Il palcoscenico del cantastorie: la strada come strumento di condivisione

La strada è stata da sempre scenario di numerosi eventi di diversa natura. I cantastorie, figure artistiche spesso sottovalutate dall’opinione pubblica contemporanea, hanno saputo sfruttarla al meglio nel corso dei secoli. Per loro la strada è stata il luogo per eccellenza della condivisione, strumento potente per una comunicazione d’impatto con il pubblico, all’insegna della divulgazione della cultura e del confronto su tematiche sociali controverse.

I cantastorie sono artisti itineranti legati alla tradizione orale a alla cultura popolare, la cui funzione ha subìto negli anni profonde trasformazioni dovute alle esigenze storico-culturali della loro terra, fungendo da tramiti culturali tra il popolo analfabeta e il mondo epico e poetico, fino a diventare “oratori” attenti e sensibili alle ingiustizie sociali del tempo.

La tradizione dei cantastorie deriva dagli aedi e i rapsodi greci, dai giullari medioevali e dai trovatori o trovieri della corte di Federico II di Svevia [1]. Essi contribuirono poi a diffondere in dialetto la chanson de geste dei paladini carolingi (argomento anche dell’Opera dei Pupi) e nel XVII secolo riuscirono a raccogliere un pubblico molto vasto. Giravano la Sicilia durante le festività o le fiere, cantando storie d’amore, delitti d’onore e avventure, vere o inventate, portando con sé grossi cartelloni raffiguranti le vignette (i quadri) più salienti delle storie narrate e accompagnandosi per lo più con la chitarra (e prima ancora con la lira). A fine spettacolo distribuivano in cambio di un’offerta dei foglietti o degli opuscoli con la storia illustrata, sostituiti poi – con l’avvento della discografia – da dischi e musicassette.

Secondo lo storico Giuseppe Casarrubea si potrebbero distinguere due filoni [2]: il primo racchiude i cantastorie (tra cui Orazio Strano) legati ai racconti tradizionali (ne è un esempio il poemetto “La Baronessa di Carini”, di cui esistevano oltre 500 versioni). Un secondo filone riguarda invece quella generazione di cantastorie (iniziata con il poeta Ignazio Buttitta per lo più nel secondo dopoguerra) divenuta consapevole di rivestire un ruolo sociale all’interno della comunità [3] e che si è dedicata dunque ad una scrittura nuova, di denuncia. Canzoni appartenenti a questo periodo sono la ri-analisi socio-antropologica di Buttitta su “La vera storia di Salvatore Giuliano” e il suo poemetto “Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali” (un socialista morto per mano della mafia) portato al successo dal talentuoso cantastorie Ciccio Busacca al terzo congresso della cultura popolare italiana tenutosi a Livorno nel ‘56 [4].

La forza dei cantastorie si basava soprattutto sul fascino del dramma. Le scelte sulle modalità narrative (voce declamata, mimica facciale e gestualità accentuata, accompagnamento musicale variegato) e il linguaggio utilizzato (il dialetto siciliano) erano consoni ad un pubblico sfuggente e spesso analfabeta che – attirato dalle grandi capacità interpretative dei cantastorie – era capace di rimanere seduto ore per ascoltare quei canti e quelle affascinanti ed emozionanti storie.

Piangere e ridere erano due reazioni affidate alla bravura di questi artisti ambulanti, capaci di smuovere le coscienze di gradi e piccini, non senza ricevere minacce ed essere ostacolati dalle vecchie cariche politiche di quegli anni. Erano tempi controversi, e il cantastorie girovagava di piazza in piazza offrendo una valida alternativa al cinema e alla televisione per entrare in contatto con la cultura, spingendo la gente a riflettere e ad assumere un atteggiamento critico di fronte a fatti anche realmente accaduti, spesso ambigui e insabbiati da uno Stato ostile nei confronti delle nuove ondate democratiche del tempo [5].

Prima vittima della diffusione della televisione quale mezzo di comunicazione di massa, già dagli anni ‘70 la figura del cantastorie ha subito un lento declino di popolarità, e oggi sembra quasi essere svanita.
Eppure molte realtà presenti in tutta Italia e artisti e musicisti di grande spessore (ne è un esempio Matilde Politi) lottano ancora affinché il lavoro millenario di questi artisti non venga dimenticato. Sono tutte testimonianze di come la strada sia stata un palcoscenico valido e un ottimo strumento per indurre quel contatto intimo che oggi sembra quasi lasciare il posto ad un confronto filtrato dalla carta di un giornale o da uno schermo televisivo, con tutti i pro e i contro che ogni mezzo di comunicazione porta con sé.

Eleonora Gioveni


[1] http://www.treccani.it/enciclopedia/cantastorie_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/
[2] Ignazio Buttitta e i cantastorie siciliani (documentario), Salvatore Monelli
[3] Ibidem
[4] Cantastorie Cicciu Busacca – Intervista
[5] Ignazio Buttitta e i cantastorie siciliani (documentario), Salvatore Monelli

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *