MARMELLATA

In quel momento il tempo rallenta, addensandosi. I secondi cominciano a scivolare via lentamente, come la goccia di marmellata sul piatto quando è pronta. Vorrei alzare quel piatto e passarci la lingua, invece resto immobile a gustarmi la mia sigaretta e la tangibile sensazione di felicità che mi ha assalito.

La radio si accende con un toc, la voce dei due speaker è insopportabile. Sono appena le sei e mezzo e stanno già blaterando entusiasti di cose inutili come l’oroscopo e  le diete correlate, sembrano fatti di crack. Nella penombra allungo la mano e premo forte il pulsante, poi mi tiro a sedere sbadigliando; avrò dormito sì e no cinque ore, troppo poche per soddisfare il mio bisogno di riposo. Apro le tapparelle, lo specchio accanto al comò mi rimanda un’immagine funerea. Gli occhi  sporchi di  rimmel che la doccia non ha cancellato, ma il cuscino ha spalmato ben bene. Non ho il coraggio di guardare il cuscino. 
Metto su la moka piccola mentre passo un dischetto di cotone dopo l’altro sul volto, la crema appiccica e rinfresca la pelle nello stesso momento. Il soffio del gas che esce dal fornello viene raggiunto da un leggero calpestio di unghie sulle mattonelle, Brio si è svegliato.
«Ciao patato, buongiorno» lo accarezzo dietro le orecchie. «Vuoi uscire?»
Lui mi guarda scodinzolando, poi attraversa con lentezza la porta finestra che gli sto tenendo aperta. Papà e mamma dormono ancora, io faccio colazione con qualche biscotto appoggiata al bancone della cucina; Brio rientra e mi si piazza di fonte, a testa in su.
«Hai fame anche tu, eh?» Gli riempio la ciotola e ci si tuffa sopra.
La mattina è tiepida, il cielo sgombro, si preannuncia una perfetta giornata di primavera. Sarebbe bello potersela godere appieno, invece mi aspetta un venerdì potenzialmente infernale. Non posso evitare di pensare alla presentazione che dovrò fare tra un paio d’ore, una cosetta che potrebbe dare una svolta alla mia carriera. Ho lavorato tanto e ho lavorato bene, questo lo so, ma non mi fido di chi deve giudicarmi. Ai piani alti c’è gente che guarda quasi sempre dalla parte sbagliata, di solito quella dove non sono io, e so di non peccare di presunzione quando dico che quella promozione me la merito davvero.
«Già in piedi?» Mi madre si affaccia alla cucina. Cammina cauta accostando le mani al muro ad ogni passo, le gambe impacciate.
«Voglio arrivare un po’ prima per rivedere tutto.»
«Hai fatto tardi ieri sera?» mi chiede, lasciandosi cadere sulla sedia.
«Un po’, sì.»
Brio le salta subito in braccio, il gorgoglio della moka profuma l’aria. Verso il caffè in un bicchierino di vetro, il solito da trent’anni a questa parte. Sciolgo poco zucchero nel caffè e lo porgo a mia madre, poi preparo di nuovo la macchinetta.
«Sei pronta per stasera?» le chiedo.
«Mah, non è mica niente di ché.»
«Mamma, non capita tutti i giorni di festeggiare cinquant’anni di matrimonio. A me non capiterà di certo.»
«Sei la solita pessimista.»
«Ho trentasei anni, dovrei campare come minimo fino a ottantasei e sposarmi entro l’anno. Dove lo trovo un uomo tanto pazzo?»
«Chissà, il mondo e pieno di matti» dice mia madre, soffiando piano.
A vederla così sembra la donna energica e volenterosa di un anno e mezzo fa, invece la malattia l’ha pian piano costretta a perdere la sua indipendenza. Un duro colpo di cui accusa ogni giorno gli effetti, e non solo sulle gambe. La parte più ammaccata di sé si vede attraverso le lacrime che le velano gli occhi di tanto in tanto. Vorrei fare di più, vorrei sollevarle di dosso il peso che la schiaccia, ma purtroppo non ho alcuno potere.
«Io sarò a casa per le sei al massimo, gli altri arriveranno almeno un’ora dopo. Abbiamo tutto il tempo di preparare il giardino quindi tu e papà non vi mettete a fare tutto da soli, ok? Ci penso io quando torno.»
«Va bene, staremo buoni» mi rassicura, ma non so se crederle fino in fondo. «Ora vado a vestirmi e a svegliare quel pigrone di tuo padre.»
Si alza portando quasi tutto il peso sulla mano appoggiata sul tavolo, un passetto di lato e drizza la schiena. Barcolla tenendosi alla sedia, poi gira su se stessa mentre Brio le balzella attorno; ho sempre il terrore che possa farla cadere. Si avvia nel corridoio e nel frattempo ricomincia il borbottio della moka.

L’area relax dell’ufficio è deserta, mi rendo conto di girare il cucchiaino nella tazza con un po’ troppa forza perché la ceramica tintinna e si è creato un vortice in mezzo. Vorrei sapere chi ha finito i biscotti al cioccolato, ho una tremenda voglia di dolce e non c’è niente che possa soddisfarla. La regola è che chi finisce deve ricomprare, ma evidentemente in questo posto c’è più di un menefreghista. Aggiungo ancora zucchero alla tisana e riprendo a mescolare.
«L’incarico doveva essere tuo, maledizione! Lavoriamo per una manica di maschilisti misogini!» Arriva Silvia apre il frigo per prendere una bottiglia d’acqua e lo richiude con vigore, mi siede accanto ed estrae dalla tasca un pacchetto di Orociok. «Li ho salvati dalle grinfie di quello dell’ufficio acquisti» mi strizza l’occhio. Il mio bisogno di serotonina ringrazia.
«Stavolta ci speravo sai? Il progetto era buono, davvero buono.»
«Sicuramente meglio di quello di Paolo. Il suo è piatto, noioso, già visto, il tuo invece era innovativo e vincente. Ma qui dentro le novità non piacciono, qui dentro si preferisce rimanere bruchi!» aggiunge poi, alzando ancora la voce per farsi sentire.
«Lascia perdere, tanto ormai hanno deciso» le dico, masticando. 
«E invece mi arrabbio, mai che vinca il merito!» Sbatte la bottiglia sul tavolo, qualche bollicina sale verso il tappo.
Apprezzo l’indignazione di Silvia, la proverei anche io se non fossi tanto stanca. Lavoro per questa azienda più di otto anni, ho sacrificato tempo e speso energie per renderla migliore, ma in cambio non ho ricevuto altro che qualche pacca sulla spalla. Questa è l’ennesima prova che, per quanto faccia, non otterrò mai la giusta ricompensa, quindi tanto vale smettere di sgomitare. Continuerò a lavorare secondo la mia coscienza come ho sempre fatto, senza aspettarmi niente di più di quello che mi è stato riservato in tutto questo tempo. Il bruciore che sento poco sotto lo sterno svanirà presto, basterà solo un altro po’ di cioccolato.
«Esco a fumare una sigaretta» dico alzandomi e scrollandomi via di dosso le briciole. Passando accanto a Silvia le accarezzo la schiena. «Non te la prendere, non ne vale la pena.»
«Vorrei avere il tuo fair play.»
«Io vorrei avere la tua grinta, invece» sorrido, ma il sorriso è amaro.
Apro la porta antipanico e mi rinchiudo in un angolo, lì non arriva il sole e un folata di vento mi fa stringere nelle spalle. Ma non ho freddo, rabbrividisco nel tentativo di scrollarmi di dosso l’ennesima delusione. Succhio lungi respiri dal filtro prima di rituffarmi in un posto dove manca l’aria.
I miei genitori, ovviamente, non mi hanno ascoltato. Tavoli e sedie sono già al loro posto e il giardino è tutto addobbato, manca solo il rinfresco, ma sono certa che mia madre ha già provveduto.
«Vi avevo detto di aspettarmi» la sgrido, addentando un tramezzino al tonno.
«Tuo padre ha insistito, prenditela con lui.»
«E chi ha preparato tutte queste cose?» Con un gesto della mano indico la tavola piena di vassoi colmi di cibo.
«Ma che vuoi che sia, non mi ha fatto fatica» si spazientisce mia madre.
«Lo so, ma insieme avremmo fatto prima e ti saresti strapazzata meno» la rimbrotto ancora.
«Su, poche storie, ormai ho fatto quasi tutto» mi risponde, muovendo la mano davanti a sé come a scacciare via il mio rimprovero. «Piuttosto vieni, ti faccio vedere il vestito.»
Si alza con meno fatica di stamattina, poi afferra il rollator e mi precede n corridoio. Non sono ancora abituata a vederla camminare con quel coso, ma vedo che le dà sicurezza e questo basta a consolarmi.
«Secondo te va bene?» Mi indica un vestito color pervinca con piccole stampe a fiori rosa, il tessuto è leggero.
«Bello, dove l’hai preso?»
«Ho costretto tuo padre a fare shopping, vedessi com’era contento» ammicca, dandomi di gomito.
«Immagino.»
In quel momento si affaccia papà.
«Vado a prendere la torta.» 
«L’avrei sistemato io il giardino, c’era tutto il tempo» rimprovero anche lui.
«Ah, ci ho messo cinque minuti» alza le spalle. Vorrei dirgli che si capisce dalle scritte appese storte, ma soprassiedo.
«Non fare tardi, che ti devi preparare.» Il tono di mia madre è perentorio.
«Sono veloce io, mica come voi due» ci indica con le chiavi della macchina, poi se ne va.
«Mi trucchi un pochino tu?» mi chiede mamma.
«Vado a prendere la trousse, poi ti sistemo i capelli» annuisco. Fa finta di niente e sminuisce da settimane, ma so che ci tiene a fare bella figura.
Entro in camera mia mentre sento il leggero cigolio di una ruota allontanarsi verso il bagno, devo decidermi a ungerla un po’.

Tra amici stretti e parenti siamo in tutti diciotto. Vassoi e bevande sono sistemati all’ombra, sui tavoli preparati da mio padre, l’aria piacevolmente malferma alza di tanto in tanto i lembi della tovaglia di carta. Mamma è seduta da un lato del giardino, vicino a lei ci sono le mie zie: il rolletor non è un granché sull’erba. Papà invece passa da una persona all’altra offrendo prosecco a chiunque abbia il bicchiere vuoto e Brio si raccomanda senza vergogna per un boccone di qualsiasi cosa. È bello vedere tutti i loro affetti più cari riuniti per festeggiarli, soprattutto dopo un periodo niente affatto facile: mia madre si era vista portare via la sua libertà e mio padre aveva dovuto capire fino in fondo, e in modo repentino, il significato del voto in salute e in malattia
È il momento della torta, posano per le foto e si scambiano un bacio. Da quanto tempo non li vedevo baciarsi? Ho ricordi fugaci di quando, da bambina, ogni volta che accostavano le labbra mi voltavo imbarazzata. 
Il brindisi che segue è chiassoso, qualcuno intona una canzone, alti inneggiano al bis. Circondati da quell’abbraccio sono felici, appagati, mi madre sull’orlo delle lacrime e papà generoso di ringraziamenti con tutti. Sono belli visti così, vorrei succedesse ogni giorno.
«Lidia, fumi una cicca con noi?» Michela e Mauro mi distraggono dai miei pensieri.
«Arrivo» dico, seguendoli un po’ in disparte.
«La zia è uno splendore» mi dice Michela, tirando fuori il pacchetto e offrendomi una sigaretta. Mauro sta rollando una delle sue.
«Ultimamente va meglio. Diciamo che ha accettato i suoi limiti, anche se è un osso duro.»
«Perché mia madre no? Ci devo discutere quasi ogni giorno.» Michela espira un po’ di fumo con le parole.
«Però dai, la vedo in forma.» Mauro inumidisce un lembo della cartina e lo appiccica con le dita. «Avete fatto una bella festa, gli zii mi sembrano contenti.»
«Sì, è venuta proprio bene» dico.
Getto lo sguardo intorno a me. Mamma è tornata a sedersi con le sorelle, confabulano come vecchie comari di paese. Papà gioca con Brio lanciandogli piccoli morsi di pane, che li prende al volo senza sbagliare un colpo. A ogni acchiappo segue un “bravo” entusiastico, non so se si diverta più mio padre, Brio o gli altri che stanno guardato. All’improvviso mi rendo conto che quello che conta è tutto lì. In questa piacevole serata di fine maggio sento un’inattesa e appagante sensazione di felicità, arrivare  forte come un ariete, sfondare le mie certezze a, alla fine, salire in cima per reclamare la sua supremazia. La sento vincere su tutto , sulla mancata promozione, sulla salute di mia madre e su quell’insieme di difficoltà che prima o poi incontreremo. E’ quel tipo di felicità che vince su tutto, a mani basse senza combattere, affermando che quando c’è, lei non ha bisogno di dimostrare niente. Il mio sentire rallenta come fosse al fotofinish perché lei possa insinuarsi bene e farsi ricordare per un po’, dura un attimo ma è così intenso e denso da lasciarmi senza fiato. Vedo mamma che ride e papà che gioca. Li vedo sereni, circondati dalle persone che amano, e capisco che, in fondo, non serve nient’altro. Ricomincio a respirare e lecco la marmellata dal piatto.

Racconto di Serena Pisaneschi
Editing di Giorgia Vullo


L’autrice

Serena Pisaneschi vive e lavora a Pistoia.
Nel 2018 pubblica con Passerino Editore l’e-book “Bang!” ed è presente nell’antologia “Lettere dal futuro” edito da Mezzelane. È tra gli autori de “il grande acconto di Renoir”, collana Artistica di Edizioni della Sera, uscito a dicembre 2019.


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