Vittima degli dèi: il sacrificio di Ifigenia

L’addio sfumato alla propria esistenza di una giovane donna, il cui solo peccato è quello di essere nata come figlia di un padre superstizioso. È proprio il timore nei confronti degli dèi a spezzare una vita ancora in corsa designando la fine di Ifigenia, sacrificata in onore di un credo evanescente.

Diviso in sei libri, il poema didascalico latino De Rerum Natura, firmato nel I secolo a.C. da Tito Lucrezio Caro, presenta all’interno del primo libro la vicenda nota come Il Sacrificio di Ifigenia.

Figlia di Agamennone e Clitennestra, la giovane vergine è destinata ad essere immolata alla divinità Artemide al fine di ottenere una fausta e felice partenza della flotta alla volta di Troia dalla spiaggia di Aulide. La narrazione, portavoce di quella “religio” aspramente criticata dall’autore, vuole evidenziare il lato negativo e quasi disumano della superstizione nata dal timore verso gli dèi.

Per condurla al sacrificio Ifigenia viene con l’inganno attirata verso l’Aulide tramite la promessa di un matrimonio con Achille; il connubio tra nozze esacrificio viene sfruttato da Lucrezio: la virgo si dirige verso un altare con i capelli avvolti da un’infula, una benda di lana candida utilizzata per ornare la testa delle vittime sacrificali, non delle spose.

La reazione emotiva del padre-sovrano e dei sacerdoti mentre procede verso l’altare è un segnale che permette ad Ifigenia di riconoscere il proprio stato di offerta sacrificale, per colpa del quale la giovane mancherà il passaggio da virgo a donna adulta, diventando direttamente hostia, animale sacrificale.

Lo stesso Agamennone, vittima per primo della paura divina tanto da divenire nel suo gesto disumano il principale carnefice della figlia, non guarda in faccia la sua stessa figlia.

Il compimento del martirio si svolge intorno all’altare di Diana: la divinità simbolo della caccia, della procreazione e delle nozze. Il sacrificio avviene in onore di quest’ultima, il cui potere, che si esplica nell’ambito del matrimonio e del parto, conferisce al brano una nota di ironia tragica.

Scopo principale dell’autore latino, sostenitore dell’epicureismo, è quello di abbattere le barriere superstiziose che si uniscono alla paura di un concetto irrazionale e religioso che condanna alla morte e al dolore vittime carnali e spirituali, come la figura di Ifigenia.

Scontrandosi quindi con gli ideali di una Roma tradizionalista, Lucrezio ricerca quella sorta di “liberazione” da canoni legati per folclore all’idea delle divinità come “avversari” temuti della felicità umana.

Ne consegue un’idea innovativa che sfida potenzialmente il credo latino e le più oscure paure dei propri concittadini, distaccandosi dall’idea di mito come verità assoluta e sarcasticamente criticando quella pietas tanto ricercata, ma negata ad individui innocenti quali la stessa Ifigenia.

Manuela Spinelli

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