Inevitabilmente muore la seduzione: l’ultimo atto di Anna e Vronskij

Come anche la migliore delle sceneggiate, la seduzione è un artificio che presto si consuma nell’effimero, sia che porti alla nascita di un amore, sia che si tratti di un inganno fine a se stesso. È quest’ultimo il caso del conte Vronskij, che, nel noto romanzo di Tolstoj Anna Karenina (1877), affascina Anna fino a costringerla ad abbandonare il marito e il figlio, per poi accorgersi di non volerla più amare come promesso.

Ci si può immaginare il corteggiamento come una scrupolosa tecnica con cui si allestisce il palco per conquistare il pubblico in sala: si tratta di disporre oggetti di scena, calibrare luci e indossare le maschere che creino la scenografia emotivo-psicologica più adatta per attirare l’attenzione dello spettatore. Non devono esserci ulteriori distrazioni, lo sguardo dello spettatore deve rimanere fisso sulla trama della messinscena, tra gesti seduttivi, occhiate eloquenti e sottili allusioni: il tutto, fino all’ultimo atto.

A guardare il fenomeno da una prospettiva etimologica, ci si accorge che il fulcro di questa pratica si fissa proprio nel “condurre a sé” l’altro. Per fare ciò, occorre indubbiamente una buona dose di fascino e carisma, nonché autocontrollo: chi fa della seduzione una vera e propria arte, quasi una professione, rischierebbe di diventare succube della sua stessa strategia, permettendo ai sentimenti di annebbiargli eccessivamente il giudizio, fino a crollare nel disegno di finzione da lui stesso progettato.

Non sempre, infatti, la seduzione è propedeutica ad un amore sincero, volto a prendersi cura dell’altro, ma spesso si ferma al rango di autoerotismo, interessato unicamente ad amplificare l’ego del seduttore.

È proprio il personaggio del conte Vronskij ad introdurci alla sottile e irrinunciabile gloria del tendere la trappola alla propria preda. Il giovane ufficiale, citando lo stesso Tolstoj, sapeva bene che la parte di un uomo che fa la corte serrata ad una donna sposata e che mette in gioco tutta la sua vita pur di catturarla nell’adulterio, ha qualcosa di bello, di grandioso, e non potrà mai essere ridicola. D’altronde, neanche la stessa Anna era avulsa da un piacere simile, e anzi, specifica l’autore russo, questo giocare con le parole, questo celare un segreto aveva un grande fascino per lei, come del resto per ogni donna. E ad attirarla non era la necessità di nascondere o il fine per cui doveva nascondere, ma il processo in sé.

Come ogni spettacolo teatrale e ogni bel romanzo, la sceneggiata della seduzione giunge, talvolta anche piuttosto velocemente, al suo epilogo, si consuma, muore. Inevitabilmente muore nella conquista della persona amata, o quando questa fallisce miseramente, ma inevitabilmente muore anche quando si consuma l’emozione che la alimentava, se nient’altro c’era stato a portarla avanti, oltre al misero desiderio di possedere l’altro, di godere del benessere che deriva dall’averlo attratto nella propria sfera d’interesse. Continuando la citazione, la relazione di Vronskij con la Karenina, che aveva suscitato tanto scalpore e attirato l’attenzione di tutti, conferendogli un nuovo lustro, aveva solo momentaneamente placato in lui il tarlo dell’ambizione: Vronskij si era reso conto che la soddisfazione del suo desiderio gli aveva procurato solo un granello di quella montagna di felicità che si aspettava. La sua intenzione non andava oltre l’aggiungere un ulteriore titolo alla sua reputazione in società, amare non era neanche forse mai rientrato nei suoi piani: il fatto che lei aspettasse un figlio da lui, dice Tolstoj, richiedeva qualcosa che non era stabilito dal codice delle norme da cui egli si era lasciato guidare nella vita. Ora, la guardava come uno guarda il fiorellino da lui strappato e ormai appassito, nel quale fatica a riconoscere la bellezza che gliel’aveva fatto strappare e rovinare.

Si cala il sipario in scena, si spengono le luci e sul palco non rimangono altro che le vuote maschere di un gioco che, riuscito o meno, si è già consumato nell’effimero. Tra gli spettatori c’è chi si porta a casa il felice ricordo dell’inizio di un amore e chi, come Anna, l’avvilente delusione dell’inganno.

Alice Dusso

 

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