Da Beatrice a Moll Flanders: l’evoluzione della figura femminile tra spiritualità e ambizione

Fotografia di Filippo Ilderico, © Filippo Ilderico, 28 febbraio 2019
Fotografia di Filippo Ilderico, © Filippo Ilderico, 28 febbraio 2019

La figura della donna assume spesso una posizione centrale all’interno della letteratura ed è – probabilmente  l’immagine maggiormente soggetta ai cambi di registro. In evidenza come paragone, due donne contrapposte: l’angelica Beatrice dantesca e l’ambiziosa sofferente Moll Flanders.

Si nasce donne, si cresce assumendo le forme del mondo circostante.
Presumibilmente è sempre stato proprio l’Universo intorno a delineare le diverse figure femminili che la letteratura ha disegnato, colorandole di infinite sfumature secolari.

Si passa così dalla visione di donne quasi perfette – simboli di celestiali adorazioni – al ritratto carnale di piccole guerriere materialiste, radicate su una terra dove si sporcano più volte le mani per raggiungere l’obiettivo prefigurato.
Nasce dunque una comparazione che pone sullo stesso piano due differenti donne: Beatrice e Moll Flanders.

Tra il 1293 e il 1294 si individua il momento storico nel quale, all’interno dell’opera dantesca “Vita Nova”, compare il sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare”. La poesia, evidente elogio a Beatrice, amore dell’autore, traccia all’interno dei propri versi la figura di questa donna celestiale.
Beatrice, seppur mai citata, viene descritta attraverso il dipinto della donna-angelo, responsabile di un’armoniosa essenza attraverso cui elevare l’uomo alla propria spiritualità.

Sinonimo di purezza e ascensione paradisiaca, Beatrice fa breccia nel cuore di Dante e dei suoi lettori per la candida innocenza che la rende – già sulla terra – al servizio di Dio.

Si fa riferimento ad un periodo culturale e storico nel quale la religione dominava fortemente gli animi degli autori e nessun particolare materialismo – soprattutto nell’ambito amoroso/carnale – sembrava destare l’interesse generale. La donna era effettivamente presentata dagli Stilnovisti come la “complice” dell’innalzamento divino, una sussurrata speranza di unione con il Cielo.

D’altro canto, nel XVIII secolo, le donne già esibiscono le macchie di un mondo tutto nuovo: addio alle ricerche ultraterrene, la femminilità si trasforma in un agguerrito femminismo affamato di emancipazione individuale.

Tempi duri, quelli vissuti da Moll Flanders, orfana e abbandonata a sé stessa in una società nella quale solo un matrimonio di interesse può consentire alla protagonista una reale sicurezza economica.

La narrazione mastica le briciole della gioventù e della forza di Moll consumata pagina dopo pagina: tradimenti, furti, bugie, galera. La donna ingoia ogni singolo boccone amaro e impara a convivere con questa dieta drastica, lasciando che il suo dessert finale sia composto dalla riuscita di questa continua corsa al denaro.

Non c’è più posto per la spiritualità, è il corpo a parlare e a servire come arma di incoraggiamento; il valore principale non assume più le fattezze della bontà, si lascia spazio alla moneta.

Nel mondo dantesco Beatrice fungeva da filo conduttore tra infertilità terrena e benedizione celestiale, destinata dalla sua personalità a diventare l’emblema della salvezza umana. La donna-angelo quindi veniva investita di una responsabilità mirata ad accompagnare l’uomo verso la luce di una vita nuova.
Moll Flanders sopporta il peso di un compito ben più importante e decisamente amaro: salvare sé stessa, da sé stessa e dall’umanità.

Il cuore contro la mente.

Manuela Spinelli

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