Da Augusto al populismo contemporaneo: la seduzione dell’età dell’oro

Il miraggio dell’epoca aurea accomuna la propaganda augustea di Virgilio (Eneide, 19 a.C. ca.) alle politiche populiste contemporanee, nel segno di una fame mai soddisfatta di benessere.  

Saldamente radicata nell’immaginario comune sta la visione idilliaca di un luogo in cui, anche se non tutto procede alla perfezione, sicuramente funziona meglio di ora, meglio di qua: una dimensione parallela in cui gli affari hanno più successo, i traguardi sono più vicini e l’erba è più verde.

Il giardino grazioso dell’utopia si coltiva secondo la morfologia dei propri desideri – potando le occasioni di fallimento, fertilizzando i facili piaceri – ma si assimila a quello di tutti gli altri per una fondamentale peculiarità: è irraggiungibile. Un boschetto ameno che riesce tanto facile come rifugio della mente quanto impenetrabile come realtà. A rendere questo paradiso ancora più impraticabile è il fatto che esso, il più delle volte, sia proiettato in una dimensione per natura non più attuabile, come il passato. All’amarezza del sogno irrealizzabile si somma così la delusione di non poter più recuperare una condizione già esauritasi, ormai perduta.

Si prova, però, un sottile piacere a raffinare il ricordo di un’età aurea – forse vissuta ed ora edulcorata, forse solo idealizzata – nella speranza quasi di celebrarne presto una simile: tutto pur di fuggire un presente che non soddisfa. Le lamentele circa lo stato e lo Stato attuali si accordano attorno ad un’idea tanto vaga quanto efficace nel fondere le coscienze del popolo come l’inaugurazione della migliore delle epoche. La chiave passe-partout per la conquista del consenso comune è presto trovata: chi promette il ritorno di un tempo prospero e felice per tutti colpisce dritto nella pancia dei suoi interlocutori, fa perno su un banale obbiettivo collettivo.

“Questo è l’uomo che spesso ti senti promettere, / l’Augusto Cesare, figlio del Divo, che fonderà / di nuovo il secolo d’oro nel Lazio per i campi / regnati un tempo da Saturno” [1]. Anchise parla nella visione al figlio Enea, ma dietro queste parole è Virgilio a rivolgersi al popolo romano: arriverà un principe che risolleverà la nazione dal disordine della guerra civile per ricondurla ad un’aurea stabilità. L’intera opera dell’Eneide, fulcro della letteratura augustea, è plasmata attorno all’intento di glorificare l’avvento di Ottaviano, rintracciando fin dalla storia dei suoi antenati un disegno provvidenziale complessivo. Ad Augusto spetterà, dunque, il compito di riportare ai Romani ciò a cui da sempre anelano, una rivoluzione permeante che segni una netta frattura con il presente di devastazione – conseguenza della caduta della Repubblica – e che guardi alla ricostruzione del passato fiorente.

Virgilio è tra i primi autori a connotare l’uso politico del mito dell’età dell’oro con un intento propagandistico: l’idea per cui nel futuro tornerà la condizione primigenia diventerà, poi, uno dei modelli più diffusi di utopia politica fino all’epoca moderna. Per distinguersi da partiti politici a cui vengono imputate le crisi del presente e, insieme, per motivare l’elettorato ad un progresso nel futuro, nell’epoca contemporanea si è diffusa la concezione tipicamente populista di un orizzonte comune a cui mirare, che possa mettere d’accordo un intero popolo. Questa terra prima perduta ed ora promessa si colloca in una convergenza d’interessi a dir poco utopica se si considera la pluralità di valori seguiti dai singoli che compongono un popolo. Se il progetto nella pratica cade, nell’ideale vaneggiato dai programmi politici si mantiene ancora saldo. Gli interessi del popolo possono così essere incarnati da un unico soggetto, il leader, personalizzazione, come Augusto per la Pax Augustea, della nuova era.

Simile capo, simile fine: “i populisti tradizionalmente propugnavano un ritorno al passato, presentato il più delle volte come un’età dell’oro. […] Il discorso populista era impregnato di nostalgia. […] L’evocazione di un passato armonioso, meraviglioso, memorabile, mitico, è sempre un elemento delle loro argomentazioni” [2].

Si torna dunque al grazioso giardino dell’utopia: una fuga a cui l’immaginazione ancora non riesce a rinunciare. Si scappa dalla realtà per la promettente ricerca di una sua versione migliore, come anche per la fame insaziabile di benessere: la corrente del progresso confina con l’ingordigia ed è un fiume che facilmente straborda. A che fine coltivare il proprio eden e quali corsi d’acqua lo alimentano sono domande che non trovano risposta se non proprio lì, dove il singolo posa i semi.

Alice Dusso


[1] Virgilio, Eneide, trad. Canali, Oscar Mondadori, 1978.
[2] Diamanti, Lazar, Popolocrazia, Editori Laterza, 2018.

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