Marc Chagall: la forza della tradizione.

In una vita segnata da guerre ed esili, la memoria, la tradizione e la consapevolezza delle proprie origini rimangono sempre il centro d’irradiazione e la forza dell’espressione artistica di Marc Chagall, pittore russo ed ebreo, nato a Vitebsk nel 1887.

L’opera pittorica di Marc Chagall presenta due incisivi nuclei d’origine: la tradizione giudaico-ortodossa e il folclore russo, dai quali l’artista desume motivi ed elementi figurativi che rimarranno costanti nel suo percorso artistico, a tal punto da divenire una vera e propria firma – dalla fisionomia di capra, gallo, luna o violino – che spicca nel panorama dell’arte moderna per la sua originale forza autonoma. «Vitebsk era la terra che aveva nutrito le radici della mia arte, ma la mia arte aveva bisogno di Parigi così come un albero dell’acqua. Non avevo nessun altro motivo per abbandonare la mia patria ed io credo di esserle rimasto sempre fedele nella mia pittura». Così scrive Marc Chagall nella sua autobiografia poetica My life, ricordando il momento in cui lasciò Vitebsk per la prima volta.

Nei quadri del pittore concorrono a creare un’atmosfera impregnata del ricordo delle sue origini anche molteplici spunti biblici e motivi sacri della religione ebraica. Di quest’ultima emerge soprattutto la visione chassidica della vita che esprime, attraverso la mistica popolare fatta di musica, danze e racconti, i grandi insegnamenti dei profeti. Al sacro si mescola il profano, al fiabesco il mito, la leggenda ed anche il reale. Tutti questi elementi trovano spazio sulla tela sotto forma di capre violiniste, coppie di amanti dai corpi animali, galletti rossi, pesci alati, asini verdi, mezze lune e mucche bianche, candele e alberi rovesciati.

Se nei primi anni a Parigi queste figure emergono in modo quasi nostalgico, nel segno della memoria e del ricordo del piccolo mondo dell’infanzia del pittore – ne sono esempio i quadri Io ed il villaggio (1911) e Alla Russia, agli asini e agli altri (1911-12) che in un’anarchica gaiezza trasmettono i sentimenti interiori dell’artista – più avanti essi si trasformano in simboli di rifiuto di «un’epoca che inneggia alla tecnica e divinizza il progresso»: «Personalmente non credo che i tentativi scientifici giovino all’arte». La visione infantile-ingenua che crede alla magia del mondo e la ricerca del poetico messaggio segreto nelle cose fanno parte del pensiero antirazionale russo, che Chagall riproduce nel suo mondo figurativo rovesciato.

Il suo interesse per il passato si contrappone anche agli ambienti artistici di avanguardia dell’epoca, per cui il progresso artistico era sinonimo di novità e originalità. Non a caso Chagall si troverà in profondo disaccordo con un altro pittore russo a lui contemporaneo, Kasimir Malevič, il cui Quadrato nero su fondo bianco (1915) esprime una concezione artistica votata all’astrattismo, di segno completamente opposto al figurativismo chagalliano.

A segnare profondamente la vita del pittore sono le due grandi guerre nonché la rivoluzione russa, che portano nei suoi quadri nuove tinte e nuove soluzioni artistiche. La poetica e i mondi chagalliani si fanno in questi anni mezzi per sfuggire alla brutale realtà, altre volte mezzi per filtrarla e altre ancora per raccontarla in chiave drammatica. Così ad esempio torna la figura del violinista – che nella tradizione accompagna i matrimoni giudaici – nel quadro Il violinista verde (1923-1924), come una formula di scongiuro in un periodo di profonda crisi interiore. La nostalgia della patria si fa sempre più forte e il mondo del giudaismo non è più un idillico e familiare rifugio: alle soglie dell’avvento in Germania del nazionalsocialismo Chagall dipinge la Solitudine (1933), in cui, davanti a un paesaggio russo dai toni cupi, siede sull’erba un ebreo barbuto con il rotolo della Torah in mano, accanto a una capra bianca che suona il violino. È Ahasver, l’ebreo errante che peregrina per il mondo senza meta, simboleggiando la diaspora del suo popolo. «Se un pittore è ebreo e dipinge la vita, come potrebbe rifiutarsi di accogliere elementi ebraici nella sua opera?» (Marc Chagall in La mia vita). Sarà infine La crocefissione in bianco (1938) a divenire simbolo universalmente valido della miseria di quegli anni: è attraverso la rappresentazione del Dio cristiano morto come uomo, su uno sfondo che richiama gli orrori dell’uomo contemporaneo, che Chagall riesce ad esprimere la tragedia del suo tempo. Si tratta di un appello alla forza della religione, della tradizione e del sapere e il pittore stesso ci svela che «se gli uomini leggessero più attentamente le parole dei profeti, troverebbero le chiavi della vita».

Anna Nicolini

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *