Gozzano e la franabile “Via del rifugio”

Scoperto il primo focolaio della tisi, Gozzano cerca sulla carta, con l’omonima raccolta (1907), la via del rifugio che lo porterà a ritirarsi nella villa di campagna.

Agliè è un comune di poco più di duemila abitanti, perso tra le colline piemontesi, a qualche decina di chilometri da Torino. Villa “Il Meleto” si incastona tra campi quadrati e boschi sparsi; alla fine di un lungo frutteto, i glicini sulla facciata accolgono i nuovi venuti. Dentro, i salotti in gusto liberty sanno di un passato antico ed antiquato – “un odor triste / è nell’umile casa centenaria” [1] – con la sua tappezzeria consunta e i suoi gingilli kitsch, raccozzati da una borghesia che confondeva la latta con l’argenteria. In questi corridoi, giù fino al giardino ed allo stagno, trova tregua un Guido Gozzano in fuga dalle eterne lotte della città; qua cerca disperato riparo dalla tubercolosi che gli conta i giorni.

La fantasia è un dolce sciroppo in cui affogare le ansie senza rimedio, e il poeta vi naufraga volentieri, risalendo la corrente fino ad un tempo lontano, che lo separi dal futuro che gli stringe la gola. Nascono così gli stretti dialoghi tra una nonna Speranza diciasettenne e l’amica Carlotta, i canti e le brevi romanze recitati all’ombra del “loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone, / i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!)” [2]. Quando i ricordi propri non bastano ad evadere la cruda realtà, allora ne fabbrica di altrui, per poi smarrirsi in fantasticherie fini a se stesse, filastrocche per bambini e nenie di paese: “socchiudo gli occhi, estranio / ai casi della mia vita. / Sento fra le mie dita / la forma del mio cranio […] non agogno / che la virtù del sogno: / l’inconsapevolezza” [3]. Madama Colombina [4] segue comare Ciaramella [5] e l’esasperata richiesta di lasciarlo sognare tocca l’apice ne L’ultima rinunzia, in cui il grido di dolore della madre non vale a trattenerlo dalla fuga dallo strazio: “…l’una – la madre – a soffrire, l’altro – il poeta – a far soffrire” [6].

I castelli di cristallo che la poesia di Gozzano costruisce attorno al mal sottile, non reggono la pressione che la realtà dell’umano esercita sulle loro pareti: crollano gli artifici sotto il peso di un essere inevitabilmente gravoso. La via del rifugio non è una strada praticabile, frana se il piede vi indugia troppo e il tempo erode anch’essa come tutti gli altri tragitti umani, ma il poeta ne conosce bene la morfologia. “Inganno la tristezza / con qualche bella favola. / Il saggio ride. Apprezza / le gioie della tavola / e i libri dei poeti. / La favola divina / m’è come ai nervi inqueti / un getto di morfina, / ma il canto più divino / sarebbe un sogno vano / senza un torace sano / e un ottimo intestino” [7].

Gozzano è troppo lucido per abbandonarsi totalmente a questo favoleggiare, guarda con bonaria ironia ai suoi tentativi di scappare in tempi lontani, ai ritorni nell’infanzia. All’avanzare della malattia, il poeta non reagisce strappandosi le vesti, ribellandosi all’inevitabile, ma si congeda dalle cose terrene con la coscienza che nessuno è in grado di resistere al tempo e alla morte. La serenità data da questo distacco gli permette dunque di accogliere il proprio destino in tutto il suo peso, senza però soffocare nell’affanno tipico degli uomini stretti alla terra.

Insostenibile è quindi la superficialità con cui l’uomo inganna se stesso fingendosi rifugi impalpabili, tentando vanamente di scavalcare la realtà. La leggerezza gozzaniana del distacco dalle angosce umane è tutt’altra morale di vita: questa si fa carico di ciò che va oltre essa, accettando i decreti più ostili della natura, emule così della ginestra leopardiana. Qualche decennio più tardi Aldous Huxley, tra le righe di un suo romanzo, riprenderà le fila di una simile sensibilità nell’esortazione ad una bimba: “sì, usa la leggerezza nel sentire, / anche quando il sentire è profondo. / Con leggerezza lascia che le cose accadano, / e con leggerezza affrontale. / Dunque getta via il tuo bagaglio e procedi. / Sei circondata ovunque da sabbie mobili, / che ti risucchiano i piedi, / che cercano di risucchiarti nella paura, / nell’autocommiserazione e nella disperazione. / Ecco perché devi camminare con leggerezza. / Con leggerezza, tesoro mio.” [8]

Alice Dusso


[1] G. Gozzano, I sonetti del ritorno I, La via del rifugio (1907).
[2] G. Gozzano, L’amica di nonna Speranza, La via del rifugio (1907).
[3] G. Gozzano, La via del rifugio, La via del rifugio (1907).
[4] Ibidem.
[5] G. Gozzano, La bella del re, La via del rifugio (1907).
[6] G. Gozzano, L’ultima rinunzia, La via del rifugio (1907).
[7] G. Gozzano, Nemesi, La via del rifugio (1907).
[8] A. Huxley, L’isola, (1962).

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