Marina Abramovic: un Cristoforo Colombo partigiano

Fotografia di Filippo Ilderico, © Filippo Ilderico, 28 febbraio 2019
Fotografia di Filippo Ilderico, © Filippo Ilderico, 28 febbraio 2019

Marina Abramovic, performance artist nata in Jugoslavia nel 1946, si spinge oltre ogni limite in una ricerca artistica che non accetta di sottostare né al corpo, né alla mente o alla società.

Una donna forte, forgiata nella giovinezza dall’ambiente del comunismo di Tito e dal rigore dei genitori che avevano fatto entrambi carriera nell’esercito, Marina Abramovic parla di un “DNA partigiano” che i genitori le avrebbero trasmesso: “l’attitudine ad attraversare i muri”, a non lasciarsi fermare e anzi spesso a spingersi oltre i propri limiti in nome dell’obiettivo prefissato.

L’interpretazione dell’Abramovic alla leggenda di Siddharta Gautama nel suo percorso verso l’illuminazione fa emergere la sua poetica. Il significato che l’artista dà alla storia è infatti che, per raggiungere un obiettivo, bisogna “dare tutto fino a non avere più nulla”: in questo modo l’impressione è che lo scopo prefissato si sia realizzato da solo.

Questo pensiero traspare già dalle sue performance: dalla giovanile Rhythm 5, in cui l’artista dà fuoco ad una costruzione a forma di stella in mezzo alla quale è sdraiata e vi rimane immobile finché, svenuta per mancanza di ossigeno, viene tratta in salvo, fino a Nightsea Crossing: inizialmente chiamata Gold Found by the Artist, la performance, ideata e realizzata con il compagno Ulay (Frank Uwe Laysiepen), prevedeva che i due rimanessero immobili, guardandosi negli occhi, otto ore al giorno per sedici giorni. Durante l’esecuzione Ulay, a causa di forti dolori, è costretto a fermarsi, ma Marina porta comunque a termine il lavoro e in una lettera ad Ulay scrive:

[…] Vedo questi sedici giorni come una prova, vedo il digiuno come una prova, il silenzio come una prova. Quando il lama tibetano ha parlato di ventun giorni di silenzio e di digiuno, pensi che fosse semplice? Ma lui ha parlato di ventun giorni. Noi di sedici. […] Questo lavoro e questi sedici giorni per me sono disciplina.

L’anima rigorosa della performance artist non è però che una delle due facce del carattere dell’Abramovic, che nella sua autobiografia Attraversare i muri mostra anche il suo lato umano: le debolezze di una donna che non si è sentita amata nell’infanzia, la paura prima di realizzare una performance, il dolore della perdita degli affetti e del tradimento. Questi aspetti di umanizzazione creano una figura di donna a tutto tondo, valorizzando il lato pubblico e artistico, impegnato in una ricerca piena di incognite, alla maniera di un moderno Cristoforo Colombo in viaggio verso l’ignoto, con la possibilità sempre presente “che tu cada davvero dal bordo della terra”, ma anche di scoprire un nuovo continente.

Nel suo viaggio verso il Nuovo Mondo l’Abramovic deve attraversare difficoltà di carattere fisico, oltrepassate rendendo il dolore parte integrante delle proprie performance – come modalità per veicolare un messaggio o mezzo di sperimentazione – attraverso un’intransigente concentrazione mentale. Questa attitudine è già e soprattutto presente nella fase giovanile e in particolare nella performance di 60 minuti Rhythm 10, realizzata nel 1973. La rappresentazione, basata sul gioco del coltello, è stata poi ripresa aumentando il numero dei coltelli da uno a dieci. Dopo aver usato tutti i coltelli, con la mano su un foglio, registrando il tutto, l’Abramovic ripete la performance riproducendo la registrazione e cercando, questa volta, di sbagliare nello stesso momento in cui sente i propri lamenti nella registrazione: ciò che dapprima era stato solo accidentale, diventa ora volontario. In questo modo passato, presente ed errori accidentali si unirebbero. Già all’altezza di questa performance, la prima a livello internazionale, afferma: “Avevo fatto esperienza di una libertà Assoluta; avevo sentito che il mio corpo era senza limiti e confini; che il dolore non aveva importanza, nulla ne aveva. Ed era inebriante. Ero ubriaca dell’energia che avevo ricevuto”. È qui che l’Abramovic capisce di aver trovato il suo medium artistico.

Le difficoltà però sono anche sociali. Nonostante infatti sin da piccola fosse stata incoraggiata verso l’arte, il tipo di arte che più le appartiene è considerato inappropriato: oggetto di vergogna per la famiglia è soprattutto la libertà di Marina verso il suo corpo nudo. La liberalizzazione del corpo umano presente nelle sue performance non è però un problema solo per la famiglia: Imponderabilia (1977) – performance, realizzata insieme a Ulay, tesa a osservare verso chi dei due lo “spettatore” si sarebbe rivolto dovendo passare di profilo tra i loro corpi nudi per accedere alla mostra attraverso lo stretto ingresso della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna – viene interrotta dalle autorità perché considerata oscena secondo le leggi italiane. A tratti l’Abramovic si scaglia contro i limiti e le imposizioni sociali, come in Freeing the Voice (1975), in cui urla a squarciagola fino a perdere la voce, sfogando la sua frustrazione per tutto: “Belgrado, la Jugoslavia, mia madre, il fatto di essere in trappola”. A tratti invece con la società sperimenta; nello stesso anno di Freeing the Voice l’artista aveva realizzato a Napoli Rhythm 0: una serie di oggetti, di piacere e dolore, su un tavolo e la libertà di fare qualunque cosa si voglia all’artista. Il risultato? La liberazione dei peggiori istinti: e insieme alla violenza fisica, l’artista sente anche una forte carica sessuale per cui afferma che probabilmente l’unica cosa che l’ha salvata dallo stupro in quella occasione è stata la presenza di altre donne, peraltro non meno inclini dei mariti a ferirla. Tuttavia il giorno dopo la performance molti chiamano la galleria per scusarsi dell’accaduto. È qui che si manifesta l’impatto dell’opera: la messa in scena delle più grandi paure umane – la sofferenza e la morte – veicola il duplice messaggio di una liberazione personale dell’artista dalla paura e di un motivo di incitamento. “Se potevo farlo io, potevano farlo anche loro”. È la prima ma non certo l’ultima volta che l’artista si pone come esempio, superando i limiti imposti: un’esortazione rivolta in seguito specialmente alle donne.

Elena Sofia Ricci

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