La scuola di libertinaggio

Fotografia di Luca Torriani

Le 120 giornate di Sodoma è la più celebre opera del Marchese de Sade, libertino francese che verrà più volte arrestato per le sue perversioni. La stesura primaria del romanzo risale al 1785, durante il periodo di reclusione che il Marchese passa in una cella della Bastiglia di Parigi. Il libro verrà tuttavia dato alle stampe solo tra il 1931 e il 1935.

Scritto a tre anni di distanza dalla pubblicazione de Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, il romanzo del Marchese de Sade condivide con il romanzo epistolare il fatto che al centro della narrazione ci siano dei libertini, personaggi votati al vizio, prima di tutto al vizio sessuale.

Le 120 giornate di Sodoma, nella mente del loro autore, intende essere una gigantesca enciclopedia di perversioni, messe in scena dai quattro protagonisti e narrate dalle quattro donne che assumono il ruolo di “narratrici”.

La vicenda è ambientata durante il regno di Luigi XIV, periodo in cui, come ben spiega l’autore, la Francia si era molto impoverita, ma le continue guerre e crisi economiche avevano giovato ad un ristretto gruppo di speculatori. Al loro interno troviamo certamente i quattro amici libertini, protagonisti del romanzo, tutti appartenenti alle alte classi della gerarchia sociale.

Questi quattro amici, capitanati dal cinquantenne Duca di Blangis, dopo anni di sfrenato libertinaggio, vizi e omicidi tra le vie della città, decidono di ritirarsi in una delle loro proprietà per dare sfogo, insieme ai loro accompagnatori, a tutte le forme di perversione possibili.

La compagnia rimane per quattro mesi interi all’interno del castello, praticamente inaccessibile dall’esterno. Durante queste 120 giornate che danno il titolo al romanzo, si alternano momenti orgiastici, momenti di libido e momenti di narrazione.

In una sorta di rivisitazione erotica del Decameron, infatti, la compagnia si riunisce quotidianamente per ascoltare le storie delle quattro “narratrici”, donne scelte per la loro esperienza nelle pratiche libertine. Il compito di queste quattro donne è quello di snocciolare il maggior numero possibile di perversioni, offrendo al lettore tutta la gamma dello scibile sulle pratiche libertine.

Le narrazioni delle quattro donne si fanno via via sempre più turpi, passando dalle iniziali “passioni semplici” alle conclusive ” passioni assassine”, e mostrando un progressivo scivolamento nel vizio e nella perversione.

Prima dell’inizio di queste 120 giornate il romanzo si apre con un lunghissimo preambolo, nel quale vengono descritti i 24 componenti della compagnia, il regolamento cui tutti devono attenersi e il programma giornaliero delle attività, sempre concluso da un’orgia plenaria.

All’interno dello stesso preambolo, poi, il Marchese si rivolge al suo lettore elettivo, un libertino della Francia pre-rivoluzionaria, per specificargli che non per forza deve trovare gradevoli o di suo gusto le perversioni che vengono via via narrate, ma che certamente ne troverà almeno una che lo soddisfa, e che quello che a lui non piace, forse, piace a qualcun altro.

Importante in questa messa in scena della filosofia del boudoir è l’atto della narrazione, descritto dal Marchese e dai suoi protagonisti come uno degli atti più eccitanti di tutti. Attraverso le parole delle quattro “narratrici”, infatti, vengono veicolati i desideri dei quattro amici, e l’ascolto stesso diventa atto di libido, facendo in modo che anche l’udito si spenda ai fini delle pratiche libertine.

Nel suo profondo ateismo e dalle sue posizioni eterodosse, poi, il Marchese mostra come ogni libido non possa che giungere alla violenza, verbale, carnale o fisica. Per questo motivo, infatti, tutti i protagonisti sono anche degli assassini, come trascinati da un vortice di eccitazione che, chiedendo sempre nuove soddisfazioni, giunge in ultima istanza fino all’omicidio.

Giordano Coccia

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