Il marchio della violenza

Fotografia di Luca Torriani
Fotografia di Luca Torriani

È particolare il destino dei Sudamericani nati negli anni Cinquanta: una condanna alla violenza, un segno indelebile e inevitabile sulle loro vite. Così Roberto Bolaño narra in L’Ojo Silva, racconto contenuto in Puttane assassine (2001).

«Mauricio Silva, detto l’Ojo» [1], protagonista del racconto, si offre come caso paradigmatico riguardo a questo aspetto: per quanto egli cerchi di fuggire la violenza essa lo raggiunge perché «la violenza, la vera violenza non si può fuggire, o almeno non possiamo farlo noi nati in America latina negli anni Cinquanta, noi che avevamo una ventina d’anni quando morì Salvador Allende» [2].

Bolaño allude così sin dall’inizio, tramite il riferimento ripetuto agli anni Cinquanta e ad Allende, al colpo di stato del 1973 con cui avrà inizio in Cile il regime del terrore di Pinochet, più volte rievocato allusivamente nei testi bolañani. Alla dittatura, alla tortura, al pericolo di diventare un desaparecido come migliaia di altri giovani l’Ojo fugge, lasciando il Cile solo quattro mesi dopo il colpo di stato, ma neanche in questo modo riuscirà a fuggire dalla violenza.

Rispetto ad essa il protagonista ha una posizione particolare. Certo egli è perseguitato dalla violenza e finirà, costretto dalle vicissitudini e per evitare la violenza stessa, per esserne autore, ma ne è soprattutto testimone.

Sin dall’inizio grande enfasi nel descriverlo viene data alla vista: egli si chiama appunto l’Ojo, l’occhio, e gira il mondo come fotografo. Sarà proprio una fotografia a registrare l’orrore che gli si parerà di fronte durante un lavoro in India, qualcosa di indescrivibile di cui nessuno riesce a farsi un’idea, «né la vittima, né i carnefici, né gli spettatori. Solo una foto» [3], la foto di un bambino castrato per incarnare un dio durante una processione e poi finito, inevitabilmente dopo tale processo, in un bordello. La vista di questo bambino, descritto sempre come divertito e terrorizzato insieme e di un altro, in attesa di subire, il mattino dopo, lo stesso destino, condanna l’Ojo ad essere l’autore stesso della violenza, la violenza necessaria a salvare entrambi da quel destino, la violenza a cui i Sudamericani, i Cileni nati negli anni Cinquanta non possono sfuggire, una sorta di condanna data dalla propria terra natia, dagli orrori che l’hanno caratterizzata.

Così l’Ojo è non solo destinato alla violenza, ma è soprattutto destinato a ricordarla e a serbare nella memoria, per quanto cerchi di cancellarli, tutti gli incubi che la violenza porta con sé. Così, morti i due bambini per una malattia, a Mauricio non è data la fortuna di morire come vorrebbe; a lui non resta che piangere «per i figli morti, per i bambini castrati che non aveva conosciuto, per la sua giovinezza perduta, per tutti i giovani che non erano più giovani e per i giovani che erano morti giovani, per quelli che avevano combattuto per Salvador Allende e per quelli che avevano avuto paura di combattere per Salvador Allende». [4]

Elena Sofia Ricci


[1] Roberto Bolano, L’Ojo Silva, in Id. Puttane Assassine, trad. di Ilide Carmignani, Adelphi, 2015, p. 13.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, p. 22.
[4] Ivi, p. 28.

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