Sigur Rós: dall’Islanda degli elfi alla lingua della speranza

Agaetis Byrjun è il secondo album della band islandese Sigur Rós, pubblicato nel 1999. Dopo il discreto successo riscontrato nel 1994 con il primo album Von, questo disco ha definitivamente consolidato la presenza della band nativa di Reykjavík nel panorama musicale internazionale.

Il disco in questione ha richiesto quasi due anni per essere completato, dalla scrittura, all’elaborazione fino alla registrazione definitiva dei pezzi. Durante questo periodo di tempo ci sono stati alcuni cambiamenti fra i componenti del gruppo che hanno portato alla line-up definitiva una volta che il disco è stato pubblicato.

Le ragioni del successo planetario possono essere identificate nell’abilità dei musicisti di conciliare le doti artistiche con la loro terra natia e le loro radici. Stiamo parlando di un’isola tutt’oggi dominata dalla natura e dai suoi elementi più affascinanti e allo stesso tempo ostili. Le leggende islandesi narrano dell’esistenza degli Huldufólk, o Hidden People, dei minuscoli elfi che posso assumere diverse forme: dalla goccia di rugiada in un bocciolo appena schiuso all’elfo protettore delle fattorie. Questa nube di mitologia nordica rimane presente nella cultura dell’isola anche nell’era del digitale, tanto da far deviare la costruzione di strade attorno ai luoghi ritenuti nativi di queste creature nascoste.  L’autenticità di queste credenze potrebbe essere trovata negli immensi paesaggi mozzafiato che dominano l’Islanda, all’interno dei quali i Sigur Rós hanno trovato i loro suoni indigeni.

Gli elementi sonori principali del disco sono proprio gli spazi. Ogni suono ha un’evoluzione, un’atmosfera all’interno della quale si sviluppa per poi dissolversi. L’uso del riverbero come effetto è fondamentale nella produzione dei Sigur Rós, in quanto crea diversi livelli di profondità sonora.

Le influenze della band spaziano dalla musica classica al post rock, dagli intermezzi orchestrali di archi alle chitarre distorte, dalle lievi percussioni islandesi alla batteria moderna. Il polistrumentista e cantante Jón Pór Birgisson è riuscito ad incanalare la propria musicalità suonando la chitarra con l’archetto del violoncello e sperimentando varie combinazioni di effetti che rendono difficile capire il ruolo di ogni strumento e che fanno percepire all’ascoltatore una vasta coltre di suono che riesce comunque ad essere intima e accogliente.

I testi delle canzoni sono tutti in islandese, fatta eccezione per Olsen Olsen, il cui testo è stato scritto in Vonlenska, una lingua artificiale creata dal gruppo già utilizzata in un brano del loro primo disco. Letteralmente potrebbe essere tradotta come speranzese, ossia “lingua della speranza”. Non si tratta di una lingua vera e propria, non ha né un vocabolario né una grammatica, ma consiste di un insieme di sillabe inventate senza un significato preciso. L’accostamento di queste sillabe avviene in base alla loro musicalità e alla capacità di incastrarsi affinché i testi cantati in falsetto diventino un vero e proprio strumento musicale.

La forte connotazione geografica d’origine, percepibile nei suoni di buona parte dell’album ed espressa attraverso l’utilizzo della lingua islandese, aggiunge ulteriore imperscrutabilità ad un lavoro già denso di suggestioni, un efficace connubio tra romanticismo, orchestralità, cenni psych e spunti post-rock. Le immagini evocate durante l’ascolto ci portano nel bel mezzo della gelida tundra islandese, senza mai perdere calore e una certa intimità.

Agaetis Byrjun è un lavoro che racchiude in sé tanti elementi eterogenei uniti da una sensibilità che non perde mai di vista il lato istintivo ed emozionale della musica, intesa come veicolo di espressione del sentimento. Oltre la razionalità, è proprio questo il fattore maggiormente rilevante del disco che ha gettato le fondamenta per uno stile e un approccio decisamente innovativo per gli anni 2000 e per lo stesso percorso della band, da qui in avanti proiettato verso palchi sempre più grandi.

Il titolo del disco in inglese significa “a good beginnig”, un buon inizio. Per questi quattro giovani islandesi, col senno di quasi 20 anni dopo, è stato molto più di un buon inizio.

Thomas Macdonald

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