L’inerte attesa di Godot

Affrancati da qualsiasi vincolo, i vagabondi protagonisti di Aspettando Godot (S. Beckett, 1952) si trovano reclusi nella loro stessa indolenza.

Un albero, un uomo e la scarpa che non si riesce a levare: “niente da fare” [1]. Ecco un altro uomo, con un cappello che, volta e rivolta, non nasconde proprio niente; ma tanto vale ricontrollare. La Bibbia e quei due ladroni che chissà se il Signore ha salvato, l’albero che non si sa mica se sia un arbusto o un arboscello e qualche altro discorso sconnesso vagano nella sera di un sabato, che forse è domenica, oppure venerdì. Vladimiro ed Estragone sono quasi sicuri che questo sia il posto e il momento giusto dell’appuntamento: il signor Godot tra poco si paleserà e stasera i due vagabondi potranno forse dormire “a casa sua, al caldo, all’asciutto […] e con la pancia piena” [2]. Che fare se non aspettare, no?

La trama indugia ai piedi dell’albero e non trova ragione di progredire se i protagonisti stessi rinunciano a qualsiasi azione: “Andiamocene” dice l’uno, “Non si può” gli risponde l’altro, “Perché?” “Aspettiamo Godot”, “Già, è vero” [3]. Le battute si susseguono sfuggendo alla logica di un discorso compiuto, “inesistente l’intreccio, soppressa ogni linea di narrazione, di sviluppo” [4], neppure l’intervento di Pozzo e Lucky segnerà un’evoluzione nella vicenda. Godot tarda e il ragazzo che lavora per lui, sera dopo sera, rimanda il suo arrivo al giorno che segue. Intanto si aspetta.

Il tempo attorno a loro, però, procede, la notte muta in giorno, l’inverno in primavera: l’albero mette le prime foglie verdi. Vladimiro ed Estragone sembrano vivere in un’altra dimensione, intrappolati nella medesima sequenza temporale che si ripeterà circolarmente all’infinito se non troveranno mai l’ardire di saltarne fuori. Niente li trattiene, tantomeno qualcosa o qualcuno li motiva ad agire: “Siamo legati a Godot?” chiede Estragone. “Legati come?” replica il compagno. “Legati mani e piedi.” “Che idea! Mai e poi mai. (Pausa) Non ancora” [5].

Burattini senza fili, i due vagabondi sono privi di vincoli, né debbono sottostare ad imposizioni, ma la loro carne è ancora legno: passivi, non sono animati da alcun obbiettivo che li convinca ad attendere, o che li spinga ad agire. “Noi aspettiamo, ci annoiamo. […] Si presenta una diversione e noi che facciamo? La lasciamo marcire, tutto svanirà e noi saremo di nuovo soli nel cuore delle solitudini” [6]. 

Il dramma che apparentemente si presenta come surreale, non potrebbe essere “più terribilmente reale e al tempo stesso meta-reale” [7]: l’interminabile vicenda dei due vagabondi fa luce su una condizione di vita di inerte ignavia che sorprende l’uomo privo della volontà di dare una svolta al quadro in cui agisce. Inutile, dunque, raccapezzarsi a lungo circa la sottesa identità di Godot: egli è un puro espediente letterario, l’idolo e la meta ultima a cui il complesso delle azioni di ogni giorno è sacrificato, il capofila delle priorità. Senza di esso, ogni atteggiamento e discorso vaga sotto l’arbitrio del puro caso, si articola senza mai costruirsi un senso né progredire.

Ecco allora l’accumularsi di battute che non si rispondono, osservazioni che esulano dal contesto, dimostrazioni d’affetto che repentinamente lasciano il posto a conflitti: “le storie di Beckett hanno appunto l’aria di simboli che non sanno più simboleggiare niente; di qui la piattezza e il senso di smarrimento dei personaggi, uomini postumi che annaspano in un deserto incomprensibile per loro come per noi, scegliendo a caso un fatterello, un’idea, un ragionamento e subito lasciandolo per un altro, contraddicendosi, […] dubitando di tutto, in primo luogo della propria identità”. [8]

Trascorre anche la seconda giornata d’attesa e al termine si ripete la medesima scena del primo atto: il ragazzo al servizio di Godot promette, come il giorno precedente, che il seguente il signore arriverà. Vladimiro ed Estragone decidono finalmente di lasciar perdere l’intera faccenda e, risoluti ad andarsene, rimangono immobili.

Alice Dusso


[1] S. Beckett, Aspettando Godot (1952).
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Carlo Fruttero, Introduzione a “Aspettando Godot” (1969).
[5] S. Beckett, Aspettando Godot (1952).
[6] Ibidem.
[7] http://www.samuelbeckett.it/?page_id=525
[8] Carlo Fruttero, Introduzione a “Aspettando Godot” (1969).

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