Nicholas Ray e la crisi della nucleo famigliare americano negli anni ’50

Fotografia di Filippo Ilderico
Fotografia di Filippo Ilderico

Il regista statunitense con il suo film Bigger than life espone la fragilità della società americana del dopoguerra decostruendo il suo organo fondamentale: la famiglia.

Gli anni ’50 statunitensi, la cosiddetta “Eisenhower era”, furono un periodo caratterizzato da un notevole miglioramento economico del ceto medio. Per la maggior parte degli americani il simbolo più saliente e il beneficiario immediato della loro nuova prosperità fu la “famiglia nucleare”.  I tassi di divorzio e illegittimità erano la metà di quello che sono oggi, il matrimonio era quasi universalmente elogiato; la famiglia era stata ovunque acclamata come l’istituzione più basilare della società. 

La famiglia felice americana anni ’50, però, era soprattutto basata su valori tradizionali ipocriti ed irrealistici, sponsorizzati dai media dell’epoca attraverso serie televisive come Father knows best e Leave it to Beaver nel quale educazione, occupazione, matrimonio e famiglia sono presentati come requisiti fondamentali per una vita felice e produttiva.

Uno dei registi che ha mostrato maggiormente queste ipocrisie fu sicuramente Nicholas Ray, cineasta che ha dimostrato nel corso degli anni ’50 una propensione nel rappresentare l’isolamento ed il disfacimento di alcuni gruppi sociali attraverso diversi generi cinematografici: dalla crisi dell’individuo nell’epitaffio noir In a lonely place, alla totale rivoluzione culturale famigeratamente descritta nel teen-movie Rebel without a cause, per arrivare al 1956 ed al suo atipico melodramma maschile Bigger than life in cui Ray critica l’ideale domestico del dopoguerra americano, basato sul patriarcalismo e con forti radici cristiane.

Bigger than life (Dietro lo specchio) racconta l’apparente serenità di una famiglia piccolo-borghese ed il fantasma della povertà che rischia di crepare a poco a poco le mura domestiche. La situazione volge sempre più al peggio quando la scoperta della malattia del marito Ed costringe quest’ultimo a dover assumere dei farmaci che lo porteranno sempre di più ad una pazzia usata dal regista come tentativo di nascondere un problema sociale più importante e censurabile che il film vuole affrontare: la crisi dell’uomo come simbolo della famiglia nucleare.

L’opera di Ray, che la “Criterion Collection” descrive puntualmente come “an Eisenhower-era throat-grabber”, combatte le costruzioni sociali di genere e le crisi di identità che gli uomini affrontano mentre tentano di esibirsi e conformarsi alla mascolinità culturalmente corretta in un ambiente domestico. Il regista statunitense attacca quindi le istituzioni più solide della famiglia americana: la figura maschile che non riesce, sia economicamente che a livello affettivo, a mantenere la stabilità sotto il tetto famigliare e la religione.

Quest’ultima infatti è la principale protagonista dell’escalation di follia di Ed nel finale della pellicola, in cui l’uomo (interpretato da un ottimo James Mason), offuscato dalla megalomania causatagli dai farmaci tenterà di emulare il celebre passaggio biblico del sacrificio di Isacco da parte di Abramo con il suo unico figlio. Quando sua moglie cerca di fermarlo gridandogli “But God stopped Abraham”, egli risponde perentorio “God was wrong”. Questa pantomima veterotestamentaria ed in particolare la frase finale di Ed proclamano con fermezza la critica alle strutture sociali che lo circondano, lo definiscono e organizzano la sua esistenza  decretando il completo fallimento di una cultura piccolo-borghese cristiana e patriarcale.

Edoardo Rugo

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