Il sogno ad occhi aperti: una visione idilliaca del Giappone

Van Gogh finisce il Ritratto di père Tanguy nel 1888, in onore del proprietario di un colorificio a Parigi dove comprava le stampe giapponesi.

Il ritratto rappresenta père Tanguy seduto di fronte all’osservatore e alle sue spalle diversi dipinti asiatici realizzati con una vasta gamma di colori particolari e unici che illuminano i dipinti, aggiungendo un tocco della tecnica occidentale. I dipinti raffigurano geishe e paesaggi idilliaci di una civiltà rurale.

Il protagonista del dipinto è un uomo legato a Van Gogh: il soprannome “père”, “padre”, gli viene affibbiato per evidenziare il rapporto d’amicizia che intercorreva tra il proprietario e Van Gogh e gli altri artisti che frequentavano il suo negozio. Era un uomo buono, che riceveva le tele degli artisti per poterle rivendere. Il suo negozio viene ricordato per la presenza di artisti impressionisti e post-impressionisti, tra cui Van Gogh.

Van Gogh, per realizzare il Ritratto di père Tanguy, si ispira alle stampe giapponesi: per la prima volta, il Giappone partecipò all’Esposizione Universale di Parigi nel 1867. Ma solo nell’Esposizione del 1878 il Giappone raggiunge il suo culmine: parteciparono sia la delegazione ufficiale nipponica sia mercanti e collezionisti occidentali, facendo conoscere in poco tempo la cultura nipponica ai parigini. Il dipinto è tipicamente occidentale ma con una nota orientale: accentuata è la tecnica delle pennellate veloci tipiche degli impressionisti con tematiche come geishe e paesaggi in ricordo di un Giappone sognato e irrealizzato.

Il Ritratto di père Tanguy è una delle opere di Van Gogh che ha subito influenze dall’Oriente: l’arte giapponese era per l’artista unica e differente rispetto a quella occidentale perché offriva molti spunti su cui poter lavorare. Essa dava vitalità all’arte morente occidentale riscoprendo la quotidianità della semplicità come la civiltà rurale giapponese non contaminata.

L’artista amava dipingere il suo sogno giapponese a occhi aperti per il senso di libertà, della semplice espressione, di coscienza di sé in modo positivo e di conforto che trovava nell’arte giapponese. Trovava nelle stampe di artisti come Hokusai, Hiroshige e Utamaro una pace assoluta, quel qualcosa in più che, secondo Van Gogh, mancava all’arte occidentale, una sorta di paradiso.

Ben presto, però, venne persa del tutto la possibilità di attingere a questo paradiso, già di per sè lontano: Van Gogh, nel luglio 1890, si uccide, ponendo fine alla vita di un artista che solo dopo la morte verrà scoperto e apprezzato dal pubblico.

Leila Ghoreifi

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