Al di qua di ogni metamorfosi

Fotografia di Filippo Ilderico

Tra i maggiori autori della scena tedesca, Rilke stende quello che viene considerato un breviario non tanto d’arte quanto di vita (Lettere ad un giovane poeta, 1929), raccogliendo le lettere rivolte ad uno scrittore in erba.

È un tempo elettrico quello dell’adolescenza, fervente di impulsi e tensioni proiettate al futuro; è ancor più scalpitante se a viverlo è un giovane artista, un poeta in cerca di un indirizzo per la sua letteratura. Un Rilke non ancora trentenne raccoglie l’inquietudine di un simile animo acerbo e prepara i filari per la sua crescita. Le Lettere ad un giovane poeta sono paletti di una premurosa rigidità, che l’autore praghese fissa in un terreno ancora morbido, a direzione della vite e della vita del giovane Kappus.

Il bocciolo è smanioso di schiudersi, ha sete di metamorfosi: la forma attuale gli sta stretta e per lui non c’è pace in un presente allergico al passato e fremente per il futuro. Interrogativi gli affollano la testa; le soluzioni agognate, però, pretendono un tempo immediato ed un’efficacia istantanea.

Le mille intenzioni di miglioramento e crescita corrono parallele ai propositi che si siglano all’inizio di ogni nuovo anno, fiduciosi nella scelta radicale che darà una piega decisamente diversa alla vita, un filtro contro ogni preoccupazione passata, figlia di abitudini sbagliate. Un ponte diretto sembra collegare la decisione entusiasta dei nuovi inizi e il suo effettivo successo. Questa rinnovata energia di cambiamento si abbatte presto contro il duro scoglio della realtà, smacco delle pubblicità patinate che strillano conquiste facili.

Ecco di nuovo dubbi e inquietudini, segni della condizione di instabilità e transizione, che è cifra sostanziale dell’esperienza umana. Ecco le preoccupazioni di un animo in maturazione, accecato da interrogativi urgenti, a cui il maestro risponde sollecito. “Perché volete voi escludere alcuna inquietudine, alcuna sofferenza, alcuna amarezza dalla vostra vita, poiché non sapete ancora che cosa tali stati stiano lavorando in voi? […] Quando pure sapete che siete in trapasso e nulla avete tanto desiderato quanto trasformarvi” [1].

In una società così affezionata al modello “usa e getta”, le transizioni più faticose sembrano dover tenere la velocità di un cambio del guardaroba di stagione. Si cestina ciò che dell’anno precedente è memoria infelice e si attende la primavera per far pulizia del passato e consumare al più presto il cambiamento. La bella stagione, però, non sboccia se prima l’inverno non ne ha custodito la germinazione. “Questi giorni vostri di transizione sono forse il tempo in cui dentro di voi tutto lavora […]. Siate paziente e senza acredine e pensate che il minimo che noi possiamo fare è di non intralciargli il divenire più che non faccia la terra alla primavera, quando vuol venire” [2].

Nella stasi muta dell’inverno avviene la metamorfosi del seme, la più elementare della natura; così, al principio dell’anno, sotto la coltre della stagione fredda, si attende il divenire di ciò che ancora non si conosce, lo si lascia sviluppare, senza la fretta di fertilizzare miracolose crescite personali. “Il momento vuoto e in apparenza fisso, in cui il futuro entra in noi, è tanto più vicino alla vita, di quell’altro sonoro e casuale istante in cui esso, come dal di fuori, ci accade”. [3]

Quale miglior proposito per quest’anno se non quello di educarsi all’attesa? Il cambiamento non si farà trovare pronto e maturato allo scoccare della mezzanotte, né sotto una lucida carta regalo prima di “lasciar compiersi ogni impressione e ogni germe d’un sentimento dentro di sé, nel buio, nell’indicibile, nell’inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l’ora del parto d’una nuova chiarezza.” [4]. Rilke scrive al giovane Kappus, ma le sue righe parlano forte a chiunque, giovane o maturo, si appresti alla soglia di un nuovo inizio, una transizione, condizione imprescindibile dell’esistenza umana.

“Voi siete così giovine, così al di qua di ogni inizio, e io vi vorrei pregare quanto posso, caro signore, di aver pazienza verso quanto non è ancora risolto nel vostro cuore […]. Non cercate ora risposte che non possono venirvi date perché non le potreste vivere. […] Vivete ora le domande. Forse v’insinuate a poco a poco a vivere un giorno lontano la risposta” [5].

Alice Dusso


[1] R. M. Rilke, Lettere ad un giovane poeta, ed. originale 1929, ed. italiana Adelphi 1980.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Ibidem.

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