CHIOCCIOLA

Uscì di casa nella sera. Il portoncino si chiuse alle sue spalle, con un clangore irrispettoso verso il silenzio della strada. Il cielo, non ancora tutto nero, portava uno spesso strato di nuvole. Prese a camminare a passi leggeri. La luce dei lampioni riempiva l’asfalto e le pozzanghere di bagliori giallastri. Da alcuni giorni non smetteva di piovere e quello era un momento di tregua; sui muri di mattoni dei giardini era frequente trovare le chiocciole.
        In quell’ora nessuno avrebbe potuto vederla mettere un passo dopo l’altro sull’asfalto bagnato, sul tappeto di foglie molli… Prima di uscire di casa non aveva spento la luce della scrivania, chinata sulla quale aveva passato il pomeriggio. Lo studio prolungato l’aveva lasciata in un sentire ovattato. Quella passeggiata non avrebbe avuto nessuna meta; sarebbe stato piacevole lasciarsi trasportare per le vie ben conosciute del suo quartiere; fino a dove? Non sarebbe andata abbastanza lontano da perdere la familiarità di quell’atmosfera.
         Il collo protetto dalla giacca, provava piacere ogni volta che il vento si alzava un po’ più forte; le mani, a fondo nelle tasche, tendevano il tessuto impermeabile sulle spalle. Contro il seno sentiva la forma scomoda del suo quaderno, che in ogni caso non si sarebbe bagnato. Quale ladro avrebbe potuto violare le sue pagine, o a chi sarebbe importato? Il lungo viale alberato si perdeva nella prospettiva.
         Il cielo si faceva sempre più scuro e vicino; era svanito l’ultimo riverbero della luce del tramonto. Si chiese per quanto sarebbe potuto durare il calore del suo corpo infagottato in quella sera, sarebbe stato confortevole il calore di una mano… Magari da una delle finestre qualcuno avrebbe potuto vederla. Senza testimoni, incappucciata, si vide passare come sarebbe passato un fantasma; intanto, sottile sottile, ricominciava a scendere acqua.
         Fece caso alle briciole d’acqua che le si depositavano sul viso, quale fascino avrebbero esercitato su un ammiratore… Valutò il silenzio da ogni parte e l’assenza di movimento; ora neanche una macchina che incrociasse gli scorci delle vie più lontano.  Le fronde degli alberi sembravano essersi fermate, non poteva sentire lo scroscio delle gocce che cadevano dalle foglie. Nessuna persona in vista. Accese le luci dietro i vetri ma non un’ombra muoversi o una tenda…
         Nei suoi sogni desiderò di essere una superstite, un’ultima sopravvissuta. Immaginava, sciolto quasi ogni legame, di che cosa avrebbe potuto vivere, che cosa avrebbe incontrato… Di chi avrebbe desiderato la presenza in quella desolazione? E verso dove avrebbero potuto viaggiare se una qualsiasi apparizione non avesse smentito l’impressione di essere rimasta sola al mondo? Percorso il lungo viale, si sentiva confermata nelle sue immaginazioni, ma non osò cercare con lo sguardo più lontano. La pioggia intanto era cresciuta. Dell’acqua era penetrata dal collo e lei cominciava a provare freddo. Le scarpe lasciavano passare acqua e i pantaloni zuppi si appiccicavano alle cosce. Inoltre, l’inchiostro nel quaderno avrebbe potuto sciogliersi, le pagine rovinarsi. Tuttavia, non accelerò, sperando con sfida che spiovesse.
         Un altro passo, un altro ed il suo piede, troppo tardi per scaricare il peso, incontrò una consistenza diversa… Qualcosa delle dimensioni di una noce aveva ceduto tra la sua scarpa ed il marciapiede. Si era rotta con un leggerissimo schianto ed uno scricchiolio. Oltre allo scricchiolio faceva resistenza la forma di una sostanza molle. Ritrasse il piede troppo tardi e si chinò sull’asfalto; la pioggia continuando a cadere non lasciava che si fermassero i bagliori. Le dimensioni di uno sputo raccoglievano una massa sofferente; si rimescolava lentamente agonizzante. I suoi organi nettamente bianchi o giallini disperavano lacerati dai cocci taglienti. Aveva schiacciato una chiocciola.
         Lo scroscio si fece più violento e la sorprese per quanto fosse freddo, chinata su quella morte; ma l’acqua puliva lo sfacelo di quella carne viva, sciacquando continuamente dove un frammento era più profondamente infossato. Tra gli altri cocci uno rivelava parte della perfezione del suo disegno, e gli altri frantumi avrebbero completato la struttura: il suo guscio era cresciuto secondo un preciso sistema di curve e ne aveva raccolto la polpa… Distolse lo sguardo.
        Fu proprio in quel momento che io la vidi. Levò il cappuccio ma non si alzava da terra, mi chiesi che cosa ci facesse accovacciata. I capelli erano molli, a ciocche nere e lucide. Dai suoi occhioni, anch’essi neri, stretti a fessure, grondavano le ciglia. La sera non poteva mascherare la carnagione. L’acqua scorreva lungo la fronte, filtrata dalle spesse sopracciglia, sugli zigomi e ne accarezzava la pelle; lisciava le sue dita polpose e sottili, le cingeva le spalle…
        Raccolse qualcosa da terra, si avvicinò all’erba e lo lanciò. Poi prese a correre finché la persi di vista…

Racconto di Mario Marconetti

Edito a cura dell’associazione Lampioni Aerei
Editors: Filippo Ilderico e Sofia Masullo


L’autore

Mario Marconetti, primo di quattro fratelli, nasce nel 1996 a Milano, dove attualmente studia Lettere Moderne e lavora. Coltiva tra le altre cose la passione per la letteratura e per lo scrivere.

Fotografia di Filippo Ilderico.

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