Le metamorfosi musicali del signor B.

Compositore versatile per eccellenza, l’inglese Britten nella sua Young Person’s Guide to the Orchestra (1946) unisce alla tradizionale forma del tema con variazioni la sua innata vocazione pedagogica.

Una costante all’interno del percorso artistico di Benjamin Britten è il fascino che il mondo infantile e le innocenze della prima età esercitano sul suo immaginario compositivo. Per i bambini scrisse non solo numerose pagine di musica, perlopiù vocale, da i cicli per coro come i Friday Afternoons e Cerimony of the Carols fino alle church parables come Noye’s Fludde e Saint Nicholas, ma anche musica concepita appositamente per essere ascoltata da loro. Punta di diamante di questa produzione è il virtuosistico brano Young Person’s Guide to the Orchestra (la guida del giovane all’orchestra).

La composizione nasce nel 1945 come colonna sonora per il film didattico Instruments of the Orchestra di Muir Mathieson. Il brano, dalla durata di poco più di un quarto d’ora, conduce il giovane ascoltatore alla scoperta delle varie sezioni dell’orchestra: legni, ottoni, percussioni e archi. Un narratore commenta le parti salienti del brano presentando gli strumenti musicali che divengono via via protagonisti della narrazione sinfonica.

Per realizzare questa agile mappa geografica dello spazio sinfonico Britten si serve dell’antica forma del tema con variazioni. Una volta esposto il tema, solitamente preesistente, vengono realizzate delle variazioni dove il compositore, sfruttando via via diversi elementi caratteristici del tema (sia ritmici che melodici che armonici), sviluppa l’idea musicale originaria producendo delle trasfigurazioni, a volte molto elabortate e difficilmente riconoscibili, dell’idea di partenza.

Il compositore inglese declina questa antica formula concependo ogni singola variazione per una sezione diversa dell’orchestra. All’inizio viene suonato in un poderoso tutti il tema, tratto da un hornpipe in forma di Rondò dalla tragedia Abdelazar del compositore inglese Henry Purcell (1659 – 1695). Successivamente il tema viene riesposto separatamente dalle quattro famiglie dell’orchestra. Conclusa la riesposizione Britten incomincia a frammentare il tema fra i vari strumenti dell’orchestra, destrutturandolo e restituendone ogni volta una visione diversa. Si parte con i legni: ottavini e flauti, oboi, clarinetti e fagotti. Poi gli archi dall’acuto verso il grave: violini, viole, violoncelli e contrabbassi. Un’oasi lirica e luminosa e rappresentata dalla variazione affidata all’arpa, dolce riposo prima dell’irrompere degli ottoni: corni, trombe, tromboni e tuba per concludere con una scoppiettante comparsata delle percussioni.

Giunto a questo punto, dopo aver letteralmente smontato l’orchestra pezzo per pezzo, Britten la ricompone in una funambolica fuga finale. Tutti gli strumenti entrano a partire dal più acuto, l’ottavino, fino ai più gravi, gli ottoni, che a sorpresa ripropongono il tema iniziale di Purcell, ora nella sua forma originaria e di nuovo riconoscibile, concludendo trionfalmente l’intero brano.

Britten, in questo brano, rivista in modo molto personale una forma di antica tradizione. Alla variazione come esercizio di virtuosismo compositivo, basato sulla continua reinvenzione di pochi elementi musicali, che sono principalmente melodici e ritmici, aggiunge anche la variazione timbrica. Ogni trasformazione del tema originario è pensata specificatamente per uno strumento diverso. Le variazioni mettono in luce tutte le possibilità timbriche dell’orchestra.

Il tema diventa così una frase che, come in una sorta di telefono senza fili musicale, muta in continuazione nel passagio da una persona all’altra (strumenti in questo caso), fino a stravolgerne completamete la fisionomia.

Mattia Sonzogni

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