Gli anni dell’incanto in una Milano «sbarluscenta»

Gli anni del nostro incanto di Giuseppe Lupo (Marsilio, 2016) racconta la storia di una famiglia della periferia milanese e della loro vita sbarluscenta. È l’Italia spensierata del miracolo economico, quella che, oggi, è in mostra a Palazzo Morando: «Milano anni ’60. Storia di un decennio irripetibile».

Una foto in bianco nero risalente agli anni Sessanta ritrae una famiglia che sfreccia su una Vespa in una strada vicino al Duomo di Milano. Vent’anni dopo, davanti al letto di un ospedale, una ragazza assiste la madre. Sono gli anni in cui la Nazionale di calcio italiana vince i mondiali di Spagna e l’urlo liberatorio di quell’undici luglio 1982 segnerà per sempre la memoria degli italiani, tifosi e non.

Gli anni del nostro incanto di Giuseppe Lupo è il racconto di una famiglia attraverso una fotografia degli anni Sessanta: un padre operaio, una madre parrucchiera, un figlio di sei anni e una bambina che non ne ha ancora compiuto uno sono su una Vespa. Vent’anni dopo Vittoria, la piccola che ormai è una giovane donna, è alle prese con una madre che improvvisamene ha perso la memoria in seguito ad un trauma: il suo compito è raccontare alla donna la storia della propria famiglia.

Lo scatto, catturato da un anonimo fotografo, è la copertina del libro e rappresenta in maniera evidente un periodo della storia del nostro paese caratterizzato da un miracolo economico che verrà ricordato con il termine «boom». Sono gli anni in cui l’Italia si innamora sulle note delle canzoni di Sanremo, progetta lunghi viaggi in autostrada, assiste con entusiasmo a lanci nello spazio e crede nel futuro prima che da lontano arrivino le ombre del terrorismo nostrano che di fatto sanciranno la fine di un’epoca favolosa.

Il romanzo di Lupo, se da un lato è una fotografia dell’Italia del miracolo economico, delle mode, degli oggetti e dei costumi che hanno simboleggiato un’epoca, dall’altro è anche un familienroman e quindi andrebbe analizzato, studiato ed interpretato con gli strumenti dell’analisi romanzesca.

Luigi, il padre, è un operaio emigrato dalla Lucania che ha scelto Milano per migliorare la propria condizione di vita: nel capoluogo meneghino conosce Regina, una parrucchiera di origine veneta e i due decidono di sposarsi. Nascono due figli: Bartolomeo, chiamato Indiano, e Vittoria, che, oltre a ricoprire il ruolo di protagonista, è la voce narrante che racconta l’intera vicenda.

La foto risale al decimo anniversario del matrimonio di Luigi, detto Louis, e Regina e la famiglia, che abita in periferia, è diretta in centro, a un tavolino del famoso Bar Motta. Sono anni in cui la loro cronaca quotidiana si è trasformata in una vita «sbarluscenta», come la definisce Regina, «l’epoca luminosa che tutti noi attraversiamo quando ci sentiamo il mondo in tasca» [1].

Nel 1982 l’Italia è impegnata nella conquista del titolo mondiale: Regina è in un letto d’ospedale e ha improvvisamente perso la memoria e Vittoria, grazie alla famosa fotografia che rievoca gli anni spensierati di una famiglia della periferia ambrosiana, vuole stimolare i ricordi della madre narrando il passato, le proprie radici, le storie che di fatto sono le vicende di due generazioni differenti. Gli anni spensierati, incantevoli e miracolosi del boom finiscono dopo la strage di piazza Fontana: è la fine di una storia e l’inizio di un’altra. Milano, la città simbolo dello sviluppo industriale, si sporca di sangue e di violenza lasciando un segno sul destino di tutti. Dal miracolo economico si passa agli anni di piombo e al terrorismo.

Gli anni del nostro incanto (di recente ripubblicato in edizione economica da Feltrinelli) è un libro con cui è possibile ripercorrere gli anni del Festival di Sanremo, dei bar affollati, della televisione che inizia ad entrare nelle famiglie degli italiani, gli anni dell’industrializzazione e dei cambiamenti nello stile di vita e nei costumi delle famiglie italiane. Sono gli anni dei detersivi, del primo Esselunga in viale Regina Giovanna, delle nuove mode e dei miti sportivi. Gli anni in cui si passa dalle biciclette alle Vespe, per arrivare poi alle numerose 500 che riempiranno l’Autostrada del Sole inaugurata nel 1964. 

Il romanzo di Lupo è caratterizzato da un viaggio alla ricerca di un tempo perduto, vissuto da molti e sognato da altri, che magari hanno sentito i racconti di questi anni spensierati dai propri nonni, o che ne hanno intravisto degli spezzoni in qualche servizio televisivo. 

Ma c’è un’altra possibilità per vivere – o rivivere – quegli anni, ed è una mostra a Palazzo Morando dal titolo «Milano anni ’60. Storia di un decennio irripetibile» inaugurata il 6 novembre e che terminerà il 9 febbraio 2020. 

La mostra, come si legge dal comunicato stampa, ripercorre la storia di un decennio che ha «consacrato il capoluogo lombardo come una delle capitali mondiali della creatività in grado di assumere il ruolo di guida morale ed economica del Paese». 

Milano si trova a vivere un fermento culturale caratterizzato da una voglia di lasciarsi indietro gli orrori del conflitto mondiale. Ed ecco allora la grande stagione della musica a Milano con Billie Holiday, e poi Duke Ellington, Thelonius Monk, Gerry Mulligan: artisti che a Milano erano di casa. E poi i grandi della musica leggera: Beatles, Rolling Stones che rendono Milano davvero moderna e pronta ad accogliere i grandi artisti stranieri.

Ma poi oltre alla musica l’arte, la letteratura, la fotografia e le grandi innovazioni architettoniche e urbane, nonché tutte le testimonianze delle grandi novità di quegli anni che non solo hanno caratterizzato un’epoca, ma hanno cambiato definitivamente le vite delle famiglie italiane.

La mostra, curata da Stefano Galli, è divisa in sezioni e si apre con le immagini della «nuova Milano», il cui volto si sta modificando grazie a nuove costruzioni e la nascita di quartieri periferici.

Fotografie e riviste dell’epoca documentano il boom economico; immagini di grandi divi, cantanti, musicisti e attori, certo, ma anche fotografie di gente comune proprio come quella di Louis, di Regina e dei loro due bambini, simbolo di un’Italia sognante forse dimenticata, ma che la si ricorda sempre con un’amara nostalgia, con quel ricordo di un’Italia «di vetrine e di grattacieli», un’Italia più sbarluscenta e forse più serena, ma che da lì a poco una bomba in piazza Fontana avrebbe risvegliato e portato alla più drammatiche delle realtà.

Alessandro Crea


[1] G. Lupo, Gli anni del nostro incanto, Marsilio, 2017, p. 11

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Don`t copy text!