Uccelli di ghiaccio: Cantus Articus

Fotografia di Manuela Mastrangelo
Fotografia di Manuela Mastrangelo

Austero cantore dell’anima nordica, Rautavaara in Cantus Articus (1972)fonde l’ampio spazio orchestrale con il melanconico canto degli uccelli scandinavi, delineando un ipnotico mondo sonoro.

Il Finlandese Einojuhani Rautavaara (1928 – 2016) muove i primi passi all’ombra del gigante della musica nord-europea Jean Sibelius. Ben presto è attratto dalle seducenti sirene del modernismo americano (studia con Aaron Copland e Vincent Persichetti) e dalle alchemiche tecniche della serialità integrale, anche se intesa in un modo meno rigoroso rispetto ai ferrei canoni di Pierre Boulez.

Tuttavia il contatto con la scena sperimentale europea non riesce a sradicare dalla sua sensibilità artistica il profondo legame con la terra nordica. Dopo i primi esperimenti in campo neo-classico e seriale, come molti altri compositori nord europei della sua generazione (Arvo Part, John Tavener, Henryk Górecki su tutti) anche Rautavaara entra in una fase di forte ripensamento creativo che lo porta a elaborare un linguaggio musicale eclettico, che però non rifiuta le conquiste della musica sperimentale. Impressionismo e romanticismo sposano la visionaria creatività delle tecniche aleatorie e seriali.

Sullo sfondo della sua poetica musicale Rautavaara abbraccia una visione mistica della natura, che non parte dalla trascendenza ma cerca la connessione profonda con il mondo circostante. Riferimenti fondamentali diventano le grandi narrazioni delle leggende nordiche e la psicologia junghiana.

Lavoro rappresentativo di questa raggiunta maturità artistica è una composizione per orchestra del 1972, Cantus Articus, recante come sottotitolo la dicitura Concerto for Birds and Orchestra (concerto per uccelli e orchestra). Si tratta di un brano articolato in tre movimenti secondo lo schema classico del concerto solistico con orchestra. A ricoprire il ruolo di solista in questo caso non è nessuno strumento musicale ma un nastro magnetico preregistrato su cui sono stati incisi richiami di uccelli raccolti all’interno del circolo polare artico, la zona scandinava in particolare.

Il primo movimento The Bog (la Torbiera) si apre sull’intrecciarsi di due flauti a cui mano a mano si aggiungono tutti gli strumenti dell’orchestra e i canti degli uccelli. Il secondo movimento Melancholy (Melanconia) comincia con un “a solo” del nastro magnetico che riproduce il richiamo di due allodole. Se nel primo movimento il canto degli uccelli rimaneva sullo sfondo rispetto al materiale orchestrale in questa seconda parte il canto preregistrato viene portato in primo piano mentre gli strumenti creano una texture di sostegno. Il movimento conclusivo Swans migrating  (Migrazione dei Cigni) ha un carattere più visivo che sonoro, il turbinio musicale restituisce l’immagine di grandi stormi che si levano pronti alla migrazione.

Nella composizione di Rautavaara elemento naturale e artificiale si mescolano e compenetrano. I suoni del nastro magnetico, inserito artificialmente fra i timbri dell’orchestra, finisce per diventare l’elemento naturale che gli strumenti, prodotto della tecnica umana, tentano il più possibile di imitare. Il canto degli uccelli risulta, paradossalmente, per essere più reale delle note di Rautavaara.

L’unione fra suono orchestrale e suono animale, nel segno della dicotomia fra naturale e artificiale, va al di là della delineazione di uno spazio acustico immobile da osservare come un soggetto in posa, ma si configura come azione sonora. L’ascoltatore si trova immerso in un continuo mondo in divinere dove il confine fra suono e silenzio, fra sfondo e primo piano appare più sfumato di quanto non sembri.

Mattia Sonzogni

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