LA PRIMA

Opera di Irene Puglisi

Un giorno arrivò in paese questa strana famiglia. 
Vidi due adulti, probabilmente i genitori e due bimbi piccoli, erano troppo lontani da me, per indovinarne l’età, notai solo che entrambi avevano i capelli corvini. 
Dell’apparizione di questa famiglia non se ne rese conto nessuno tranne me. 
Non se ne accorse nessuno perché arrivarono in sordina, cercando di farsi notare il meno possibile. Avevano l’aria spaventata e palesemente fuori luogo, sembravano camaleonti impauriti. I genitori tenevano per mano i due ragazzini che a loro volta si tenevano per mano a vicenda come in un girotondo spezzato. 
Quell’immagine mi ricordò una scena di guerra che avevo visto in una telenovela argentina che passano ogni pomeriggio in tv. In una puntata di qualche giorno prima una famiglia scappava sfiorando i muri delle case per sfuggire alle bombe, la protagonista aveva con sé la valigia e portava un foulard di seta in testa, mentre il suo innamorato aveva un completo scuro elegante e il cappello in mano. I colori dei loro abiti erano freddi e polverosi. 
Quel giorno pioveva. Un grosso acquazzone gonfiava il Serchio e i nostri animi. 
Arrivarono accompagnati da due uomini dall’aria seria che, con passo deciso, li guidarono su per il paese, superando piazza Umberto I e diretti verso la barchetta. Si trattava di una rientranza della piazza, che noi chiamavamo così. Superando la vecchia merceria della signora Pirolli, ci si arrivava da una piccola discesa e si presentava come una specie di conca. Lì sopravviveva un vecchio negozio di scarpe per bambini e in fondo, appena prima di una stradina sterrata che portava a un ponticello, si intravedeva una porta scura, in ferro battuto. Nessuno ci faceva particolare attenzione perché la strada in quel punto era buia e umida. 
Fui l’unica a vederli dirigersi lì tutti insieme in quella giornata di pioggia, perché io sto sempre alla finestra del mio appartamento che si affaccia sulla piazza. Assisto alla prima di tutto quello che succede in paese. Posizione privilegiata la mia. Sto alla finestra anche quando piove, non c’è granché da fare da queste parti. Avevo appena finito di stendere. Stendevo anche se pioveva, stendevo e guardavo il balcone sotto al mio, stendevo e guardavo la piazza.  
C’erano pochi passanti vista la giornata per quello mi colpì la famiglia dai capelli corvini. 
Li vidi entrare proprio da quella porta semi buia e perdersi al suo interno, scortati dai due uomini. 
Li rividi a messa la domenica successiva. Don Silvio dette loro il benvenuto e li presentò come i Signori Mandelli, da poco trasferitisi in Toscana. 
I due coniugi abbozzarono un timido sorriso alla comunità, voltandosi a malapena dalla loro terza fila. Nessuno sembrò interessarsi particolarmente al loro arrivo, siamo gente schiva noi, di montagna, ma salutammo tutti educatamente con un cenno della mano. 

Scambiatevi un segno di pace. 

Osservai la schiena drittissima della signora Mandelli e mi domandai se teneva quella postura per mettere in luce ancor di più il seno pieno, forse rifatto.  
Indossava un completo grigio cenere e i folti capelli neri, radi sulla fronte, che lasciavano lo sguardo spaventato ancora più esposto, erano raccolti in uno chignon stretto e curato alla base della nuca. Non le donava. Dietro gli occhiali da vista due solchi profondi sotto gli occhi che le scavavano il viso già spigoloso, il trucco pesante leggermente sbavato. 
I due bambini si somigliavano tra di loro e avevano la stessa faccia scura del padre, ma a differenza dei genitori non stavano fermi un minuto. 

Vi benedica Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo. 

I due, alla fine della messa, parlottavano tra loro rimanendo così incollati l’uno all’altra da sembrare sul punto di sorreggersi. Riuscii a origliare un accento meridionale che loro si sforzavano di contenere, ma che strideva come un urlo con il loro cognome meneghino. 

Andate in pace. 

Me ne tornai a casa chiedendomi come ci fossero finiti in queste valli dimenticate da Dio. Nessuno si trasferiva deliberatamente qui, al massimo succedeva il contrario. Negli anni ho visto molti giovani andarsene. Mia figlia me lo ripete sempre: siamo un paese di vecchi in un Paese di vecchi.  
Rividi il Signor Mandelli al caffè della piazza la settimana dopo Ferragosto. Beveva un caffè assorto nella lettura del giornale.   
Era solo e accigliato così ne approfittai per parlare con lui. Ne venne fuori che faceva il giornalista e che stava andando a presentarsi alla sede distaccata del quotidiano locale per sapere se avessero un posto per lui.  
Non volevo deluderlo ma le parole mi uscirono spontanee dalla bocca e anche il volume della mia voce non badò al contegno: “Signor Mandelli ma si figuri, qui non succede mai niente!” Dissi ridacchiando. 
Mi interruppi subito e non aggiunsi che in un paese di neanche seimila abitanti a stento c’era bisogno di un giornalista, figuriamoci due.  
Invitai lui e la moglie a casa mia la domenica successiva per un tè ma il suo sguardo, sulle prime aperto e cordiale, si rabbuiò. Accampò una scusa poco credibile e scappò. 
Finita l’estate persi interesse. Il nome del Signor Mandelli non comparì mai sulla pagina locale del giornale che avevo iniziato a comprare di tanto in tanto, curiosa di sapere se l’avessero preso.  
La famiglia si adattò alla svelta al nostro stile di vita semplice, scandito dagli incontri al mercato per le Signore e quelli al Caffè della piazza per i Signori. 
Si abituarono in fretta alla comunità e, come loro, erano riservati ed evitavano la troppa confidenza. Non uscivano molto se non per andare alla messa la domenica mattina, sempre tutti insieme e sempre per mano, e per fare le spese necessarie alla sopravvivenza. 
Nessuna compagnia né dentro né fuori casa. 
La Signora Mandelli non perdeva d’occhio un minuto i suoi figli, che non si separavano mai da lei, non andavano all’oratorio, né tanto meno alle feste degli altri bambini e non giocavano in piazza con loro, addirittura non frequentavano il catechismo. Don Silvio non ne sembrava infastidito, forse placato dal fatto che la domenica si presentassero tutti e quattro alla messa con aria timorata di Dio. 
Al massimo i due ragazzini venivano sorvegliati dai due uomini dall’aria seria che li avevano accompagnati qui la prima volta. Di tanto in tanto, dalla mia posizione privilegiata, li vedevo ancora fare loro visita. 
Un giorno però, accadde una cosa strana: così com’erano arrivati, sotto la pioggia, i Signori Mandelli scomparvero. Non avrei mai saputo quale fosse il loro segreto. Perché abitassero in quell’angolo della piazza e cosa li avesse spinti a lasciare il Sud per un paesino di montagna sperduto nell’entroterra toscano.  
Quando mi affacciai alla finestra la pioggia aveva già lavato via il sangue dal lastricato. 

Racconto di Veronica Nucci
Editing di Giorgia Vullo


L’autrice

Veronica Nucci è nata in provincia di Lucca nel 1988. Da sempre è appassionata di lingue straniere e dopo una laurea in Traduzione Letteraria e Saggistica a Pisa ha vissuto a Cardiff, Bruxelles e da un anno e mezzo è approdata a Parigi. Lavora in una start up nel digital marketing e nel tempo libero passeggia lungo la Senna, mangia Paris-Brest e scrive racconti.

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