City of Joy, Congo: dove le donne possono ricominciare a vivere

© Filippo Ilderico, 30 dicembre 2018
Fotografia di Filippo Ilderico

Il documentario del 2016 diretto da Madeleine Gavin City of Joy mostra il percorso della prima generazione di donne ospitate nella struttura da cui il film prende il titolo: donne vittime di abusi indicibili che imparano ad andare avanti e ad avere una nuova considerazione di sé e di quello che possono fare.

Il documentario si ispira al progetto nato a Bukavu nel 2011 ad opera del Dr. Denis Mukwege, dell’attivista congolese-olandese Christine Schuler Deschryver e di Eve Ensler, scrittrice vincitrice di un Tony Award con The Vagina Monologues. La struttura nasce però dal desiderio delle donne di avere un posto dove vivere in comunità e guarire: “they wanted a place to turn their pain to power” (dal sito dell’iniziativa).

Queste donne sono state vittime di violenze, stupri, mutilazioni – alcune di esse sono state private della vescica o di parte degli organi genitali – e sono state in molti casi abbandonate dai loro cari poiché considerate impure dopo ciò che hanno subito, o li hanno persi nella stessa guerra che ha causato loro tanto dolore. In una nazione in lotta per lo sfruttamento dei giacimenti minerari lo stupro è utilizzato come arma, per svuotare i villaggi, per far fuggire le persone e gettarle in un clima di terrore.

Nella City of Joy, una “città” di sicurezza in un Paese dilaniato, imparano a vivere di nuovo, a non considerarsi impure o indegne per quello che è successo loro e a valorizzare e amare i propri corpi.

Queste donne, dopo le sofferenze che hanno dovuto subire, sono le più adatte a rappresentare la classe dirigente del futuro Congo: chi meglio di loro può conoscere i problemi della nazione? Chi può avere una spinta maggiore a far in modo che fatti del genere non si ripetano? Questo uno degli ideali trasmessi dal documentario.

Delle 1117 donne che hanno vissuto nella struttura dal 2011 a oggi, questa speranza molte di esse la stanno realizzando: lavorano come giornaliste, contadine, alcune hanno creato delle iniziative no-profit o hanno aperto delle attività, altre sono tornate a scuola.

Un progetto iniziato da poche persone, in una nazione in costante guerra che ha fatto però la differenza per molte persone e che può fungere da esempio e da spinta per la società mondiale: un mondo dove giovani donne vittime di violenza non vengono tutelate ma diventano addirittura vittime di bullismo, come è più volte successo negli Stati Uniti e testimoniato dal documentario Audrie & Daisy, le cui protagoniste – rispettivamente di 15 e 14 anni – non solo non sono riuscite a ottenere giustizia, ma sono state violate psicologicamente dopo esserlo state fisicamente. Una società dove la mentalità presente spinge a usare come prova di innocenza in un processo per stupro il fatto che la ragazza – di 17 anni – indossi un tanga: fatto, questo, avvenuto lo scorso novembre in Irlanda.

Elena Sofia Ricci

 

 

 

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