I ragazzi di Tondelli a quarant’anni dallo scandalo

Disegno di Giulia Pedone
Disegno di Giulia Pedone

È il 1980 quando Feltrinelli pubblica Altri libertini, l’esordio letterario di un giovane scrittore emiliano: fu scandalo. Il libro, sequestrato e poi assolto (“con formula ampia”), verrà giudicato dalla critica come una delle opere migliori degli ultimi decenni, consacrando Tondelli come uno dei più grandi tra i nuovi autori italiani. Dopo quarant’anni il libro continua a far discutere.

«Eh il tuo cazzo, gli sborravi davanti a quei vecchi lerci, davi spettacolo col tuo cazzo, te e il tuo cazzo Bibo! E loro sbavavano e ti coprivano di cento lire e te le raccoglievi tutte quelle monete grazie al tuo toro, ehi Bibo sei te questo, il tuo cazzo sei qui […] è grosso, cazzo! Figa!» [1]

Ecco una tra le tante citazioni che scandalizzarono la comunità benpensante degli anni Ottanta, figlia di un provincialismo religioso e borghese. Per parlare di Altri libertini, forse, occorre subito far riferimento allo scandalo – giustificato? Esagerato? – che seguì la sua pubblicazione. 

Il libro suscita interesse ma anche scalpore: amori omosessuali, orge, eroina, prostituzione e bestemmie. Il tribunale dell’Aquila lo definisce «opera luridamente blasfema» e puntualmente scatta il sequestro. La condanna successivamente viene annullata e la critica, non all’unanimità, lo considera la summadi un decennio. 

Prima di parlare della scandalosa eco di un libro di un giovane Tondelli, occorre soffermarsi sulla macrostruttura dell’opera.

Di fatto, non si è di fronte ad un romanzo, bensì ad una serie di racconti: sei, per l’esattezza. Nonostante la morfologia di genere si discosti dalla campitura romanzesca, Tondelli definisce Altri libertinicome «romanzo a episodi», sottolineando, con un’etichetta forse pleonastica o poco valida criticamente parlando, come questi racconti siano vincolati l’uno con l’altro. Innanzitutto, occorre sottolineare come il tessuto connettivo che lega questi episodisia costituito dai giovani degli anni Settanta e dalle loro esperienze. Il tutto, però, non si limita ad essere un banale affresco di giovani che si drogano e che scopano – tali vengono considerati i personaggi di Tondelli da gran parte della critica – ma lo scrittore tratteggia con grande forza i loro sogni, i loro dolori, le loro speranze e, perchè no, anche gli errori spesso fatali.

Il cronotopo elettivo dell’autore nato a Correggio nel 1955 è quello dell’Emilia – «Notte raminga e fuggitiva lanciata veloce lungo le strade d’Emilia a spolmonare quel che ho dentro» [2], recita l’incipit di uno dei racconti più celebri -, tra una Bologna studentesca e la nativa «sonnacchiosa» Correggio.  Ma non mancano percorsi on the road e il richiamo a Kerouac è voluto – anche nel resto d’Europa: ad Amsterdam, ovviamente, e poi a Bruxelles, Parigi e a Londra.

Altri libertini diventa un libro di culto, un vero e proprio manifesto per moltissimi giovani che si sono identificati nei personaggi di Tondelli. 

Se da un lato lo scandalo – e il processo – è forse il simbolo di un atteggiamento un po’ bigotto e moralista, va anche detto che tutta l’eco che n’è derivata non ha fatto altro che avvalorare il suo successo, o almeno portare l’opera sulla bocca di tutti. Che poi il successo e il clamore di un’opera non sia direttamente proporzionale al suo riconoscimento assiologico di buon libro, questo è un altro discorso ed è una verità, si spera, ormai nota.

Al di là di ciò, quindi, ci si potrebbe chiedere quale sia il veromotivo che ha reso un «romanzo a episodi» il simbolo di una generazione. 

Forse la lingua rivoluzionaria con cui è stato scritto, argomento del quale dagli anni Novanta in avanti sono state scritte pagine e pagine di saggi critici o, perchè no, l’essere stato un lucido ed esauriente ritratto di ragazzi che quella generazione, quella vita, l’avevano vissuta pienamente.

È chiara una cosa: Altri libertini è un libro di rottura. Come disse in un’intervista lo stesso Tondelli, il libro «è cadenzato su delle occasioni biografiche generazionali, un protagonista che fa tutto quello che è stata l’esperienza giovanile degli anni Settanta». [3]

La vera forza del libro è sicuramente nei personaggi. Al di là di un discorso sul sistema attanziale, di fatto poco fecondamente critico almeno per il primo libro di Tondelli, nell’opera si stagliano ragazzi di vita che ben hanno rappresentato la gioventù di quegli anni. Altri libertini, di fatto, riuscì a dare voce a personaggi che non avevano voce: ecco perchè vale la pena rileggerlo anche oggi.

Ed ecco che tra prostitute, eroinomani, froci, transessuali e spacciatori spiccano personaggi confusi e trafelati, ingenui innamorati, voraci e caratterizzati da una disperata vitalità che potrebbe ricordare, ed urge il condizionale, la stessa che caratterizzò Pasolini o il primo Testori. Giovani sempre in fuga, perennemente in viaggio: Antonio Spadaro definisce Altri libertini come un libro basato sulla «figura del viaggio», sottolineando come l’urgenza dello spostamento, del girovagare e, perchè no, del fuggire, abbia caratterizzato l’esistenza dei giovani di quegli anni e, forse, di oggi. 

Personaggi persi tra droghe e passioni furibonde, certo, ma sempre alla disperata ricerca di senso, che in certi casi finisce anche nel peggiore dei modi. 

Certo è che la vivacità, la forza e l’inquietudine del libro di Tondelli è anche corroborata da uno sperimentalismo linguistico e sintattico che mira ad una fedele mimesi del parlato. Giuseppe Culicchia, ribadendo questo parlato in Tondelli, sottolinea come da un lato sia preso dalla strada – lo stesso autore ribadisce più volte di prendere spunto da conversazioni ascoltate sul tram o in un bar – ma, dall’altro, sia tratto dalla letteratura nord-americana.

Un’analisi sulla lingua di Tondelli richiederebbe pagine e pagine di approfondimento, basti solo indicare come il lettore si trovi davanti una scrittura rapida, pulsante, irriverente e che riesce ad annettere vari elementi extra-letterari e paraletterari dell’epoca quali il cinema, la musica rock e il fumetto. Non è un caso se tra i tanti padri letterari del primo Tondelli vengano citati Arbasino, Palandri e Kerouac.

Nel 2020 i ragazzi di Tondelli sono cresciuti, magari alcuni sono morti giovani in quei bar dove si facevano o consumavano i loro orgiastici amori omosessuali, ma hanno ancora qualcosa da dire? Inutile dare giudizi su quanto realmente abbia fatto la rivoluzione di quegli anni, ma di sicuro Altri libertini è riuscito ad andare oltre un muro di limitatezza austera e anche ipocrita, ha saputo raccontare delle realtà al tempo poco note o poco considerate. Il tutto con forza, in maniera cruda, spesso violenta, conturbante ma profondamente reale. Forse è proprio per questo che il libro è riuscito ad assurgere al ruolo di manifesto di una generazione. E questo, lungi dall’essere nostalgici, manca profondamente oggi: ci sono libri che parlano delle – o alle – ultime generazioni? Anzi, ci sono libri che riescono a raccontare realmentei giovani di oggi, le loro ansie, le loro disperazioni e la costante voglia di evasione e di ribellione? Al di là di qualche piccolo romanzetto nei quali il massimo della trasgressione è una scopata di nascosto o qualche sbronza di troppo, i romanzi contemporanei spesso non sono altro che tentativi banali di emulare ciò che negli anni Ottanta c’è realmente stato: un atteggiamento di urgenza nel raccontare vite di ragazzi e non solo ragazzi di vita. 

Inutile negarlo, dopo anni di oblio Tondelli ultimamente sta davvero – e si passi il termine – tornando di moda. E perché? Non siamo di fronte ad un capolavoro, sia chiaro: e chi tende troppo a letteraturizzare Tondelli rischia di cadere in una serie di fraintendimenti e, forse, di errori. Ma, nonostante ciò, il lettore – e soprattutto i giovani lettori – si trovano di fronte a racconti di una disperazione così reale che risultano contemporanei, assumendo un ruolo di supplenza per tutta una letteratura che di trasgressivo e di libertino, oggi, ha davvero poco.

Alessandro Crea


[1] Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini, Feltrinelli, Milano 2013, p. 33
[2] Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini, cit., p. 67
[3] Intervista di Guido Davico Bonino a Pier Vittorio Tondelli, Roma 1980

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