IL GIARDINO DI MARIANGELA

Contavo le margherite nel mio giardino. Faceva un caldo bestiale quell’estate e stare in casa era impossibile, tutti cercavano riparo dall’afa nei praticelli, sotto agli ulivi e ai peschi, o nei bar insieme ai vecchi del paese che passavano lì le giornate intere a giocare a briscola e a bere prosecco ghiacciato. 
Contavo le margherite, ma non proprio, perché continuavo a distrarmi e a perdere il conto; continuavo a distrarmi e a ricordarmi della primavera, che era appena passata, ma sembrava lontanissima, e del venticello fresco e dei temporali irruenti e del freddo col sole. Pensavo a quanto fosse paradossale l’idea comune per cui tutti vedono la primavera come una stagione mite. E perché a me allora faceva così girar la testa?
‘Oggi cosa sarà? Sole ma gelido? Limpido e vento da spettinarti i capelli? Pioggerellina e nuvoloso? Temporale ma caldo infernale?’
La primavera è un enorme mistero, ma nessuno lo capisce.
La primavera è il più grande mistero che esista, e io l’avevo cominciato a capire solo quell’anno, perché prima ero troppo bambina e naive. 
Insomma, ero lì, nel mio giardino che cercavo di contare quelle benedette margherite, ma mi veniva il nervoso perché, invece di concentrarmi su quello che stavo facendo, non riuscivo a distogliere il pensiero da quella dannata primavera. 
‘Mannaggia, Mariangela! Ricomincia da capo! Uno, due, tre, lì ce ne sono altre sei, undici… no aspetta, quelle le ho già contate, mi sa. Ok, da capo.’ E così ho passato un paio d’ore ad illudermi di potermi distrarre, di poter pensare solo alle margherite e alla loro semplicità e delicatezza. 
Peccato che in comune con loro avessi solo la precarietà e la fragilità tipica di ogni fiore, ma di certo non la semplicità, almeno non nei pensieri. Infatti a quell’età, appena uscita dall’adolescenza, mi sembrava di essere più confusa che mai. Tutti mi avevano detto che dopo i vent’anni non avrei più avuto problemi, mi dicevano ma sì, una volta passata l’adolescenza vedrai che passerà! Sono gli ormoni a scombussolarti tutto. Forse mi avevano mentito per tranquillizzarmi, forse ero diversa da tutti gli altri, ma non osavo chiedere. Volevo e dovevo mantenere la mia copertura di giovane donna sicura e determinata. 
Continuavo a contare, ma più andavo avanti più i fiori si moltiplicavano. 
Quante sono? Non potrò mai contarle tutte!
Il caldo era asfissiante, soffocante, o forse lo era quel prato con le sue margherite o più probabilmente lo erano i miei pensieri e il ricordo della primavera e quel vento e quel temporale e tutta quella GRAN CONFUSIONE!!! 
Giù.
Mi ero lasciata cadere dentro a quel prato, come da bambini ci silascia cadere nella vasca delle palline colorate. Affonda, Mariangela. Il cielo era di un blu agghiacciante, il verde ai confini del mio corpo sembrava spaventosamente infinito, e quelle erbacce che spuntavano intorno a me, con braccia minacciose, sembravano volermi aggredire. Mi aggrappavo alla terra rovente e secca per sfuggire alle mie paure, per non affondarci; cercavo un appiglio. 
L’ulivo! Vedevo i suoi rami forti stagliarsi contro quella luce accecante, dei contorni così netti da non potersi confondere. Il marrone neutro e calmo della sua corteccia mi invitava, le olive e le foglie verdi e minute mi volevano accarezzare, le radici forti incastonate nel terreno mi avrebbero cullata. 
A gattoni riuscii a raggiungere quell’oasi, il mio paradiso. L’ombra. L’erba fresca e verdissima. Le formiche che mi facevano il solletico. L’estate, la mia pace.
Come pensavo di potermi distrarre? I ricordi erano tutti intorno a me; l’assenza, la solitudine riempivano l’aria come se non fosse stata già abbastanza carica, come se non fosse stata già abbastanza pesante. Mi accarezzavo la pancia piatta, vuota sotto il mio prendisole bianco. 
‘Sì, Marì, sei rimasta sola. Conta le tue margherite, conta le tue olive.’
E accarezzandomi così, le mie dita sporcavano il mio abito. La terra vuota e asciutta copriva ora la mia pancia vuota e asciutta, e sotterrava tutto quello che sarebbe mai potuto nascere da lei. 
Una lacrima salata, un singhiozzo soffocato.
Cullami ulivo, cullami giardino. Tienimi, dentro di te e io mi prenderò cura di te. 
Conterò le tue margherite.

Racconto di Elena Marras

edito dall’Associazione Lampioni Aerei


L’autrice

Fotografia di Thomas Macdonald

Elena Marras è nata a Milano il 4 dicembre 1996. Gattara sagittario, ha sviluppato la passione per le lingue e le letterature straniere, in particolare inglese, tedesca e spagnola. Al momento frequenta la facoltà di Lingue, Comunicazione e Media all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *