Da Botticelli a Goya. La bellezza pura e perfetta e la donna sensuale

Fotografia di Filippo Ilderico, © Filippo Ilderico, 28 febbraio 2019
Fotografia di Filippo Ilderico, © Filippo Ilderico, 28 febbraio 2019

Botticelli, con la Nascita di Venere del 1485, e Goya, autore della Maja Desnuda del 1800, sono due artisti di due epoche diverse che segnano punti di svolta nell’evoluzione della figura della donna: una dai lineamenti morbidi e delicati, l’altra estremamente provocante nel suo corpo nudo.

La Nascita di Venere di Botticelli, del 1485, rappresenta uno degli esempi di donna perfetta nella sua nudità e autenticità: la dea dell’amore e della bellezza, nata dalla spuma del mare, nel momento dell’approdo sull’isola di Cipro sospinta dai venti Zefiro e, forse, Aura. Venere, che è la protagonista dell’opera e si trova al centro, è in piedi sopra una conchiglia, pura e perfetta come una perla, simbolo di amore e bellezza.

Botticelli si ispirò alle statue di epoca classica per l’atteggiamento pudico di Venere, che copre la nudità con i lunghi capelli biondi, i cui riflessi di luce sono ottenuti tramite l’applicazione di oro.

Un esempio radicalmente diverso di figura femminile è quello rappresentato dalla Maja Desnuda di Goya, del 1800. L’opera mostra un corpo disteso, dipinto con dolci pennellate, su un divano verde petrolio ricoperto da pizzi bianchi e luminosi che ne accentuano la profondità. La donna, giovane e bella, con la pelle di porcellana assume una posa particolare: le mani dietro la testa e la sfrontatezza di non nascondere il seno e il pube, oltre a un piccolo accenno di movimento dei piedi, conferiscono alla donna un carattere sensuale e trasgressivo per l’epoca. Del resto, il nome è un’indicazione precisa: Maja significa “bella” e “attraente”. La leggera torsione del bacino, il formato orizzontale della tela e il naturalismo estremo con cui dipinge Goya contribuiscono a rappresentare, nel complesso, un corpo che si sta muovendo sensualmente per cercare la posizione più comoda da assumere.

L’opera venne commissionata da Manuel Godoy, il potente primo ministro di Spagna, conosciuto come Principe de la Paz, l’unico in grado in questi anni di poter sfidare i divieti e i processi dell’Inquisizione. All’epoca l’Inquisizione spagnola vietava il nudo femminile esplicito per i dipinti profani e ne metteva sotto torchio anche i possessori. Grazie all’aiuto di Godoy, Goya attuò uno stratagemma per fuggire dall’accusa certa dell’Inquisizione: dopo l’opera Maja Desnuda, ne fece un’altra intitolata Maja Vestida, identica nella posa e nelle dimensioni con l’aggiunta di vesti signorili.

La scelta della protagonista non era casuale: viene identificata con la duchessa d’Alba, amata, musa e amica di Godoy, protagonista di feste lussuose e sfrenate. Ma questo non evitò la chiamata da parte del Tribunale dell’Inquisizione, che non processò Goya ma compromise comunque la sua reputazione, spingendo l’artista a rifugiarsi lontano dalla corte spagnola. Il fascino di mistero e di attrazione che è eterno nella Maja rese il suo autore famoso nei secoli.

Questi due quadri sono gli esempi più eclatanti di attraversamento della figura femminile conciliabile con la società del tempo: da un lato una donna perfetta e autentica, che segue i canoni classici di fine Quattrocento; dall’altro una donna sensuale che induce al peccato e sfida con la sua sfrontatezza la società dell’Inquisizione e i suoi precetti contro il nudo. 

Leila Ghoreifi

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