I segreti delle grandi città americane immortalati dalla mano invisibile di Vivian Maier.

Fotografia di Filippo Ilderico © Filippo Ilderico

Fotografia di Filippo Ilderico

New York, Chicago e Los Angeles fanno da sfondo e da soggetto artistico alla vita e all’opera di Vivian Maier (1926-2009), baby-sitter e fotografa, rimasta invisibile fino al 2007, due anni prima della morte.

Di Vivian Maier non si sapeva assolutamente nulla fino a quando, nell’inverno del 2007, John Maloof (intenzionato a scrivere un libro su Chicago) acquista all’asta, nel Northwest side della città, il contenuto di un box che era stato confiscato perché da troppo tempo la proprietaria non ne pagava più l’affitto.

Tra gli oggetti più disparati, Maloof si trova tra le mani una quantità infinita di fotografie di inaspettata qualità materiale e artistica, che la Maier aveva tenuto lì nascoste per tutta la vita. Rintracciato il nome della proprietaria su alcune ricevute, ne cerca notizie online ma di Vivian Maier non sembra esserci traccia. Decide quindi di postare su Flick’r un album di circa duecento immagini. Il successo sul social è immediato ed egli inizia a stampare e catalogare tutto quello che trova (altro materiale si era disperso tra i vari compratori che avevano partecipato all’asta), con il progetto di ricostruire un archivio della sconosciuta. Chiede aiuto anche al MoMA ma il grande museo newyorkese declina la proposta.

Sarà solo nel 2009, dopo l’ennesima ricerca in rete, che Maloof riuscirà a trovare la sua donna, il cui nome però gli appare su un necrologio. Nell’inverno del 2008 infatti l’artista si era gravemente ammalata. Due fratelli, che la Maier aveva cresciuto come tata negli anni Sessanta, erano riusciti a soccorrerla e a ricoverarla in una casa di cura, nella quale sarebbe morta nel 2009 prima che Maloof riuscisse rintracciarla. Il lavoro di John Maloof si trasformò quindi in un documentario, Finding Vivian Maier (2013) diretto in collaborazione con Charlie Siskel.

Con la sua discrezione e la sua attenzione per i dettagli, nascosti a chi distrattamente percorre le vie metropolitane, Vivian Maier ritrae, in modo volutamente accidentale, il quotidiano della vita urbana dell’America del XX secolo, divenendo (in anticipo rispetto a molti altri artisti) uno dei maggiori esempi della cosiddetta Street Photography.

La sua professione di baby-sitter sembra perfetta per raccontare la città e i suoi abitanti: le permette infatti di girovagare inosservata, vestita con semplicità – scarpe da uomo e cappelli flosci – accompagnata da una Rolleiflex biottica prima, da una Kodak e una Leica dopo. Negli oltre 100.000 negativi dell’artista si svelano interessanti frammenti dell’America della seconda metà del Novecento: dalla demolizione di monumenti storici in vista del nuovo sviluppo, alle vite nascoste di vari gruppi di persone, agli scorci di strade percorse da passanti noncuranti, ai ritratti dei lavoratori più umili, ai giochi casuali dei bambini nelle piazze. L’insieme delle fotografie permette di cogliere una sorta di seconda città nella città, narrata per immagini.

Il senso di fugacità, che molte delle opere della Maier restituiscono, rientra nella volontà di mostrare quanto sia facile, per la mente umana, non cogliere le sfumature e i segreti della vita di tutti i giorni. Non si tratta di grandi scoperte o rivelazioni ma semplicemente di piccoli frammenti che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, si dissolvono invisibili nel flusso cittadino, per mancata attenzione. La stessa Maier sembra essere inconsapevolmente tormentata da questo senso di transitorietà: «Well, I suppose nothing is meant to last forever. We have to make room for other people. It’s a wheel. You get on, you have to go to the end. And then somebody has the same opportunity to go to the end and so on». Eppure lo strumento artistico da lei scelto è quello che più di tutti permette di bloccare un’immagine o un’atmosfera, che più di tutti interrompe il fluire della vita per simboleggiarlo nell’immobilità di un supporto cartaceo, che non reca più con sé il logorio del tempo.

La fama postuma della fotografa la vede spesso descritta come una Mary Poppins un po’ naïf ma, come è stato di recente messo in luce, il suo non era un hobby a cui dedicarsi con leggerezza nel tempo libero. Sono stati dimostrati, infatti, anni di studio e di perfezionamento di una tecnica fotografica che mirava a ritrarre gli attimi invisibili della grande vita cittadina, con appostamenti e inquadrature nient’affatto casuali, contrariamente a quanto vuole far emergere il prodotto artistico finale.

Sorge spontanea, a questo punto, la domanda sul perché la Maier abbia voluto nascondere così gelosamente il suo talento. Una possibile risposta è fornita nel libro The Real Story of the Photographer Nanny di Ann Marks che indaga i motivi del mito dell’invisibilità dell’artista, trovando una possibile ragione in un traumatico passato familiare. Passato che Vivian avrebbe voluto tenere all’oscuro per poter svolgere con tranquillità la professione di baby-sitter.

Anna Nicolini

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