre sul bianco intenso dei suoi fiori, la cui luce riflessa la coglieva distratta nel semplice atto di mettersi un paio di orecchini o sistemarsi la cintura. Un atto automatico, così abituale da permetterle di non pensare alla frenesia della sua giornata per qualche minuto, così da lasciare lo spazio sufficiente a quegli stupidi fiori per infilarsi nella complessa e stringente realtà che era la sua quotidianità.  
Quell’albero, quei fiori, quel dolce profumo, la infastidivano. Andrea lo sapeva e sapeva anche di quella parte di lei che non coincideva con la sua rigida e austera figura, abito in cui Cristina si sentiva così a suo agio. 
“Faccio l’assistente sociale, non la balia” 
Era così che rispondeva a chiunque le facesse notare che l’immaginario comune prevedeva per la sua figura professionale una Mary Poppins in gonnella e non una ex avvocato di successo consapevolmente passata al lato meno lucroso e più esigente della legge. Non è che non le sarebbe piaciuto potersi ammorbidire di tanto in tanto, il fatto è che una donna che lavora con i bambini è qualcosa di perfettamente naturale. Ma una donna che deve avere a che fare con gli adulti che giornalmente li abusano non può permettersi di ammirare il romantico odore dei fiori di ciliegio.  
I bambini, d’altro canto, i ragazzi, per la maggior parte, arrivavano da lei con la sua stessa corazza, avendo avuto già a che fare con i mostri che quotidianamente affollavano i suoi stessi incubi. Quando per tutta la vita insegni ad un bambino che non esiste un posto sicuro quello che gli stai realmente dicendo è che attaccare è meglio che doversi difendere. Per questo ogni volta che Cristina si ritrovava ad essere il bersaglio di un simile attacco incassava volentieri il colpo. Senza lasciarsi mai ferire mortalmente. Se voleva diventare il loro posto sicuro doveva dimostrarsi forte e stabile, battibile e non invincibile. Un’ancora quindi, non un fiore profumato. Non li voleva salvare, non avevano bisogno di essere salvati, soprattutto non da lei che proprio da una di loro era stata liberata. Voleva solo amarli, proteggerli sì, ma soprattutto sfidarli, stimolarli, cercare di dimostrare loro che ne valevano la pena. Né lei né i suoi bambini erano un fiore di ciliegio, soprattutto non Leena, la sua Leena. Aveva solo 15 anni la prima volta che si incontrarono e lei era l’avvocato Cristina Petrucci, una delle più rinomate penaliste della sua città. Il padre e la madre di Leena erano stati massacrati da una banda di giovani ragazzi bianchi, tutti appartenenti ad alcune delle famiglie più importanti della zona, tutti cresciuti all’insegna di odio e intolleranza. Una serie di mine vaganti, pronte ad esplodere addosso alla prima coppia che, incrociando la loro strada, in una fredda serata invernale, avrebbe avuto la sfortuna di parlare la lingua sbagliata. L’avevano tutti messa in guardia, le avevano intimato di non farlo, promettendole che si sarebbe rovinata la carriera e tutto quello per cui aveva lavorato sarebbe svanito per sempre. Mantennero la promessa. Quasi un anno dopo l’inizio del processo Cristina aveva fatto condannare per omicidio premeditato quattro dei rampolli più promettenti dell’Italia imprenditoriale. Non era più la rappresentazione stereotipata dell’avocato rapante, ma aveva di nuovo sé stessa e aveva Leena. Non l’aveva adottata perché nessuno avrebbe mai voluto una quindicenne di origine magrebina in un’Italia sempre più colma di odio razzista, o almeno non solo. Non era stata una decisione presa per compassione, Leena era tanto sveglia quanto feroce, l’ultima cosa di cui aveva bisogno era il pietismo degli altri. Il fatto è che quella ragazzina, così arrabbiata e determinata, l’aveva salvata, le aveva ricordato chi voleva essere e per che cosa voleva lottare. Cristina ripeteva sempre che si capivano, lei e Leena. Si capiscono ancora oggi.
Proprio alla fine di quel pensiero Leena entrò nella stanza. Rivolgendole un sorriso complice, prese il carica batterie accennando un frettoloso grazie. 
Leena era stata una sorpresa meravigliosa, proprio per lei che credeva di odiarle le sorprese. Il loro incontro aveva travolto Cristina come un fiume in piena, un avvenimento traumatico ma pieno di nuove possibilità, che aveva sconvolto la sua vita, portandosi dietro tutta una serie di eventi inaspettati. Uno di questi era Andrea. Cristina aveva conosciuto suo marito alla veneranda età di 50 anni, dopo aver cresciuto una figlia adottiva non bianca in uno dei paesi più misogini, razzisti e borghesi della moderna civiltà. 
Lui, a differenza di Cristina, stava dall’altro lato della barricata, si occupava di tentare di comprendere e aiutare il lato adulto della coppia genitore-bambino. Il loro primo incontro era rimasto nella storia del Dipartimento per la protezione dei minori come il match del secolo: Tyson contro Evander. Lei schierata dalla parte dei piccoli umani, lui deciso nel tentare di farle comprendere la complessità della sua posizione: il fatto che nel mondo degli adulti la linea tra giusto e sbagliato, tra ciò che si può e ciò che si deve fare è molto più labile e sottile di quanto si possa stabilire da una posizione esterna e privilegiata. Lui la metteva alla prova, la costringeva a mettere di nuovo in discussione i suoi principi, le sue convinzioni, i suoi punti imprescindibili e lei faceva lo stesso per lui. Leena era stata la prima ad aver da subito intuito che tra i loro battibecchi, le loro discussioni, si nascondeva la comunanza di principi praticamente uguali che li avrebbero condotti l’uno verso l’altra.  
Un amore che li univa da quasi dieci anni ormai e che l’aveva colta di sorpresa. Non è che Cristina non credesse nell’amore, anzi, in un certo senso pensava quasi di meritarlo, specialmente dopo che l’arrivo di Leena nella sua vita l’aveva cambiata così profondamente da trasformarla in una persona che finalmente quasi le piaceva. A lasciarla incredula era stata piuttosto l’intensità del loro legame, che sin dalla loro prima litigata divampava ogni volta che si toccavano, che si guardavano, che condividevano lo stesso spazio, la stessa aria. Un fuoco che molto spesso sfociava in discussioni interminabili sul senso della giustizia e sulla responsabilità dell’esistenza. Temi da favola della buona notte a lieto fine come era solita dire ironicamente Leena. Per tutta la vita Cristina era stata convinta di volere un tipo ben preciso di uomo o donna al suo fianco, una persona che condividesse la sua visione delle cose, che la assecondasse, che facesse in qualche modo da supporto a quello che già era la sua identità e la sua vita. E invece lui, che era tutto il suo opposto, calmo e pacato, silenzioso e paziente, ma allo stesso tempo così simile a lei: deciso e appassionato nel tenere il punto di una discussione, nel far emergere le sue opinioni; così diverso da quello che Cristina pensava di volere, si era dimostrato essere quello di cui aveva bisogno, quello di cui non voleva più fare a meno. 
A distrarla da quei dannati fiori e dal fluire ininterrotto dei suoi pensieri furono proprio le mani di Andrea che dolcemente, come se non volessero disturbarla, si appoggiarono sui suoi fianchi.

“Lascia in pace il povero ciliegio” le sussurrò nell’orecchio e Cristina sentì le sue labbra incresparsi in un ghigno ironico. 
“Ha cominciato lui” gli rispose appoggiandosi con la schiena al suo petto, mentre un sorriso di sfida si faceva spazio sul suo viso. 
“C’è molto più sdolcinato romanticismo nella tua vita di quanto tu non voglia ammettere Cristi” 
“Ah!” rispose lei girandosi nelle sue braccia e accennando una risata incredula mentre si sedeva sul letto per infilare le scarpe. 
Con il suo solito fare da stoico cowboy Andrea si infilò le mani nelle tasche scuotendo la testa lentamente e sogghignando sotto ai folti baffi grigi. “Le persone sono più di una cosa sola Cristi”  
“Le persone sono quello che possono permettersi di mostrare amore mio” gli rispose mentre gli andava incontro sistemandosi la gonna per arrivare davanti a lui e baciarlo dolcemente.   
“Non hai bisogno di nasconderla con me” le disse  
“Che cosa?” gli rispose persa a guardarlo negli occhi 
“La parte di te che non può fare a meno di ammirare la semplice bellezza di un fiore di ciliegio” 

Cristina gli sorrise, l’aveva colta in fallo, e a lei andava bene così. Forse aveva ragione, forse, dopo tutta quella vita, poteva ammettere con sé stessa e pochi altri che quei dolcissimi fiori, semplicemente, facevano eco ad una parte di lei che, del romanticismo di quel profumo, si sentiva un po’ parte.

Racconto di Giulia Longoni
Editing Giorgia Vullo


L’autrice

Giulia Longoni

Giulia Longoni è laureata in scienze filosofiche presso l’Università degli Studi di Milano. È cofondatrice del gruppo CONTRA/DIZIONI che si occupa di promuovere lo studio delle filosofie femministe e delle queer theories nell’ambito dell’accademia italiana. Collabora con l’associazione femminista Non una di Meno Milano. Ama gli animali, le lunghe passeggiate nei boschi. I libri, in particolare quelli “delle femministe”, l’hanno accompagnata nei momenti più complicati ed elettrizzanti della sua vita. Crede nella forza della vulnerabilità e cerca la felicità.

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