La tortorella

Quel pomeriggio d’estate, in una campagna calabrese, il sole bruciava sulla pelle dei contadini che raccoglievano i frutti della terra. Non c’era una macchia d’ombra nei campi e si aveva tregua dal caldo solo nei momenti in cui soffiava con forza il vento fresco della collina.
Nel terreno dei David, quel giorno, Giovanni era incaricato di raccogliere metà dei pomodori maturi. Si passò una mano sul sudore della fronte abbronzata. La camicia sbottonata, i calzoni arrotolati fino alle ginocchia. Provava un sollievo rigenerante quando una folata di vento soffiava contro di lui e gli fischiava nelle orecchie, sovrastando il rumore insistente delle
cicale.
Si avvicinava il giorno di San Rocco, il sedici di agosto, un giorno di gran festa in paese, ma lui non vedeva l’ora di tornare a scuola. Studiare non era noioso come dicevano gli altri. A volte voleva giocare anche lui, ma stare seduto al banco in silenzio non gli dispiaceva; le moltiplicazioni erano difficili ma le soluzioni gli venivano sempre giuste. Ogni volta che doveva aiutare i genitori in campagna, partiva a piedi dal paese e lungo il tragitto ripassava a mente tutte le tabelline per far passare il tempo e tenersi allenato; e anche al ritorno le ripeteva ancora e ancora. Man mano che si inoltrava nella strada sterrata che separava i terreni, le persone che incontrava erano sempre più rade e, quand’era sicuro che nessuno potesse sentirlo, ripeteva i numeri ad alta voce, talvolta canticchiandoli in una filastrocca o cambiando tono all’improvviso per imitare quello fermo e serio del suo maestro.
Quando portava i compiti, il maestro diceva sempre: Giovanni Battista Salvatore David, scandiva con un sorriso compiaciuto ogni sillaba del suo intero nome, come fosse una formula chimica o la sua poesia preferita, e leggeva i numeri sulle pagine ordinate del quaderno senza segnare alcun errore con la sua penna lucente.
Ma un giorno Giovanni si era molto risentito. Peccato, l’aveva sentito sospirare in corridoio, peccato che non sia lui il figlio del farmacista o dell’ingegnere o del dottore; Giovanni finirà a zappare per tutta la vita.
Aveva sempre sperato che almeno il maestro lo giudicasse a prescindere dalla sua famiglia. Era sempre stato consapevole della sua povertà, ma mai ne era rimasto toccato così profondamente.
Così, a soli nove anni, aveva amaramente preso coscienza del suo destino, e per qualche giorno non gli riuscirono neanche le addizioni, tant’era avvilito.
Pian piano era tornato a ripetere le tabelline e si era posto un obiettivo importante: da grande non sarebbe andato a zappare. Avrebbe continuato a studiare e sarebbe diventato un matematico.
Quel pomeriggio, vicino al giorno di San Rocco, immaginava di sentire nel flusso intenso del vento la voce del maestro che lo riempiva di complimenti. Si chinò a terra e colse l’ultimo pomodoro dalla buccia liscia ed opaca. Lo gettò nel secchio ormai pieno e farfugliò qualche calcolo per contare i pomodori che aveva raccolto, più per divertimento che per conoscerne il numero preciso. Quando però poggiò lo sguardo sull’altra metà del campo, si accorse che i pomodori stavano ancora tutti lì appesi alle piante, a rosseggiare sotto il sole.
S’infastidì per quella noncuranza. Sbuffando portò i pomodori raccolti nella casupola al centro del terreno e alzò lo sguardo sul paesaggio attorno a sé. Aguzzò la vista sui pezzi di verde che circondavano i terreni coltivati, gli alberi da frutto tutti in fila e qualche albero solitario la cui chioma frusciava al vento, ma non vide niente di strano. Si incamminò in direzione del recinto arrugginito che separava il terreno dei David da quello contiguo. Fra l’erba alta di quella proprietà altrui, scorse una testolina dai capelli ricci e biondi. Scavalcò la rete e la raggiunse di corsa.
Suo fratello Antonio era accovacciato su un piccolo nido d’uccelli. Allungava un filo d’erba a un pulcino di tortora che fremeva da solo nel mucchio di rametti secchi.
«Ma che stai facendo?».
«L’ho visto cadere dal ramo», disse Antonio. Indicò l’albero vicino senza staccare gli occhi dalla creatura che pigolava incessantemente. «È stato il vento. Ma la piccolina non si è fatta male».
Antonio se ne fregava di zappare la terra, di raccogliere i pomodori e la frutta dagli alberi. Preferiva curare gli animali che trovava in giro, al costo di subire le mazzate del padre. Gatti e cani randagi, uccelli dalle ali spezzate, lucertole senza coda. La sua sensibilità verso ogni creatura in difficoltà innervosiva ogni volta Giovanni. Il lavoro andava fatto o le botte dei genitori toccavano a entrambi. I doveri di Antonio ricadevano anche sulle sue spalle, come se il peso di altra terra da zappare lo facesse affondare coi piedi sporchi ancora più a fondo, impedendogli di studiare per realizzare i suoi sogni.
«Devi raccogliere i pomodori, Totò».
«Giambattista, se la lascio da sola, la tortorella muore».
«Non muore, la rimettiamo sull’albero».
«Ma cadrà ancora il nido, il vento è fortissimo».
«E fa niente, impara a volare».
«Non vedi che è ancora troppo piccola? Non può volare».
«Totò, ti faccio volare io dall’albero se non vai a raccogliere i pomodori, capito?».
Antonio lo ignorò e continuò a cibare l’uccellino, mentre Giovanni ormai bolliva di rabbia. Cercò di incalzarlo ancora, senza successo. Si fece tutto rosso in viso e reagì a quell’indifferenza: si fiondò su Antonio e lo spintonò a terra, bloccandogli le braccia e le gambe. «Vai a raccogliere i pomodori, hai capito? Non lo farò io al posto tuo!».
«Ti ho detto che ora vado» gridò il fratello, lamentandosi della stretta eccessiva ai polsi.
Giovanni non gli credette. Lo lasciò andare ma, con un gesto veloce, afferrò il nido e lo alzò al cielo. La tortorella iniziò a pigolare sempre più terrorizzata. Antonio sbiancò: «Così la fai cadere! Mettila giù».
«Facciamo un gioco: se vinci tu, ti ridò il nido e io raccolgo i pomodori. Se vinco io, vai a raccoglierli tu».
«E la tortorella la lasci andare, però».
«No», sbottò Giovanni. «Se vinco, la tortorella la ammazzo e me la mangio».
Antonio impallidì. «Ma che dici?».
La tortorella iniziò a emettere uno strano verso stridulo.
«Me la mangio, davanti ai tuoi occhi».
«Smettila» gridò Antonio, cercando inutilmente di raggiungere il nido con dei salti. «Io voglio salvare gli animali, che mi frega dei pomodori!».
«Vuoi mangiare o no? Devi diventare forte e robusto».
«E a che mi serve? A fare lo scemo come te?».
Giovanni si indispettì ancora di più. «Io non sono scemo, diventerò un matematico. Ma a te servono i pomodori, per essere forte e curare gli animali grandi. I maiali, i cavalli, le mucche, come vuoi prenderli se no?».
«Sono già forte».
«Allora giochiamo e vediamo chi è più forte».
«Va bene» esclamò Antonio.
Giovanni poggiò il nido due metri più in là, sul terreno arido. La tortorella si acquietò e tornò a pigolare.
Si sdraiarono a pancia in giù. I lucenti occhi azzurri di Antonio si fissarono nei due neri pozzi profondi del fratello maggiore. Puntarono i gomiti, si strinsero le mani e, al tre, iniziarono a spingere. Giovanni fingeva di faticare molto, mentre Antonio grugniva dal reale sforzo fisico. Da bianco di terrore, ora si era fatto paonazzo e stringeva gli occhi a fessure.
Il suono delle cicale aumentava la tensione fra i due. Giovanni iniziò a mostrare la sua vera forza e inclinò sempre più il braccio di Antonio, che iniziava a mostrare segni di cedimento. Alla fine, esplose in un pianto e Giovanni lo batté, spingendogli il braccio a terra.
«Non la uccidere! Non è giusto, sei più grande tu, sei più forte» strillò Antonio, massaggiandosi il braccio dolorante.
Questo è perché io zappo la terra e raccolgo i pomodori» gli gridò con rabbia Giovanni. «Non come te». E così dicendo, gli voltò le spalle e si avvicinò al nido. Antonio scoppiò in un pianto disperato, a cui si unì il pigolio terrorizzato dell’uccellino.
Il fratello maggiore si chinò e ghermì il corpo della tortorella. I polpastrelli ruvidi ne percepirono la morbidezza della peluria che stava iniziando a mutare in piumato. La portò all’altezza del suo viso e si voltò verso Antonio perché potesse vedere anche lui. La teneva stretta in mano mentre emetteva il suo verso stridente, ma Giovanni non riusciva a sentirla. Il vento soffiava con prepotenza e gli fischiava nelle orecchie: Giovanni Battista Salvatore David, bravissimo!
Con l’altra mano le tirò il collo.


L’autrice

Teresa David
Teresa David

Teresa nasce a Catanzaro e ha vissuto un po’ qua e là nel mondo, ora è ferma a studiare Lettere Moderne all’Università degli Studi di Milano. Una ragazza come tante, un po’ svampita e antiquata. Non servono tante parole per descriverla perché, in ogni caso, quando scrive è una persona diversa.

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