Heidegger e Arendt: il sentimento oltre l’intelletto

Fotografia di Manuel Monfredini

Nell’edizione Biblioteca Einaudi di Lettere 1925-1975 si raccoglie la corrispondenza tra maestro e allieva al confine tra passione amorosa e sodalizio filosofico.

Corre su un filo di un rasoio il limite che distingue la passione intellettuale da quella erotica e la stima riconoscente di un’allieva per il suo maestro può accorciare vertiginosamente la distanza tra la cattedra e il primo banco. “Con l’impermeabile, il cappello calcato fin sopra i grandi occhi quieti” [1] una diciottenne Hannah Arendt entra per la prima volta nello studio del professor Heidegger, “timida e riservata” [2], la descrive lo stesso insegnante. Quel “primo appuntamento” del novembre 1924, durante l’orario di ricevimento, sarebbe stato solamente la prima nota di un legame affettivo risuonato negli anni a sinfonie alterne, costretto poi all’interruzione, prima della ripresa nell’età matura.

“Tutto tra di noi dev’essere schietto, limpido, puro. Soltanto così saremo degni di aver avuto la possibilità di incontrarci. Il fatto che lei sia stata mia allieva e io il suo insegnante è soltanto l’occasione esteriore di quello che ci è accaduto. Io non potrò mai averla per me, ma lei apparterrà d’ora in poi alla mia vita, ed essa ne trarrà nuova linfa.” [3] Appena pochi mesi dal primo incontro, Martin Heidegger chiarisce i contorni di un rapporto di cui forse teme di conoscere già i successivi sviluppi: dal primo sguardo catturato, tra i due si intesserà una fitta corrispondenza epistolare, oltre ai frequenti incontri serali all’ombra del campus universitario.

L’intesa intellettuale articola i lunghi discorsi notturni e avvicina nella comune visione del mondo due universi che l’etica professionale e il vincolo matrimoniale di lui avrebbero preferito fossero distinti: la brama febbrile di vedersi è quella giovanile e incauta degli amori ancora acerbi. “E cosa possiamo fare, se non unicamente – aprirci l’un l’altro – e lasciar essere ciò che è.” [4]

La tormentata relazione non può che vivere in una clandestinità senza futuro e arrendersi alla concretezza della realtà. Scriverà Hannah Arendt nel 1928: “Ti amo come il primo giorno – tu lo sai, e io l’ho sempre saputo. […] Il cammino che mi avevi indicato è più lungo e difficile di quanto pensassi. […] La solitudine di questo cammino è volontaria ed è l’unica possibilità di vita che mi è concessa. […] Il cammino stesso non è altro che il compito che il nostro amore mi assegna. Avrei perso il mio diritto alla vita, se perdessi il mio amore per te; ma perderei questo amore e la sua realtà, se mi sottraessi al compito a cui esso mi spinge”. [5] Anche il più tenace amore giovanile cede alla chiamata della vita reale: le strade dei due amanti divergeranno progressivamente e nel 1929 Hannah sposerà Guenther Stern, allievo dello stesso Heidegger.

Oltre all’età, al ruolo accademico diverso e ai rispettivi matrimoni anche la questione razziale si frapporrà tra i due. Emigrata a Parigi durante la dittatura nazista, Hannah, ebrea, interromperà la corrispondenza con l’insegnante per il sospetto coinvolgimento dello stesso con il regime.

Diciassette anni più tardi la hall di un albergo di Friburgo vedrà una quarantaquattrenne Hannah Arendt raggiungere in fretta l’ormai ultra sessantenne Martin Heidegger, attirato dallo stringato biglietto privo di firma recante la sola scritta “sono qui”. Non è dato sapere di che cosa i due abbiano parlato quel giorno e nel colloquio con la moglie Elfride; ciò che è certo – a detta della stessa Arendt – è che per lei “questa sera e questa mattina sono la conferma di un’intera vita. In realtà, una conferma del tutto inattesa. […] Ho capito ciò che prima non avrei ammesso né a me stessa, né a te, né a chiunque altro – che la mia impulsività, dopo che Friedrich mi aveva fornito il tuo indirizzo, mi ha miracolosamente preservata dal compiere l’unico atto di slealtà davvero imperdonabile e dal rovinare la mia vita”. [6]

Il vortice passionale degli inizi, nell’autunno della vita, trova nuova forma in una pacata e sincera amicizia tra i due, coinvolgendo – seppur con fatica – anche i rispettivi coniugi. Le lettere più tarde –  quelle del Ri-vedersi, come intitola Einaudi la sezione della raccolta – hanno il tono disteso, ma controllato di un sodalizio filosofico di chi ha saputo riformulare un rapporto passionale, distillandone la natura intellettuale.

“Se tu mi avessi incontrato nel tuo tredicesimo anno, o fosse accaduto solo un decennio più tardi – ipotizza l’Heidegger del 1925 – è inutile cercare di indovinare” [7]: quel che è sicuro è che “noi non sappiamo cosa possiamo diventare per gli altri attraverso il nostro essere. Forse tuttavia una meditazione può chiarire quale azione di distruzione e ostacolo esercitiamo” [8] e forse queste stesse distruzioni e ostacoli talvolta si rivelano essere quanto di più necessario alla crescita reciproca.

Alice Dusso


[1] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925-1975, Einaudi, 2007, pag. 9.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, pag. 3.
[4] Ivi, pag. 18.
[5] Ivi, pag. 47.
[6] Ivi, pag. 53.
[7] Ivi, pag. 5.
[8] Ivi, pag. 3.

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