Semplicemente il Prof. Stoner

Disegno di Giulia Pedone

Pubblicato nel 1965, Stoner di John Williams arriva in Europa solamente nel 2011. L’apparentemente insignificante vita di un Professore universitario diventa un caso editoriale, “the Stoner phenomenon”, tra qualità letteraria e successo di vendita.

Stoner (Fazi Editore, 2012) è il terzo romanzo di John Edward Williams (1922-1994). Viene pubblicato nel 1965 ma in Italia arriva quarantasette anni dopo, quando la casa editrice Fazi lo pubblica con la traduzione di Stefano Tummolini. Dopo un periodo di dimenticanza, sia del romanzo che dell’autore, “the Stoner phenomenon” esplode dopo un enorme passaparola che ha fatto sì che il romanzo venisse ripubblicato prima nel 2003, «poi nel 2006 per The New York Review of Books Classics, e infine nel 2011 (con postfazione di Peter Cameron)» [1]. 

L’arrivo di Stoner in Europa, invece, come ricorda ancora Daniela Brogi, è merito di Anna Gavalda, scrittrice francese che decide di tradurre il romanzo di Williams (Le Dilettante, 2011).

Il romanzo è il racconto della vita di William Stoner tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta del Novecento. Il primo capitolo racconta le origini di quest’uomo, figlio di contadini, che si allontana da un destino logorante di lavoro nei campi. Il padre, una sera di fine primavera, si rivolge a William dopo aver parlato con un ispettore della contea: «Dice che c’è una nuova facoltà all’Università di Columbia. La chiamano “Agraria”. Dice che secondo lui ci dovresti andare. Dura quattro anni». [2] Dopo aver posto alcuni dubbi legati soprattutto alle possibilità economiche reali della famiglia, Stoner decide di andare a studiare. È lì, tra le mura della facoltà, tra i suoi cortili, tra le biblioteche e tra i portici, con i vari studenti che camminano con i libri in mano, che Stoner trova finalmente il suo posto nel mondo

L’incontro con l’università segna di fatto il momento in cui si avvia la bildung del protagonista, l’attimo in cui si rende conto della sua strada e della sua passione.

«Certe volte, di sera, vagava per il lungo cortile quadrangolare, tra le coppiette che passeggiavano mano nella mano, sussurrando parole gentili. Pur non conoscendole, pur non rivolgendogli mai la parola, le sentiva molto vicine» [3]. E poi, ancora, «[…] Vagava per i corridoi della biblioteca dell’università, in mezzo a migliaia di libri, inalando l’odore stantio del cuoio e della tela delle vecchie pagine, come se fosse un incenso esotico» [4].

William Stoner coltiva la passione per gli studi letterari a tal punto da diventare ricercatore universitario. La scelta di proseguire gli studi non viene vista di buon occhio dal padre e dalla famiglia in generale, la quale vedeva i quattro anni di studio come utili, certo, ma che dovevano in un modo o nell’altro terminare lì: il lavoro da contadino, o comunque la cultura materiale della famiglia d’origine, secondo le intenzioni della stessa, avrebbe dovuto per forza di cose rifrangersi su William. Non è così, invece. Ed ecco che il protagonista di continuare gli studi e diventa addirittura docente universitario. 

Tornando però al romanzo, e soprattutto all’incipit di Stoner, occorre sottolineare come il patto narrativo sia esplicitamente chiaro su quello che è di fatto l’intento autoriale: «William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido» [5].

Per trecento pagine, infatti, si dipana esattamente la vita di Stoner nella sua semplicità quasi banale, una vita «talmente povera di passaggi rilevanti, talmente incatenata alla necessità, che i suoi sviluppi si allineano perfettamente alla perentoria sintesi con cui era stata esaurita nelle prime cinque righe del testo» [6]. Una vita ripetitiva, senza nessun evento di grande rilevanza.

Inoltre, occorre sottolineare come l’intero romanzo sia concentrato sulla vita e sull’esistenza quotidiana del protagonista e la Storia viene solo citata. Ci sono sì riferimenti alla guerra, lo stesso Stoner perde degli amici durante il conflitto bellico, ma il punto di vista, l’attenzione, l’osservatorio privilegiato rimane sempre nei riguardi di William Stoner e delle sue giornate.

Il Professore si sposa, ha una figlia e poi muore. Ed è proprio questa la parabola che viene raccontata nel romanzo.

Questo eroe dell’esistenza quotidiana ha però un grande merito. Pur vivendo una realtà priva di eventi eclatanti, la forza paradigmatica del personaggio di William Stoner sta proprio nel fare della propria passione, del proprio lavoro e del proprio interesse una forma dell’esistenza. Lui è la sua passione, il suo lavoro. 

Come d’altronde tutte le vite, anche l’esistenza di Stoner è caratterizzata da momenti di felicità alternati a momenti di malinconia e di tristezza. L’incontro con la moglie, inizialmente visto come un evento lieto, in poco tempo si trasforma in una situazione fallimentare: «Nel giro di un mese, Stoner realizzò che il suo matrimonio era un fallimento. Di lì a un anno smise di sperare che le cose sarebbero migliorate. Imparò il silenzio e mise da parte il suo amore» [7].

La sua vera storia d’amore, così come viene definita nel romanzo, Stoner la vive con una collega, Katherine. La relazione extra-coniugale tuttavia finisce in poco tempo, lasciando al lettore una sensazione amara che si trascina con sé fino alla fine del romanzo. 

Il personaggio della moglie è uno dei più riusciti in tutto il romanzo: praticamente un mostro, una donna odiosa, di una crudeltà subdola nei confronti del marito, è forse il vero antagonista del romanzo. Il momento più disturbante è sicuramente quando la donna fa di tutto affinché la figlia, Grace, si allontani dal padre, creando di fatto una frattura che difficilmente si risanerà nel tempo. 

Un’altra caratteristica del romanzo è sicuramente quella legata al non detto, forse la cifra stilistica predominante di Stoner. Spesso, infatti, alcuni sentimenti, alcuni atteggiamenti non sono analizzati fino in fondo, e ciò fa sì che al lettore restino molte domande, le quali, però, rimangono prive di una risposta. Perché la moglie si comporta così? Come mai nascono così tante discussioni con i colleghi universitari? E perché Stoner non cerca di ricucire il rapporto con la figlia? 

Sono tutte delle questioni che pervadono le pagine del romanzo, questioni che il lettore porta con sé anche dopo la lettura, e che forse fanno sì che si prenda la decisione di rileggere il romanzo, di cogliere degli elementi che forse potrebbero aiutare a comprendere meglio il romanzo e che durante la prima lettura non sono stati afferrati. Ma questo non avviene. Stoner non concede chiarimenti proprio perché il non detto è molto più significativo di ciò che realmente viene svelato, analizzato e teorizzato. Il romanzo tace, non dice

Come giustamente ribadisce Daniela Brogi, «il destino di Stoner ci strappa attenzione, persino identificazione romanzesca, anche perché racconta la ricerca potremmo dire “antifavolosa” – senza effetti eclatanti d’intreccio, senza colpi di scena della volontà – di una “quasi-felicità”, come dice il testo, dentro una vita come tante altre» [8].

Non ci colpisce solo l’atteggiamento di Stoner davanti alle piccole e grandi ingiustizie della vita – spesso, si diceva, il lettore si domanda perché decida di non ribellarsi –, ma soprattutto questo non detto, questa risonanza interrogativa che rimane al lettore. 

Davanti alla solitudine, all’esclusione, all’apparentemente insignificante e priva di risultati ricerca di un senso, l’unica vera ribellione, l’unico atto e, forse, l’unica arma è la letteratura, la passione, la dedizione con cui affronta la propria vita appoggiandosi all’unica sua certezza: l’amore per lo studio e per il suo lavoro. 

Stoner insegna che l’incontro con l’università, con la cultura, al di là di ogni frase retorica, apre nuove strade ed è davvero l’inizio di un percorso di formazione fatto di contatto con gli altri, di confronto, di ricerca, in una bildung che non è mai individuale, ma sempre di rapporto con l’altro. Una realtà che agli studenti universitari di oggi, davanti a dei computer nelle proprie stanze, manca terribilmente.

Alessandro Crea


[1] Daniela Brogi, Il mistero di un romanzo perfetto: “Stoner” di John Williams, Le parole e le cose, 5 novembre 2013, consultato il 12 ottobre ’20
[2] J. Williams, Stoner, Fazi Editore, 2012 p. 11
[3] Ivi, p. 23
[4] Ibidem
[5] J. Williams, Op. cit., p. 9
[6] D. Brogi, cit.
[7] J. Williams, Op. cit, p. 89
[8] D. Brogi, cit.

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