Georges de la Tour: la Maddalena, la Fiamma e il Teschio

Fotografia di Filippo Ilderico

Le tre versioni della Maddalena penitente di Georges de La Tour (1593-1652) condensano, attraverso efficaci giochi tra luce e ombre a lume di candela, l’inquieta condizione dell’uomo seicentesco, diviso costantemente tra vita e morte, in una riflessione sul valore del Tempo e sulle possibilità di redenzione dello Spirito.

Fin dalle sue origini, l’arte visiva è rischiarata dalla luce del sole, condizione imprescindibile allo spettatore per la fruizione dell’opera. I cosiddetti “notturni”, che annullano la possibilità di vedere, si pongono per loro stessa natura in contrasto con la forma d’arte che più di tutte concentra le sue capacità comunicative sul senso della vista: la pittura. Come sostiene Louis Marin, il quadro al lume di notte si interroga su uno dei limiti della rappresentazione: l’invisibilità [1].

Nel Seicento, sulla scia di Caravaggio, la pittura occidentale inizia ad esplorare nuove possibilità di conoscenza attraverso la “pittura notturna”, una vera e propria novità in ambito artistico e contemporaneamente una sfida ai limiti stessi del visibile, ai limiti della rappresentazione [2]. Il Seicento, infatti, è un secolo estremamente torbido, in cui l’uomo è prevalentemente riflessivo, e si confronta costantemente con il concetto della morte e con le tenebre. La diffusione della “pittura a lume di notte” non è casuale ma rispecchia i punti interrogativi di un’epoca pronta ad esplorare le zone più oscure del pensiero umano, anziché tenerle a distanza.

Ci si accorge che, come afferma Michelangelo, se si accende anche solo un piccolo lume, dall’oscurità emerge la vita stessa: “s’alcun/ accende/ un picciol torchio in quella/ parte, tolle la vita della notte” [3]. La peculiarità della pittura notturna è proprio la presenza della candela, che crea particolari effetti di intimità e di inquietudine.
Lo si può vedere in tre diverse versioni di un tema particolarmente caro a Georges de la Tour (1593-1652), la Maddalena penitente, soggetto che il pittore accompagna sempre al teschio e al lume di candela. Due sono conservate al Louvre di Parigi e una alla National Gallery of Art di Washington.

Il teschio – simbolo dello scorrere del tempo e della meditazione sulla morte – è uno degli attributi iconografici tipici della Maddalena dopo la sua conversione, così come il libro e l’atteggiamento riflessivo, insieme ai lunghi capelli con i quali aveva asciugato i piedi di Cristo dopo averli bagnati e lavati con le sue lacrime [4]. La candela e lo specchio, invece, non sono tra questi.

In tutte e tre le versioni di Georges de la Tour, la donna dai lunghi capelli scuri guarda pensierosa davanti a sé la fiamma della candela. In questo modo l’osservatore non ne vede mai completamente il volto e, nonostante in due dei tre quadri, davanti a lei, ci sia uno specchio, questo non riflette mai il suo viso. Nella cosiddetta Maddalena dalle due fiamme, conservata al Louvre, lo specchio raddoppia la candela mentre nella versione di Washington a riflettersi nello specchio è il teschio.

La fiamma svolge quindi un ruolo di primo piano; non solo perché è ciò che permette all’osservatore, come alla Maddalena, di vedere ma anche perché crea tra i due un rapporto di intimità: la luce calda e parziale riduce lo spazio percepibile creando l’effetto di una maggior vicinanza e consonanza tra il quadro e colui che osserva. Di più: la fiamma “ci costringe a guardare”[5].
De la Tour permette all’osservatore di immergersi nel pentimento non solo della Maddalena ma di tutti coloro che, riflettendo sulla morte, scoprono l’inesorabile passare del tempo. A guardare nello specchio non è la donna ma l’osservatore e a chiedere di essere guardati sono proprio i due simboli della vita e della morte: la candela e il teschio.

Se il teschio è fin dai tempi più antichi simbolo di morte, la fiamma di candela possiede nella simbologia cristiana una stratificazione di significati particolarmente complessa, perché dotata di duplice natura. Da un lato la fiamma che brucia, una verticalità ascendente, e dall’altro la cera che cola, una verticalità discendente. Da un lato la vita e dall’altro la morte [6]. Di conseguenza, la candela rappresenta il mistero di Cristo, è figura della sua incarnazione e resurrezione, oltre che del mistero della vita stessa, in quanto visualizza in sé le due nature: quella umana e quella divina [7]. Non è un caso che proprio la Maddalena sia la prima a vedere il Cristo risorto.

Attraverso questa simbologia, Georges de la Tour invita a riflettere sulla necessità di coesistenza della luce con il buio, delle zone d’ombra con le zone di luce. Pochi gli elementi che in questi tre dipinti si concedono allo sguardo dello spettatore: quasi tutto è avvolto nelle tenebre; e quasi niente possiamo conoscere della stanza in cui si trova la Maddalena. Questo non perché il pittore voglia nascondere o celare qualcosa di misterioso, ma perché vuole che l’osservatore si concentri.

De la Tour esorta l’occhio ad osservare meglio, a scrutare nelle tenebre, a non accontentarsi della superficie ma ad indagare nel profondo. Insiste: chiama all’interno del quadro attraverso lo specchio e la luce soffusa per mostrare che alla vita e alla luce sono necessarie anche la morte e l’oscurità; che affinché la fiamma continui a bruciare la cera si deve consumare. La Maddalena ne è consapevole e in questo consiste il segreto della forza del suo pentimento che fa sì che da prostituta divenga la donna a cui Cristo decide di mostrarsi risorto. In tutti e tre i quadri, infatti, la Maddalena toccando il teschio si confronta direttamente con la morte e non smette di rifletterci. Lo si vede bene nella versione di Washington, in cui sembra addirittura accarezzarlo con estrema familiarità, quasi fosse un gesto quotidiano.

Anna Giuseppina Nicolini


[1] L. Marin, Opacité de la peinture, La Maison Usher, Paris 1989.
[2] L. Corrain, Il Velo dell’Arte, La Casa Usher, Lucca 2016.
[3] M. Buonarroti, Rime, 1532-47.
[4] Vangelo secondo Luca, 7:36.
[5] G. Bachelard, La flamme d’une chandelle, Press Universitaire de France, Paris 1961.
[6] L. Corrain, Il Velo dell’Arte, La Casa Usher, Lucca 2016.
[7] Ibidem.

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Don`t copy text!