La Mosca: la metamorfosi come limite tecnologico

L’esperimento del dottor K. (1958) e La mosca (1986), pellicole di Neumann e Cronenberg si fanno portavoce della rappresentazione culturale della metamorfosi, conformando il termine al novecento post-bellico.

La lista dell’influenza della “metamorfosi” sulla storia della letteratura è notevole, da Ovidio ed Apuleio si arriva fino ai primi del ‘900 con il racconto breve di Kafka. La vicenda di Gregor Samsa narrata dall’autore boemo non è però l’unico esempio celebre di metamorfosi nella letteratura novecentesca. Tra i vari casi è presente un piccolo racconto di science fiction che, forse involontariamente, ha segnato il concetto di metamorfosi della seconda metà del ‘900: The Fly di Langelaan.

Pubblicato per la prima volta nel 1957 su una rivista come Playboy, benché non sia rimasto nella storia della letteratura come i celebri predecessori prima elencanti, è d’obbligo riconoscere la sua influenza per aver ispirato due film che hanno segnato la storia del cinema sci-fi di genere come L’esperimento del dottor K. – traduzione italiana del più filologicamente corretto The Fly – di Kurt Neumann, uscito nelle sale un anno dopo la pubblicazione del racconto, e il più famoso La Mosca di David Cronenberg, datato 1986.

La pellicola di Neumann, come succedeva in diversi horror degli anni ’50 e ’60, metaforizza una paura comune della popolazione in un qualcosa di cinematograficamente orrorifico. Se quindi, qualche anno prima, Don Siegel trasformava il maccartismo e l’ossessione sovietica del popolo americano nel timore di un’invasione aliena in Invasion of the Body Snatchers, con The Fly Neumann decide di rappresentare il discredito verso la tecnologia che avanza, dall’invenzione della televisione alla bomba atomica.

La macchina del teletrasporto inventata dallo scienziato André Delambre, durante un esperimento, mescola il DNA dello scienziato con quello di una mosca trasformando il corpo del protagonista in un umanoide con la testa da insetto e la mosca in un minuscolo mostro con il volto umano, è simbolo della fine della fede dell’uomo nel progresso tecnologico. Questo collegamento risulta piuttosto evidente in alcune scene del film o, addirittura, semplicemente in qualche frase.

“What suddenly is our age ”. Questo è il primo pensiero di Hélène Delambre, moglie dello scienziato, alla vista del congegno rivoluzionario che porterà in tragedia la sua vita e quella di suo marito. È fin troppo chiaro il rimando di questa frase ad una mistificazione dell’oggetto tecnologico: il 1953 infatti, cinque anni prima della realizzazione del film, è stato l’anno in cui l’apocalisse atomica sembrava più vicina, portando quell’idea di progresso infinito, sia umano e sia tecnologico, in una indeterminata insicurezza verso il nuovo. Non a caso, l’umanoide con la testa da mosca che un tempo era lo scienziato Delambre, nel suo impeto di follia, dopo aver compreso l’irreversibilità del fenomeno che lo aveva trasformato in un mostro, distrugge tutti i macchinari del suo laboratorio: un rigetto primordiale ad una tecnologia che è andata troppo in là per l’essere umano.

Con gli anni ’80 e Cronerberg alla regia le carte in tavola cambiano, oltre che per l’estetica che da retro-futuristica passa ad un più contemporaneo cyberpunk, per un fattore in particolare: la possibilità di redenzione dell’essere umano al dominio delle macchine diventa impossibile. Entrambi i protagonisti dei due film finiscono per perire, sopraffatti dalla loro invenzione ma, se negli anni ’50 Neumann lascia intravedere con il finale una speranza di salvezza per l’uomo, l’irreversibilità del processo nella pellicola del 1986 è decisamente più marcata, lo scienziato protagonista, interpretato da Jeff Goldblum, contrariamente al film precedente, non può essere aiutato da nessuno, il suo destino è segnato indissolubilmente.

In definitiva, in entrambe le pellicole si può notare come la metamorfosi sia usata come capro espiatorio per avvertire riguardo pericolosità del superamento di un limite invalicabile, al di là della finitezza dell’essere umano.

Edoardo Rugo

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